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Mauro Repetto

Il drammaturgo, il filosofo.

Premetto sin da subito una cosa: non sono mai stato un grande fan degli 883.
Non che me ne vanti, per carità; semplicemente non l’ho mai capiti veramente.
O, meglio, credo che gli 883 siano uno di quei gruppi che se non ti si attaccano alle orecchie e allo stomaco a partire da una certa età, specie in quell’oscuro periodo chiamato pubertà, non riuscirai mai a “sentirli” sul serio. Molti amici mi accusano di snobismo o di fare il cantautore con la spocchia. Può darsi.

La verità è che nemmeno in quest’epoca satura di retromania – in cui si solleva un polverone se un pugno di musicisti indie realizza una compilation-tributo per la band di Pezzali – riesco ad andare oltre il muovere il piedino a tempo sul beat di Sei un mito. Che ci posso fare? È come la passione per il gioco del pallone, o la capisci oppure no; o ancora, parafrasando Chet Baker, parlare di 883 è come ballare di architettura.
Tuttavia, qualche anno fa, il mio amico Giallo Giuman mi fece ascoltare Zucchero Filato Nero, il primo e finora unico disco da solista di Mauro Repetto (qui un’esibizione targata 1995 n.d.r.), colui che viene ricordato dai meno accorti semplicemente come il biondo ballerino degli 883. Quell’album mi folgorò all’istante: un concentrato di energia, avanguardia ed urgenza espressiva che nemmeno i Clash o i Talking Heads nel ’77. Spinto dalla curiosità nei confronti di un autore tanto originale, feci qualche ricerca per scoprire che il soggetto in questione non solo aveva lasciato la band all’apice del successo ma che ora lavorava a Disneyland Paris sotto le “sincere” spoglie di Pippo e/o Pluto. Dopo aver appreso ciò non credevo che la mia stima nei confronti di Repetto potesse lievitare ulteriormente. E invece…
Qualche settimana fa sono stato contattato da Gigi e Andrea che mi hanno detto: «Lo sai che Mauro Repetto adesso fa l’autore teatrale a Parigi? Ti piacerebbe intervistarlo per Dude?». Inizialmente titubante a causa delle mie lacune riguardo agli 883, ho poi accettato con gioia. E meno male, perché la lunga chiacchierata con Mauro Repetto si è rivelata un’esperienza sorprendente, preziosa ed irrinunciabile.

Foto di Federico Tribbioli.

Ecco perché.
Apro Skype; l’appuntamento per l’intervista è fissato per le 15 ed è Mauro ad anticiparmi: mi chiama e, mentre appare nel riquadro video, sento un tenero schiamazzare di bambini misto al suono di esplosioni extraterrestri.

Mauro Repetto: Eccomi, ciao, scusa se ogni tanto sentirai casino ma ci sono i miei figli che stanno guardando Men in Black II perché domani c’è la première di MIB3 e volevamo ripassare. (Leggi la recensione di MIB3 che Mauro ha scritto per noi n.d.a.)

DUDE: Figurati, non preoccuparti, anche io domani andrò all’anteprima di MIB 3. Mi aspetto grandi cose.
C’è Josh Brolin che fa Tommy Lee Jones da giovane!

Già! Ed è scritto da un fratello Coen (in realtà no. È scritto dal quasi omonimo Etan Cohen n.d.r.), dovrebbe essere bello… E, a proposito di cinema, ho letto che il tuo monologo teatrale ne è pieno! Visto che da quel che si legge in giro sembra che nel tuo spettacolo confluiscano molte delle tue esperienze passate e molti linguaggi differenti, posso azzardare nel chiederti se consideri The Personal Coach uno spettacolo post-moderno?
Ma, ora che mi ci fai pensare, diciamo di sì. Nello spettacolo ho immaginato che un’ipotetica e neanche troppo improbabile trasmissione televisiva abbia come scopo quello di trovare il primo presidente del mondo. Nella trasmissione c’è naturalmente un gioco a premi e ci sono delle prove da superare. Ad esempio, ci sono due fazioni avversarie che hanno entrambe scommesso sull’esistenza dell’amore: la fazione di Cleopatra e quella di Sherazade. La scommessa prevede la contrapposizione statistico-matematica tra un’equazione in cui A = ? oppure A = 0 (l’amore non esiste) e in cui Tino – l’uomo di una coppia scelta a caso – uccide la sua compagna, Sophie, e un’equazione in cui A è diverso da 0 (quindi l’amore esiste) e Tino non uccide sua moglie.

Ah, quindi al programma partecipano anche personaggi iconici e mitologici!
Certamente. All’interno di questa trasmissione con giochi a premi scandalosi, si gioca alla presenza di un notaio e di un medium che – grazie alle tracce del DNA di candidati famosi ma anche defunti, come una traccia di saliva su una canna di Bob Marley, l’impronta delle mani di Marylin Monroe sulla Hollywood Boulevard, la sacra sindone di Gesù Cristo – sfruttano il presentatore Mr. Scaramuccia come tramite. Il presentatore, infatti, fa sia da corpo abitabile per l’evocazione degli spiriti dei candidati sia da intervistatore degli stessi. Quindi, in vari momenti dello spettacolo, si ha a che fare con Jim Morrison, John Holmes, André Breton, Bruce Lee e tanti altri. Ognuno di loro si propone come istruttore, un vero e proprio coach, per l’umanità intera, certo di poter fornire il proprio supporto con corsi utili a far superare ogni crisi. I corsi tenuti da questi personaggi sono molto pratici ma sfociano ovviamente nel surrealismo. Ti faccio degli esempi: Marylin Monroe insegna come prepararsi al primo appuntamento galante della propria figlia; Bruce Lee tiene corsi di cortometraggi Kung Fu mentre Ernest Hemingway si cimenta con la corrida. Si tratta, dunque, di un surrealismo molto pratico perché penso che nel futuro si andrà verso una iper-specializzazione. Non servirà più saper fare un po’ di tutto. Tra qualche anno, anche nei luoghi più selvaggi della terra, ci sarà qualcuno che magari saprà fare solo le fotocopie, però benissimo. In questo scenario, il personal coach sarà fondamentale per insegnarti quella singola disciplina specifica di cui avrai bisogno.

Ma a questo punto mi viene da chiederti: il personal coach avrà, a sua volta, bisogno di un personal coach?
(Ride, ndr) Sì, be’, ci ritroveremo avviluppati in un’infinita mise en abyme. Anche se il personal coach che intendo io, grazie a tutte le batoste che ha preso nella vita e grazie a tutte le pernacchie che lo hanno sollevato da terra, è diventato molto forte ed esperto, l’ideale per insegnare come cavarsela nella vita.

Quindi, visto che hai tirato in ballo anche Breton, pensi che surrealismo possa voler dire anche “politica”, nel senso più puro e meno ideologico del termine? Surrealismo come forma mentis o addirittura come strumento per sganciarsi dalle “regole comuni”, per citare Battiato?
Se intendi “politica” nel senso di “filosofia aperta”, una disciplina funzionale ad aiutare la gente, allora senz’altro. Per esempio c’è Jim Morrison che tiene un “corso di fantasma” in cui bisogna stare per ore ad osservare la gente fino a regredire e capire di nuovo la vera essenza dell’uomo. In pratica, quando la vita ti va veramente male devi imparare a trasformarti in un bambino, fare una sorta di metaforica “siesta” per avere la forza di giocare ancora. Il mio spettacolo parla a lungo proprio di questo, della necessità di reimparare ad osservare gli altri per trarne insegnamento.


Quindi per aiutare bisogna farsi aiutare? Mi sembra un bel circolo virtuoso fondato sulla condivisione! E, in un certo senso, anche la forma del monologo teatrale si può trasformare in una condivisione, una relazione molto diretta tra chi recita e chi ascolta, una messa a nudo di se stessi. A questo proposito, specie se consideriamo quante volte hai cambiato “vita”, ti domando: il teatro è il tuo modo per fare tabula rasa con il passato e con il resto? Hai voglia anche tu di “farti fantasma” come Jim Morrison e di liberarti da tutte quelle sovrastrutture che inficerebbero il contatto diretto con il pubblico? E poi, hai fatto caso che questo concetto di spoliazione esistenziale da te formulato ha molti punti in comune con il pensiero di Antonin Artaud, uno che non a caso professava la rinascita di un «corpo senz’organi», libero dai precetti imposti dalla società?
Esattamente, proprio così. Io abbraccio totalmente il concetto di tabula rasa cui hai accennato. Amo il teatro perché permette ad un corpo e ad una voce di distruggersi e ricostruirsi, ogni sera, sulla scena. Ti dà la possibilità di ricominciare ogni volta da zero, sia a livello artistico che a livello umano, ogni rappresentazione. E poi adoro l’intimità del monologo teatrale perché mi ricongiunge a due one man shows fondamentali per la mia formazione: da un lato la nonna che racconta le storie ai suoi nipotini (una delle forme di teatro spontaneo più antiche e formative che esistano) e dall’altro lo spasimante che a tavola cerca di essere il più brillante possibile per conquistare quella che lui spera diventerà la sua “lei”. Ecco, il mio modo di stare sulla scena si pone sul crinale di queste due figure: la nonna e lo spasimante. Il teatro, quindi, a differenza del cinema, ti permette di essere te stesso senza troppe sovrastrutture: puoi essere sia il nonno che l’amante ogni sera. E per quanto riguarda il parallelismo con Artaud, be’, di certo il teatro mi ha permesso di ricominciare a guidare un’automobile di cui avevo perso il controllo fino quasi a sfasciarla.

Tu ti esibisci in un circuito underground ma in cui puoi preservare integra la tua libertà espressiva. Come ti relazioni con il mondo dell’autoproduzione?
Trovo che l’autoproduzione, in questi tempi, sia fondamentale ma, attenzione, deve essere un punto di partenza e non una scusa per non essere pagati quando si lavora con l’arte o con la cultura. C’è da dire che oggi, con pochissimi soldi, posso quasi fare un film diverso ogni sera spendendo l’equivalente di un caffè al giorno. Tuttavia l’altro giorno ascoltavo su France Culture un reportage su Leonardo da Vinci in cui si diceva che lo stesso da Vinci ebbe bisogno di più mecenati, Francesco Sforza e Francesco I di Francia, per fare “il grande salto”. In sintesi: l’autoproduzione va bene e la consiglio a tutti ma poi, se quello che fai vale veramente, credo che ne debba beneficiare il più ampio numero possibile di persone. E questo, spesso, è possibile solo se trovi un bravo “mecenate”, meglio se illuminato.

Abbiamo più volte accennato a quanto cinema ci sia nel tuo teatro, un cinema che però è dissolto nella parola e nella drammaturgia, quindi una sorta di ossimoro! Eppure la settima arte ricorre nel tuo lavoro da sempre, persino il tuo disco Zucchero Filato Nero ne è impregnato. Quanto è importante il cinema per te e come si fa a fare cinema a teatro?
Il cinema è fondamentale. È un cibo prelibato, qualcosa che ti nutre in tutti i momenti della giornata. È una medicina che ti immunizza e ti permette anche di reagire meglio alle avversità. Ad esempio, il cinema mi ha soccorso quando ho dovuto impersonare mentalmente De Niro in Taxi Driver per rispondere a dei direttori marketing totalmente idioti, ignoranti e coglioni gridando: «I work anywhere anytime!». Sentirsi un personaggio cinematografico diverso a seconda delle esigenze è una grande risorsa. Non sai quanto sia utile sentirsi Bruce Lee o il Will Smith di MIB3 per fronteggiare una cassiera scorbutica del supermarket che ti rimprovera perché non sai riempire le buste in fretta e stai bloccando la fila.

E se dovessi fare una breve classifica dei tuoi punti di riferimento cinematografici?
Allora, sicuramente Cassavetes, Scorsese e Brian De Palma, sul quale ho fatto la tesi. E poi adoro anche la serie tv Entourage, perché mostra il bene e il male di Los Angeles e le contraddizioni del cinema. E per tornare alla tua domanda su quanto cinema c’è in Personal Coach, be’, oltre a Marylin Monroe, Breton e Bruce Lee abbiamo anche il padre del porno, John Holmes. Lui insegna a fare delle making love faces, ovvero come assumere delle corrette espressioni quando fai l’amore con una ragazza. Sembra una stupidaggine ma non lo è. Esistono canzoni R&B con titoli pruriginosi che mi fanno ridere di brutto, come Let the neighbours know my name oppure Anymore room for me in your jeans? o, il più divertente secondo me, Making love faces, che non a caso dà il nome al corso tenuto da John Holmes. Anche il porno è cinema, in fin dei conti. John Holmes, nel mio spettacolo, insegna a sviluppare i muscoli facciali per non fare la figura del vecchio porco o del cinghiale da foresta ed essere sempre all’altezza della situazione con la tua lady. Vedi, anche qui dal surrealismo si arriva alla pratica.

Mi sembra giusto. Ora, per concludere, un’ultima domanda. Visto che abbiamo capito che non ti piace stare fermo e dato che il teatro ti sta dando tante soddisfazioni, che ne pensi di realizzare, un giorno, un disco di teatro-canzone surreale in linea con il tuo spettacolo, magari con la collaborazione di Max Pezzali?
Mi piacerebbe sperimentare in quella direzione, a patto di rimanere in una dimensione squisitamente live. Però ti ricordo che io non sono affatto capace a cantare. Magari con qualcuno che cantasse per me non mi dispiacerebbe coniugare monologhi e canzoni, una sorta di nuova commedia musicale, qualcosa di non troppo sputtanato. Max, invece, lo vedo tra una settimana e con lui ho esattamente lo stesso rapporto che avevo in terza liceo. Ci piace divertirci e giocare assieme, non necessariamente per “lavorare” (??). Mi piace la sua compagnia e per ora questo è più che sufficiente.

Grazie Mauro, è stata veramente una chiacchierata entusiasmante. Buon lavoro! Non vedo l’ora di avere notizie delle tue prossime evoluzioni artistiche.
Grazie a te, è stato un piacere. Se ti capita di venire a Parigi chiamami assolutamente, non ti fare problemi e vieni a casa mia così ci prendiamo un caffè e continuiamo la conversazione o ci scambiamo opinioni su questo MIB3.

E così l’intervista si conclude. Mauro Repetto si è dimostrato essere non solo un uomo sensibile, coraggioso, colto e coinvolgente ma anche una persona di un’umiltà disarmante. Inizialmente sembrava che l’intervista per Dude la dovessi fare a Franco Battiato, ma sinceramente, dopo aver parlato di John Holmes e di surrealismo con Mauro Repetto, non sento proprio di potermi lamentare.

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