Attualità: Cani nello spazio
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Cani nello spazio

In tutto si stima che l’Unione Sovietica utilizzò per le proprie missioni un totale di cinquantasette cani. Tra questi c’era anche Laika, la più famosa tra gli animali spaziali. Ma andiamo con ordine: perché i russi hanno scelto proprio i cani?

Tra le varie rivalità della Guerra Fredda tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la più pittoresca è stata senza dubbio la cosiddetta Space Race, vale a dire la corsa alla “conquista dello spazio”: le due superpotenze si affrontavano a distanza per raggiungere per prime traguardi sempre più importanti (e quindi sempre più lontani), cercando di portare l’essere umano oltre i confini terrestri. I tentativi furono molti e inizialmente, come spesso succede in campo scientifico, per testare le attrezzature vennero utilizzati altri essere viventi. Nel caso della corsa allo spazio, in particolare, l’URSS decise di avvalersi di una specifica specie: quella canina. 

In tutto si stima che l’Unione Sovietica utilizzò per le proprie missioni un totale di cinquantasette cani. I primi vennero usati esclusivamente per voli sub-orbitali, mentre quelli che effettivamente vennero lanciati nello spazio, tra il 1957 e il 1969, furono in tutto tredici. Tra questi c’era anche Laika, la più famosa tra i cani spaziali. Ma andiamo con ordine: perché i russi hanno scelto proprio i cani, e non un altro animale?

Perché i cani

Come viene spiegato in questo articolo, gli scienziati decisero di utilizzare i cani per i lanci nello spazio perché riuscivano a sopportare meglio lunghi periodi di inattività, rispetto ad altre specie animali. Nello stesso articolo si dice anche che i cani fossero per lo più randagi trovati per le strade di Mosca (già abituati a resistere al freddo e alla fame), e che venissero sottoposti a duri allenamenti per poter resistere agli stress di un viaggio nello spazio. 

I cani venivano sistemati in delle piccole gabbie e lasciati lì per almeno quindici giorni: come si nota da una delle foto di Laika, il satellite Sputnik 2 sul quale viaggiava era a malapena sufficiente per contenere un cane della sua taglia. Inoltre, venivano preferite le femmine perché per loro sarebbe stato più facile urinare, non dovendo alzare la zampa. Il motivo della scelta era legato anche al fatto che le femmine fossero più docili rispetto ai maschi, e in generale anche più piccole di taglia. 

I cani come accennato affrontavano un duro allenamento, necessario per sopportare poi lo stress del viaggio spaziale: erano allenati a indossare delle speciali tute e inoltre venivano inseriti in alcuni speciali macchinari (si parla proprio di “centrifughe”) che simulavano il lancio, tra rumori forti e sbalzi di pressione. Per quanto riguarda il cibo, i cani si nutrivano tramite un composto gelatinoso con alti valori nutritivi. Costantemente monitorati, gli animali si preparavano così a viaggiare nello spazio ancor prima dell’uomo. 

Laika, il primo essere vivente nello spazio

Fino al 1957, nessun cane è stato impiegato in voli orbitali: tutti gli animali lanciati nel cielo dai sovietici si sono limitati a voli sub-orbitali. Nel frattempo, l’URSS era riuscita a ottenere una storica vittoria nella Space Race contro gli USA: il 4 ottobre del 1957 il satellite Sputnik 1 fu il primo in assoluto a essere lanciato in orbita. Sulla scia dell’entusiasmo, galvanizzati da quella conquista, i sovietici decisero di spingersi ancora più in là: avevano intenzione di lanciare il primo essere vivente nello spazio. Il tempo era poco, la data fissata era quella del 7 novembre, 40° anniversario della rivoluzione russa. Neanche a dirlo, la scelta ricadde su un cane. In particolare su Laika.

Tre anni, ex randagia, meticcia (metà husky e metà terrier) e dal peso di circa sei chilogrammi: Laika (“colei che abbaia”, in russo) era l’astronauta perfetto, piccola e resistente, docile e preparata per quel compito con duri addestramenti. Laika inizialmente non era sola: per partecipare a quell’evento vinse una sorta di ballottaggio con Mushka e Albina, altre due bastardine prese nelle strade di Mosca che vennero addestrate insieme a lei. Alla fine la scelta ricadde su di Laika, che in America è conosciuta come “Muttnik”, un mix di “mutt” (bastardino) e Spuntik 2, il satellite sul quale Laika viaggiò. Secondo alcune fonti, il suo vero nome sarebbe stato “Kudryavka”: troppo difficile da pronunciare, venne scelto il più semplice Laika.

Prima del decollo, Laika venne cosparsa con una soluzione alcolica e coperta di iodio in alcuni punti dove furono posizionati dei sensori per monitorare le sue funzioni vitali. Lo spazio in cui venne sistemata era ristretto, ma Laika aveva comunque la possibilità di accucciarsi e di cibarsi di quel famoso composto gelatinoso ad alto contenuto proteico. 

Alla fine partì per lo spazio il 3 novembre del 1957, quindi con quattro giorni di anticipo rispetto alla tabella di marcia. Il lancio ebbe successo: il satellite Sputnik 2 entrò nell’orbita terrestre, viaggiando a una velocità di 18.000 km orari e facendo il giro della Terra in un’ora e 42 minuti. Il tutto con a bordo un cane. 

Il destino di Laika era segnato già al momento della partenza: con tempi così ristretti gli scienziati sovietici non ebbero il tempo di pensare a un piano di recupero. Diverse teorie circolavano sul modo in cui il cane morì: secondo alcuni l’ultima razione di cibo conteneva del veleno, secondo altri dopo qualche giorno ci fu un cortocircuito che portò la temperatura ad abbassarsi vertiginosamente, causando la morte di Laika. La verità venne rivelata solamente nel 2002 dal dottor Dimitri Malashenkov, colui che seguì il cane in quel periodo: Laika morì tra le cinque e le sette ore dopo il lancio. I motivi sono legati soprattutto allo stress, alla paura e al caldo provocato dalla velocità del satellite. 

Una delle ricostruzioni più precise e drammatiche è questa di Repubblica, dove viene spiegato che ci fu «un aumento parossistico delle pulsazioni quando i motori s’accesero e il missile cominciò a vibrare sollevandosi dalla piazzola», e che poi  «raggiunta la velocità orbitale, il ventilatore, secondo i leggendari standard del controllo di qualità sovietica, naturalmente non funzionò e la temperatura nella trappola spaziale cominciò a oscillare tra il caldo e il freddo estremi». Da lì, le pulsazioni in aumento, e infine la morte, sopraggiunta forse a causa della temperatura, oppure «per l’umidità che si era accumulata nel suo ansimare dentro quello spazio», o ancora per «l’anidride carbonica che i filtri nella capsula avrebbero dovuto ripulire, ma che, probabilmente, non funzionarono a dovere. Il dottore non è sicuro».
Ciò che è sicuro è che Laika morì nello spazio poche ore dopo il decollo, e che il satellite sul quale era a bordo continuò per diversi mesi a orbitare attorno alla terra. Sputnik 2 rientrò nell’atmosfera terrestre l’8 aprile del 1958, incendiandosi e cremando così il corpo di Laika al suo interno. Laika, primo essere vivente a essere lanciato nello spazio, è passata alla storia come una sorta di eroina. A lei sono stati dedicati film e canzoni, inoltre sono state realizzate molte stampe commemorative e cartoline con il suo muso in primo piano. Nel 2005 le è stata dedicata una specifica area del pianeta Marte, mentre nel 2008 a Mosca è stata eretta una statua in suo onore: su Tripadvisor il monumento in questione ha ben 4,5 stelle. Oggi il nome di Laika compare nell’elenco dell’istituto aerospaziale di Mosca che ricorda i cosmonauti morti in missione.

Damka, Krasavka e i quesiti etici sugli animali nello spazio

Oltre a quella di Laika, un’altra storia degna di nota tra le tante che riguardano i cani nello spazio è sicuramente quella di Damka e Krasavka: su Wikipedia la vicenda è raccontata in maniera dettagliata e ha i contorni di un film apocalittico che si svolge in un universo parallelo in cui a dominare la Terra è la specie canina, invece di quella umana. Damka e Krasavka presero parte a un volo sub-orbitale che partì subito male: per una serie di guasti la missione fallì, e il meccanismo di espulsione dei due cani non funzionò. Intrappolate lì dentro, Damka e Krasavka rientrarono sulla Terra insieme alla capsula, che precipitò affondando nella neve. I soccorritori giunsero sul luogo, ma non c’era abbastanza luce per procedere all’estrazione dei due cani: venne solamente riportata una temperatura di -45°, con l’oblò della capsula che si era ghiacciato. Il giorno seguente, contro ogni previsione, all’apertura della capsula si sentirono Damka e Krasavka abbaiare: erano molto infreddolite, ma erano vive. Vennero quindi avvolte in cappotti di pelle di pecora e trasportate in aereo a Mosca. 

I cani, comunque, non sono gli unici animali a essere stati utilizzati per testare i voli spaziali. In questo articolo su Vice vengono raccolti tutti gli esemplari che hanno preso parte ai lanci: ad esempio, nel 1968 due tartarughe sovietiche fecero il giro attorno alla Luna e tornarono vive sulla Terra. La lista di esseri viventi che negli anni hanno preso parte ai lanci è lunga, e si stima che la percentuale di sopravvivenza sia stata del 66%.

A questo proposito, resta acceso ancora oggi il dibattito sull’utilizzo degli animali per i test spaziali, che si inserisce ovviamente all’interno del più ampio contesto delle sperimentazioni sugli animali, tema che meriterebbe un articolo a parte, come minimo. Laika, anche in tal senso, è un simbolo: cercando informazioni sui cani nello spazio mi sono imbattuto in questa tesi di laurea che si apre proprio con la storia dello Sputnik 2 e del cane che viaggiava al suo interno. Nella stessa viene inserito il virgolettato dell’allora addestratore di Laika: «Più tempo passa e più sono dispiaciuto. Non avremmo dovuto farlo… Non abbiamo imparato abbastanza da questa missione per giustificare la morte del cane».

Qualche anno fa la Presidente di ENPA Carla Rocchi, su Il Sole 24 Ore si è espressa così sul tema:

«Se la cagnetta Laika avesse potuto decidere per sé, avrebbe scelto di vivere […] L’unico modo per rendere veramente omaggio alla memoria della povera Laika è quello di trasformare il 3 novembre in una giornata dedicata a tutti gli animali uccisi dall’uomo per i lanci nello spazio, per i laboratori di ricerca, per gli allevamenti, per le strutture della cattività. Perché la cagnetta Laika non simboleggia altro se non la volontà di potenza che la nostra specie ha la pretesa di esercitare su ogni altro vivente. Una violenza sconfinata, di cui soltanto gli uomini sono capaci». 

Leonardo Mazzeo
Classe 1993, di solito scrivo di calcio, qualche volta però esco e vado altrove, non importa dove. Colore preferito: arancione. Segni particolari: nessuno.
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