
Goi è un villaggio fantasma. La scuola è diroccata, il piccolo municipio ricoperto da erbacce, di alcune case non rimangono che muri scrostati. Dal 2009 qui non vive più nessuno.
A segnare per sempre il destino di Goi sono state le perdite della Trans Niger Pipeline, l’oleodotto che attraversa la regione fino al terminale di Bonny, dove il greggio viene processato prima di essere esportato in tutto il mondo. Nel 2004 un tubo della Shell vecchio di decenni non ha resistito più all’usura del tempo, crepandosi e versando così nello specchio d’acqua accanto al quale era sorto il villaggio, il suo carico funesto. Gli alberi e le piante si sono ammalati, i pesci sono morti, la terra si è impregnata di una sostanza oleosa che ne ha minato la fertilità. Qui di perdite ce ne sono state altre, nel 2008 e nel 2009, ma di opere di bonifica non se n’è vista nemmeno l’ombra.
Eric Dooh, uno dei capi della comunità di Goi, ci illustra la triste storia della sua famiglia. Qui suo padre dava lavoro a oltre 200 persone, tra l’impresa ittica e il panificio. «Adesso non c’è più nulla da pescare e l’acqua e la legna che usavamo per il panificio sono contaminate. Nessuno ci ha risarcito per il danno economico che abbiamo subito, anzi, come tutti gli altri ce ne siamo dovuti andar via». Ma le conseguenze del disastro non si fermano qui. «Mia madre è morta per una malattia respiratoria, anche io uso continuamente medicinali per lo stesso tipo di problemi. All’improvviso sono diventato allergico all’ambiente dove sono nato e vissuto per tanto tempo con la mia famiglia».
La vicina comunità di Bodo, la più popolosa dell’Ogoniland con i suoi 69.000 abitanti, ha deciso di adire le vie legali esperendo una class action davanti a una corte londinese. La Shell ha ammesso le sue responsabilità per le perdite occorse nell’estate del 2008 e nel febbraio del 2009 nel Bodo Creek, il bacino d’acqua dall’estensione di oltre miglia e che visitiamo su una barca di pescatori, ormai impiegata solo per qualche occasionale trasporto merci. La linea tracciata dalla bassa marea mostra le due facce del disastro: sopra il verde delle enormi foglie degli alberi di mangrovie all’apparenza ancora rigogliosi (ma in realtà diminuiti in maniera sensibile rispetto al passato), sotto il nero del petrolio che avvolge nella sua morsa letale le radici e già da tempo ha cancellato ogni forma di vita.
«Adesso la gente non ha più lavoro e trova molte difficoltà nel procurarsi del cibo: per pescare devono spingersi fino in mare aperto, a ore di viaggio da Bodo City. La nostra economia ormai è sull’orlo della paralisi», denuncia King Felix Geredeela, il capo della comunità, che insieme agli altri “saggi” del villaggio ci accoglie nella modesta sede del consiglio cittadino in Hospital Road.
Goi e Obodo non sono rientrate tra le località dell’Ogoniland visitate dagli esperti delle Nazioni Unite negli ultimi quattro anni. Eppure nel loro rapporto finale gli emissari dell’Onu affermano che per bonificare l’intera regione serviranno 30 anni e che la Shell dovrebbe pagare un conto iniziale di un miliardo di dollari.
Nel Delta i devastanti impatti dall’attività estrattiva si incontrano ovunque. A Ebocha, nel Rivers State, una società sussidiaria dell’Eni chiamata Nigerian Agip Oil Corporation (NAOC) ha iniziato la produzione nel 1970. Mentre incontriamo una settantina di rappresentanti della comunità locale nell’ampia sala della chiesa, fuori piove a dirotto. Una volta da queste parti la pioggia era una benedizione; insieme alla estrema fertilità del terreno faceva sì che bastasse un solo raccolto per sfamare tutta la popolazione e riuscire anche a rivendere quello che avanzava. «Ora nemmeno con tre o quattro semine riusciamo a far fronte ai nostri bisogni» ci spiega Edna. «A quei tempi per raccogliere la manioca dovevi tagliarla, ora le radici sono così piccole e avvizzite che si può prendere con le mani senza fare il minimo sforzo».

Colpa delle piogge acide provocate dal gas flaring, il gas connesso al processo d’estrazione del greggio e bruciato in torcia. All’ingresso del villaggio di Ebocha contiamo tre torri le cui sommità sputano senza soluzione di continuità lingue di fuoco che salgono in cielo per oltre una ventina di metri. Il gas flaring fa ormai parte del panorama, 24 ore al giorno, sette giorni a settimana e dodici mesi l’anno. Avvicinarsi agli impianti non è facile, la zona è fortemente militarizzata. Ma già a mezzo chilometro dalle torri il calore aumenta e si sente un rumore assordante. I numerosi fiumiciattoli in passato erano ricchi di giganteschi pesci gatto e di carpe che facevano la gioia dei tanti pescatori della zona. Delle oltre mille specie di pesci che si trovavano fino a qualche decennio fa, ne sono rimaste solo un centinaio.
«La nostra comunità non ha alcuna voce in capitolo, le compagnie continuano ad affermare che non impiegano il gas flaring, ma noi sappiamo bene qual è la realtà perché la viviamo quotidianamente sulla nostra pelle». Elder Dandy è il coordinatore dell’Host Community Network e fa fatica a contenere il suo risentimento per uno status quo che ormai da troppo tempo non accenna a migliorare. «Noi siamo i più poveri dei poveri, tante famiglie vivono con meno di 100 naira (0,50 euro) al giorno, eppure negli impianti dell’Eni ogni giorno si producono 50mila barili di oro nero» ci illustra Dandy.
Anche nei paraggi di Kwale e Okpai, villaggi del Delta State a poche decine di chilometri da Ebocha, i pennacchi di fuoco di almeno cinque gas flaring fanno capolino tra la fitta vegetazione tropicale. Anche questa è un’area di competenza dell’Eni, tramite la NAOC. Qui però le tensioni sociali sono molto più marcate. Mentre percorriamo le strade sterrate costeggiate da povere case con tetti di lamiera – che le piogge acide rovinano dopo pochi mesi – e muri di fango, l’avvocato Chimennma Hessington Okolo ci fornisce un quadro molto chiaro della situazione. In qualità di presidente della federazione nazionale dei giovani Ndokwa svolge un ruolo molto attivo all’interno delle varie comunità interessate. «Petrolio e gas sono risorse limitate, non durano per sempre. Sono risorse del nostro territorio, chi le estrae deve lasciare qualcosa, contribuire allo sviluppo delle comunità ospitanti. E cosa ci ha lasciato Agip dopo tanti anni? Niente scuole, niente strade, se non qualche chilometro di asfalto per raggiungere i propri impianti. Allo stesso tempo ha preso la nostra terra, ha inquinato i nostri fiumi. Soffriamo di malattie respiratorie sconosciute in passato. E se alziamo la testa per protestare, Agip si rivolge al governo nigeriano e arriva l’esercito a reprimerci» denuncia.

Proprio i soldati ci impediscono l’accesso all’impianto di produzione di energia elettrica (Independent Power Plant) di Kwale. Un’opera che era in cantiere da tempo, ma la cui costruzione è iniziata solo al principio del decennio scorso, quando per l’Eni si è materializzata la possibilità di presentare il progetto come intervento per la riduzione delle emissioni in atmosfera derivate dal gas flaring tramite il meccanismo di sviluppo pulito (Clean Development Mechanism – CDM) del Protocollo di Kyoto. L’impianto per la produzione di 450 megawatt dovrebbe utilizzare i gas associati all’estrazione del petrolio per generare energia elettrica destinata alla rete di distribuzione nazionale.
In merito esiste un accordo con il governo nigeriano che risale al 2002, ci dicono i capi villaggio di Kwale. Nessuno di loro lo ha mai visto. I documenti che riguardano la costruzione di infrastrutture collegate all’estrazione e al trasporto del petrolio in Nigeria non sono mai stati resi pubblici. Al 2002 risale anche la valutazione di impatto ambientale del progetto, di cui possiamo leggere alcune pagine. Tra le raccomandazioni, incluse nella valutazione dalla stessa NAOC, quella di «fornire energia elettrica alle comunità Ndokwa residenti nel raggio di 50 chilometri dalla centrale, come previsto dalla legge, riducendo così conflitti esistenti e aiutando a costruire la pace e il benessere comune».
Nelle comunità di Kwale e Okpai e nelle altre decine di comunità Ndokwa residenti nel raggio di 50 chilometri dalla centrale a gas, ad oggi non c’è traccia dell’energia prodotta nella centrale, né c’è la certezza assoluta che le emissioni siano state ridotte. Le uniche fonti di luce, dal tramonto all’alba, sono quelle alimentate dai generatori a diesel che le famiglie più ricche possono permettersi. Dell’Independent Power Plant non possiamo fare riprese o scattare fotografie. Però la mastodontica nuvola di fumo grigio che proviene dalla sua direzione la scorgiamo benissimo.
Per info: www.crbm.org | www.lucatommasini.it









