BELLAGENTE: Kokoro | BELLAGENTE 2016
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Kokoro | BELLAGENTE 2016

Freddo, cielo girigio, operai che montano i banchi del mercatino natalizio vicino Porta Galliera. Lascio Bologna, mia città d’adozione, con una sensazione di piacere silenzioso, quella stessa che provi quando fuori piove e fa freddo e tu sei in casa ad accendere il fuoco per il Ciobar. Sto tornando a Roma, a casa, per intervistare […]

Freddo, cielo girigio, operai che montano i banchi del mercatino natalizio vicino Porta Galliera. Lascio Bologna, mia città d’adozione, con una sensazione di piacere silenzioso, quella stessa che provi quando fuori piove e fa freddo e tu sei in casa ad accendere il fuoco per il Ciobar. Sto tornando a Roma, a casa, per intervistare David e Benedetta, ossia le menti, e le mani, di Kokoro, marchio e linea d’abbigliamento femminile, che è anche una boutique nel cuore di Rione Monti.

kokoro

Conosco Kokoro ormai dai primi anni dell’università e mi ero sempre chiesta chi ci fosse dietro un’idea semplice ma efficace come quella che Kokoro incarna: abiti unici, versatili, dal taglio minimale ma riconoscibile nell’attenzione al dettaglio, realizzati con tessuti colorati, particolari, fantasiosi, e un’accessibilità di costi tale da incuriosire anche la studentessa squattrinata e totalmente marchiata H&M che ero. Mi accolgono nel loro negozio/laboratorio in via del Boschetto, in una Monti già in pieno spirito natalizio. Ci sistemiamo sul bancone di legno rosso che in quell’ora di chiacchiere divideremo con Julia, una delle sarte con cui collaborano che, mentre parliamo, lavora a macchina per dei nuovi prototipi di maglioni.

«Kokoro è una parola giapponese che significa “cuore”, inteso anche nell’accezione di “anima”» mi dice praticamente subito Benedetta – occhi vispi e sorridenti, una vitalità da ragazzina tipica di chi fa la vita multitasking della mamma di due bimbi e della creativa. Un nome che racchiude perfettamente il concept che dà vita alla linea: spontaneità, affetto, passione e originalità nel lavoro di ideazione e realizzazione degli abiti. Dietro ogni modello Kokoro c’è una storia, che parte dal viaggio di ricerca sul tessuto – che Benedetta e David vanno a pescare direttamente fino in Thailandia, dove trovano stoffe e fantasie impensabili per la tendenza italiana al basic – passando per lo schizzo del modello, che si realizza poi attraverso aggiustamenti durante la confezione, in un processo che si conclude direttamente sul corpo di chi lo compra, da dove poi l’abito riparte per iniziare una nuova vita.
«A me interessa tutto il percorso che fa un capo: la ricerca da cui si parte e che lo porta ad essere esposto nel contenitore del negozio, dove arriva la cliente, che lo trova e lo sceglie tra moltissimi altri prodotti disponibili sul mercato e che così è un po’ come se lo creasse lei stessa – mi racconta David, che parla e si muove con un’eleganza di altri tempi – e da lì poi inizia un’altra storia ancora, fatta dalle aspettative di chi lo ha comprato, dall’occasione in cui lo indossa e per cui lo ha scelto, dal suo armadio, i suoi viaggi, cose che magari poi lo trasformano nel suo abito preferito». Quella di Kokoro è quindi una storia di viaggi, di amicizie e di incontri, o meglio rincontri. David e Benedetta sono infatti amici di lunga data, ritrovatisi qualche anno fa, dopo un viaggio in India e Thailandia di Benedetta: «Kokoro è nato dalla passione per il viaggio. Volevo guadagnare qualcosa dopo essere tornata dalla Thailandia; un mio amico aveva un banco a Porta Portese e ho iniziato vendendo lì quello che cucivo con le stoffe che avevo riportato dall’Asia. Il mio percorso in realtà è stato tutt’altro: sono laureata in filosofia ma le mie nonne erano entrambe sarte, quindi l’ago e il filo evidentemente li porto nel DNA. La domenica a Porta Portese però avevo molto successo, le clienti mi chiedevano dove potevano trovarmi durante la settimana, così ho deciso di ricontattare David, che nel frattempo aveva aperto il “suo” Kokoro in zona universitaria e aveva lanciato una propria linea». In effetti, l’eleganza di David non mente: la moda e l’abbigliamento per lui sono di casa: «Mio nonno fu tra i primi a portare a Roma l’abbigliamento maschile da confezione, accanto alla sartoria tradizionale su misura. Sono cresciuto in questo ambito e ho iniziato a lavorarci fin da giovanissimo». Non a caso, tra i due David è quello più attento al contenitore: le inconfondibili shopper di tela rossa con il logo di Kokoro al posto delle sportine sono una sua idea. Il nucleo originario di Kokoro è appunto il negozio di David in viale Ippocrate; il suo brand si sposava benissimo con la filosofia dietro le creazioni di Benedetta. Una volta rincontrati, quindi, decidono di tenere il nome, reinventando il logo (una macchina da cucire al posto di un manichino stilizzato) e di dar vita al negozio in via del Boschetto, dove dal 2006 troviamo esposta la loro linea originale.

«Fin dall’inizio è andata molto bene, così che abbiamo potuto ampliare la linea: prima solo abiti e maglie, ora anche giacche, pantaloni, accessori, ecc. Per un po’ abbiamo avuto anche un secondo punto vendita in via della Chiesa Nuova», ricorda Benedetta, mentre continua a confabulare con Julia sul modello che sta cucendo e saluta le clienti che entrano in negozio. Sia Benedetta che David disegnano i modelli, ma il processo che porta alla realizzazione degli abiti è frutto di un continuo rimodulamento sartoriale: «ci piace andare a braccio: abbiamo un approccio decisamente pratico – mi spiega David – si parte da uno schizzo e poi si passa subito alla confezione, il modello definitivo nasce dagli aggiustamenti direttamente sull’abito già abbozzato». «Quando mi definiscono “stilista” mi viene da sorridere – aggiunge Benedetta – io cerco solo di realizzare idee che prendo in modo istintivo da quello che vedo. Può bastare una ragazza che cammina in strada a suscitarmi un’immagine, che poi io butto giù e cerco di rendere concreta, spiegandola alle sarte». Una dimensione familiare, intima, e un’idea di abbigliamento, ma anche di consumo, fondata sulle persone, plasmata dai loro desideri, il più accessibile possibile. Come ci racconta Benedetta: «A me piace la femminilità in tutte le sue declinazioni. Quando creo un modello non ho in mente un tipo preciso di donna. Al contrario, cerco di tenere presente tutte le tipologie femminili, con le loro figure diverse, così da realizzare un abito che possa star bene a tutte. In fondo è un po’ una sfida, mi intriga immaginare un modello che superi gli ostacoli tra taglie e forme». Nelle sue parole cerco di intravedere le fattezze della cliente tipo che entra per spulciare, prova, scambia chiacchiere e opinioni con chi trova dietro il bancone del negozio-laboratorio, ma Benedetta mi blocca subito: «è impossibile definire il nostro pubblico. Qui entra di tutto, dalle ragazze molto giovani fino alle loro sorelle, le mamme, le zie». Una sorta di “democraticità” in cui lo shopping è davvero un gesto di affetto verso sé stessi, un momento  di appropriazione della nostra identità attraverso un immaginario, e non una corsa all’adeguamento a un modello calato dall’alto. E non solo in un senso metaforico ma letterale: ogni capo può infatti essere aggiustato sartorialmente in base alle caratteristiche delle clienti e le modifiche sono rigidamente gratuite. «Non crediamo troppo nel concetto di moda del momento – mi conferma infatti David subito dopo – per noi una cosa bella lo è ora come lo sarà tra dieci anni. I nostri modelli, infatti, sono piuttosto semplici, ma ognuno ha una sua unicità che sta nei dettagli: un bottone, una cucitura, il tessuto. Sono abiti che possono essere indossati tutti i giorni, ma che hanno una loro anima e una loro bellezza che vogliamo resista agli anni e alle mode. Quando ci capita di allinearci alle tendenze è più per un fatto fisiologico che per una scelta. Dipende dall’essere continuamente esposti da immagini omologate che per forza di cose plasmano il gusto. Per questo per noi è molto importante il viaggio, perché ci permette di uscire dagli automatismi, di aprirci al nuovo e all’inconsueto, di rinnovare il nostro immaginario». L’accessibilità dei costi è quindi solo uno degli elementi di un progetto che ha il merito di riuscire a declinare unicità e originalità in un senso inclusivo e alla portata di tutti. Un’alchimia sottile frutto del piacere di svolgere un mestiere, dell’impegno nella ricerca, della volontà di restare coerenti a uno spirito, magari anche a costo di sacrificare un po’ di ambizione. Mentre parliamo, il traffico in negozio aumenta. È arrivata infatti Silvia, collaboratrice storica e amica dei due. Il negozio da laboratorio si trasforma in cameretta: si chiacchiera di scarpe, di gag con le clienti in negozio, si ragiona sul capo che Julia sta confezionando, ci si prova gli ultimi acquisti. «Vedi – mi dice Benedetta additandomi Silvia – è lei è quella “moderna”, è il nostro braccio destro e gestisce tutti i nostri canali social: pensa che io non so nemmeno la password del nostro profilo Facebook! Probabilmente dovremmo deciderci a promuoverci meglio ma non fa proprio per me. Ad esempio, abbiamo lavorato con la Barilla per una pubblicità, siamo stati citati per gli abiti in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì. Sono cose che dovremmo rendere più visibili, ma non abbiamo quella mentalità, noi siamo proprio dei creativi e basta». Un’affermazione non così scontata, in un momento in cui siamo naturalmente portati a considerare la comunicazione l’arché di ogni business riuscito. Gli domando del perché non abbiamo mai deciso di aprire punti vendita in altre città, ad esempio Milano o Bologna, dove sicuramente non faticherebbero a trovare spazio. Mi risponde Benedetta con un sorriso quasi placido: «Per farti capire, tutti quelli che lavorano con noi sono degli ex clienti. Potrei anche aprire altrove, me lo chiedono in tanti. Ma non potendo esserci io, non mi piacerebbe pagare semplicemente qualcuno perché convinca qualcun altro a comprare i miei capi. Quello che mi interessa è lo spirito, l’anima di ogni punto vendita, per me questo è l’importante». Non è forse un caso se Kokoro è una delle prime attività che hanno contribuito alla rinascita di Monti, ormai qualche anno fa; un Rione che, nonostante la fantomatica hipsteria, riesce comunque a mantenere un’anima e una tradizione, quella dell’artigianalità. Qui la gentrificazione sembra aver conservato realmente l’identità del quartiere senza trasformarla nella versione posticcia della stessa, al contrario di quanto avvenuto in altre zone storiche di Roma. Tutto questo mi sembra aver a che fare con uno di quei concetti spesso chiamato in causa nel descrivere le forme della nostra cultura, l’autenticità. Ma come si fa a conservarla, questa autenticità, pur diventando una realtà consolidata come quella di Kokoro? La risposta di David disinnesca ogni mio ragionamento: «Sì, è complesso, ma in verità è anche molto semplice. A me appassiona esattamente questo: la vita e direi quasi la fatalità insita in ogni nostro prodotto e nel lavoro che c’è dietro, cose che non possono esistere nel grande marchio. Quella è una dimensione più organizzata, più “professionale” per certi versi, ma anche decisamente più piatta».

Kokoro rappresenta così una via terza tra l’abbigliamento economico ma massificato e l’alta moda, inaccessibile ai più. In un certo senso, è un marchio che pratica un’alternativa resiliente alle grandi catene, che vendono l’illusione dell’eccezionalità mentre di fatto confezionano divise, tutte uguali e di scarsissima qualità. Lo stile di Kokoro dimostra invece che è possibile immaginare uno stile originale e riconoscibile che non soffochi la personalità di chi lo indossa, marchiandola, ma che si adatti a questa e la esalti attraverso modelli semplici e unici, alle fantasie colorate ma mai sopra la righe. Il segreto sembra quindi stare nel saper scegliere consapevolmente la propria dimensione e nel praticarla con determinazione, ma anche con un po’ di quella leggerezza tipica di chi fa qualcosa semplicemente – o eccezionalmente? – perché è ciò che ama fare.

 

Foto di Marco Rapaccini (Officine Fotografiche Roma)

 

Lorenza Accardo
Divisa tra Roma e Bologna, sogna di fare la popstar. Reduce dalla vertigine semiotica, collabora con alcuni festival di arti performative e scrive qua e là. @LouSophia7
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