asa nisi masa: L’iperrealismo umanizzante di Gabriele Grones
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L’iperrealismo umanizzante di Gabriele Grones

Così frontali, paiono stesi su un tavolo autoptico, dove egli, dolcemente, definitivamente, li apre.

La formazione di Grones è quella classica delle scuole d’arte; nel suo background la pittura europea del XIX secolo, oltre a molta pittura americana di fine ?800 […]. Dopo un lungo esercizio sui soggetti tradizionali, l’artista intraprende il proprio personale cammino. Il ritratto a figura intera, di genere, comincia a parergli inadeguato, statico, chiuso in se stesso. La pittura passata, amatissima, è ferma nella storia, mentre Grones è spinto a cercare un modello originale, rinnovativo, contemporaneo.
Lavorando sul ritratto frontale […], opera per farne un’icona; per dipingere un’immagine centrata, formalmente compiuta, autonoma. L’uomo è rappresentato, sintetizzato, nel proprio volto, che ne costituisce una sorta di biografia carnale.
L’artista procede dunque nelle operazioni di scavo, per portare alla superficie (pittorica) le sedimentazioni, le tracce di quegli accadimenti privati, di quelle realtà emotive, incarnatesi sul volto. Al ritratto può essere affidato un compito radicale e spaventoso: esso è in grado di rappresentare la stessa essenza vitale della persona.
Ma perché ciò sia possibile,

tale ritratto dev’essere rigoroso. Un’attenzione al tempo stesso umanistica e chirurgica, consente a Grones di precisare il modello. Il formato delle tele generalmente contenuto, coerente con questa microscopia analitica del segno emotivo; l’abolizione degli sfondi, distrattivi; l’estrema perizia nell’esecuzione della trama, del tessuto, delle micro-variazioni, delle strutture tonali, del colore, dell’illuminazione: sono questi gli strumenti d’indagine con cui egli penetra nelle mappe emotive che affiorano sui volti degli uomini.
È una sorta di speleologia pittorica, lenta e meticolosa, che si pratica con la calma e la paziente concentrazione dell’entomologo, dell’anatomo-patologo. Il ripescaggio dei sedimenti, intesi quali tracce di vita, si compie silenziosamente. Attraverso circospezioni micrometriche ed un controllo assoluto del segno.
Questo metodo di lavoro intende dunque, sempre attraverso una riaffermazione della pittura, trascrivere umanamente la verità dei fatti emotivi di cui è costituita una vita. È un atteggiamento, evidentemente, distante dal puro visivo di matrice iperrealista, nel quale tutto è già lì, presente sull’immagine, ed il dettaglio

è copia, e l’opera finita non è che un frame impressionista. I ritratti di Grones sono lontanissimi dall’essere copie di volti. Sembrano piuttosto referti contemporanei. L’approccio è esistenzialista spirituale e concettuale (che la base della riflessione, e della pittura di Grones, sia anche concettuale, appare evidente nel grande Self-portrait del 2009-2010). Le espressioni sui volti non sono tranquille. I soggetti non sorridono compiacenti al pittore mentre questo li ritrae. Così frontali, paiono stesi su un tavolo autoptico, dove egli, dolcemente, definitivamente, li apre. Ci ricordano il Cristo morto di Mantegna più che non Richard Estes. Per essere raccolti, traslati in quadro, senza disturbare quest’operazione, devono giacere fermi, supini, come morti. Ecco perché sono immobili. L’artista li ha congelati. Ed è in questa sospensione, una volta messili in ambra, che Grones può compierne l’acquisizione, estraendo i filamenti di umanità. Cercando in quei visi il fondo della loro verità di uomini, la loro anima.
Testo di Gianluca d’Incà Levis
Opere di Gabriele Grones


Roberto, olio su tela, 42×32 cm – 2010

Elio, olio su tela, 38,5×30,5 – 2010


Senza titolo, olio su legno, 50×40 cm – 2011


Self portrait, formato da 393 ritratti ad olio su tela – 2010


Roberto (Red Light), olio su tela, 30×31 cm – 2011.

Luce, olio su tela, 20×20 cm – 2010.

Manuel, olio su tela, 20×28 cm – 2008.

Matteo, olio su tela, 30,5×41,5 cm – 2010.

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