450 giorni fa
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«[…] contenuto dell’arte è la persona stessa dell’artista, cioè la sua concreta esperienza, la sua vita interiore, la sua irripetibile spiritualità, la sua reazione personale all’ambiente storico in cui vive, i suoi pensieri, costumi, sentimenti, ideali, credenze e aspirazioni.»
Estetica, Luigi Pareyson


Mi rimangono largamente oscure le accuse mosse (qui Paulo Lucas Von Vacano [bio] ben riassume parte della discussione che in queste settimane serpeggia anche tra i non addetti ai lavori) a 999 Contemporary e, più in generale, ad un certo atteggiamento delle gallerie romane nei confronti della street art. Ne estremizzo un riassunto ad uso del lettore:

a. queste gallerie hanno organizzato vernissage per le proprie mostre di street art senza l’artista o, addirittura, all’insaputa dell’artista;
b. la street art non si fa in galleria.

a. Una mostra senza l’artista

Accedere al senso di quest’accusa mi risulta veramente difficile.
Mi è capitato anni fa di visitare, a Milano, una mostra di Caravaggio. Ho girato, girato, girato e Michelangelo Merisi non era presente. Ne sono uscito, ciò nonostante, pienamente soddisfatto.
È così importante che la mostra ospiti l’artista e che l’artista lo sappia? La mostra mette in mostra le opere o l’artista? O mettendo in mostra le opere non fa che mettere in mostra l’artista? Per quanto interessante sia l’incontro con l’artista, è in qualche modo cruciale la sua presenza?
Mi preme sottolineare che la domanda non vuole esser retorica e celare in sé la risposta.
Tornando all’epigrafe: è nell’opera che sta tutto l’autore. Nata l’opera, l’artista può divenire persino deleterio. Pensiamo al poeta che sputa meravigliose poesie ma non gli riesce di recitarle: in presenza dell’opera, non è forse addirittura da evitare la sua presenza? (Da cui, lateralmente: non vive l’opera ulteriore esistenza grazie agli occhi, orecchie o bocca dell’esecutore, così scollegandosi completamente dal suo autore?).
Lo spirito dell’artista è dunque un po’ come (il presunto) dio: onnipresente in tutte le parti del suo mondo-opera. Ovvero: l’artista c’è ma non si vede…
Domanda: cosa aggiunge l’artista ad una mostra?

b. La street art non deve entrare in galleria

Si fa presto a riassumere una domanda: perché? Molti, se non tutti, gli street artist fanno serigrafie e stampe di ogni genere. E le vendono (anche) attraverso le gallerie e i galleristi. Chi mette piede dentro la galleria sa cosa va a vedere. Non si aspetta di trovarsi di fronte, nei talvolta angusti spazi di una galleria, un intero silos dismesso alto quindici metri e completamente pittato. Si aspetta un frammento d’arte, sincero e riuscito quanto sincero e completo è stato il gesto dell’artista.
Come non addetto ai lavori ma semplice appassionato, sono ben lieto di vedere uno sputo di Banksy o un frammento di JR. Sono consapevole di quanto poco io stia vedendo, ma se in un’opera c’è tutto lo spirito dell’artista, allora perché non goderne?
Non nascondiamo poi l’importanza che per certi artisti hanno certi introiti: più soldi per loro, più arte per noi. Se nella repubblica dello scambio siamo costretti a vivere, ben venga che l’artista sia pagato per qualche frammento del suo spirito. E ben venga che l’artista ci prenda in giro così (vedi immagine in apertura).
Domanda: perché una mostra di serigrafie non può essere fatta dentro una galleria?

Appunto

C’è poi tutta la questione della stampa di Walker della quale 999 avrebbe abusato. Non ho approfondito direttamente la questione, ho letto tutto ciò che è stato scritto ma non mi sento comunque di entrare nel merito e scrivere qualcosa di sensato.
Brontola un po’ il dubbio circa il vandalizzare e l’appropriarsi dell’opera di un vandalo. Sembra incoerente proteggere dal vandalismo e dall’appropriazione indebita chi (anche) del vandalismo e dell’appropriazione indebita fa la sua arte. Ma rimane un buon riassunto della vicenda la risposta della stessa 999 Contemporary.

Corollario

a. Sempre divisi

All’articolo sopra citato pubblicato su Dragolab, è seguita una avvelenata riposta di Stephen Heinrich Kurz, il gallerista.
Non ho ancora avuto modo di parlarne con lui, glielo scrivo qui: è quasi un peccato (perdonabile) aver risposto. Era forse meglio soprassedere e lasciare (come avevi in un primo momento deciso) ai tuoi progetti il compito di parlare. Ma c’era ancor di più il dovere di non inasprire il conflitto.

A Roma sono quattro i gatti che fanno qualcosa di buono. Più intervistiamo e conosciamo persone, più parliamo con i protagonisti della scena (?) romana e nazionale, più appuntiamo sul taccuino lamenti, piagnucolii, mugugni, tutti piuttosto giustificabili e comprensibili. Noi ci sbattiamo da neanche un anno e, personalmente, non sento di essermi fatto un culo sufficiente per poter dire «che merda l’Italia», ma mi permetto comunque di sottolineare quanto sia disutile alla nostra causa questo eterno darci addosso. Fuori Roma i romani sono tristemente famosi per i continui e spesso ridicoli litigi dei quali si fanno protagonisti. Convinzione che, mi duole ammetterlo, mi sembra più fondata ogni giorno che passa: litigano i galleristi, litigano i collezionisti, litigano i localari, litigano (ancora?!) comunisti e fascisti, laziali e romanisti, ogni tanto qualche guelfo prende a ceffoni un ghibellino, gli autisti con i passeggeri… E dal conflitto Roma è indebolita. Debilitata, direi: non esiste una scena culturale, non esiste una scena artistica, non esiste un bel nulla, giacché il primo obiettivo sembra pestarsi i piedi, proteggere le proprie cose, il proprio orticello, in un appariscente gioco in difesa dei propri interessi.

E allora, se qualcuno dovesse chiedermi: «ma come mai da Roma non esce mai nulla di interessante? Come mai Roma non esporta quasi nulla? Come mai Roma non è la cazzo di Berlino?», be’, se qualcuno dovesse farmi questa domanda, saprei a cosa dare colpa: non riusciamo a parlare e non riusciamo a fare sistema. E questa discussione ne è un esempio cristallino: invece di fare quattro passi a Testaccio per parlare col gallerista, capirsi, confrontarsi, s’è preferito lanciarsi nella polemica, creare una nuova frattura.
Oh, diavolo!, ho capito che i mezzi a Roma fanno schifo, ma un modo per arrivare a Testaccio lo si trova, no?!

b. DUDE e 999: perché DUDE spalleggia questi loschi individui?


Parlare con il gallerista è stato per DUDE, invece, utile. Ci ha permesso di capire il suo punto di vista su questa mostra e di come questa si collochi nel contesto dei progetti futuri. Tutto assolutamente essenziale per una disamina completa. E sufficiente per affermare che DUDE continuerà a seguire da vicinissimo questi primi passi di 999 Contemporary, ché annusiamo belle idee.
È come se il progetto lievitasse man mano, senza preconcetti e noi saremo lieti di raccontarvelo.
Avvertenze:

a. 999 Contemporary ha sulla scrivania un preventivo firmato dal sales manager DUDE per l’acquisto di una pagina sul prossimo (ed attesissimo) numero di DUDE;
b. 999 Contemporary e DUDE hanno in mente di fare qualcosa assieme, in un futuro prossimo;
c. l’autore di questo articolo non è un esperto d’arte; tenterà di rendere le domande semplici, fino all’ingenuità.

Si assicura al lettore, nonostante questo conflitto d’interessi, massima sincerità e trasparenza.

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