Attualità: Manuale di sopravvivenza per giovani padri: papà ti insegna il Vuoto
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Manuale di sopravvivenza per giovani padri: papà ti insegna il Vuoto

  Non ho molte aspirazioni per te, figlio mio, mi rendo conto. Già a dirti figlio mio mi sento di aver lasciato la mia infanzia in maniera irreparabile. Vabbè, non era così ganza, non potevo nemmeno comprarmi le caramelle da solo. Vorrei solo che un giorno il tuo te adulto, ragazzo, quando vuoi,  si ritrovasse […]

7 Nov
2018
Attualità

Illustrazione di RESLI tale

 

Non ho molte aspirazioni per te, figlio mio, mi rendo conto. Già a dirti figlio mio mi sento di aver lasciato la mia infanzia in maniera irreparabile. Vabbè, non era così ganza, non potevo nemmeno comprarmi le caramelle da solo.

Vorrei solo che un giorno il tuo te adulto, ragazzo, quando vuoi,  si ritrovasse su una sdraio, davanti ad un panorama fantastico, vorrei sentirlo pensare e sorridere. Vorrei sentirlo grato. Vorrei sapere che, quella solo volta, lo so che basterebbe, abbia la fortuna di sentirsi pieno.

Forse è poco, non lo so dire meglio. Ma ora lo sento, è importante. Che te lo dica proprio ora, e non quando mi vedrai invecchiato, quando non saprò più interpretare al meglio il mondo, questo penserai, scemo di guerra, che sono rimasto ancorato ad un altro mondo oramai svanito. Lo penserai, sbaglierai a pensarlo, lo farai. Ti dovrei dare uno scappellotto, per questo. Per quanto mi prenderai in giro. Ma ora ho cose importanti. Urgenti. Non lo so dire meglio.

Ma tutto questo che ci spezza è lotta contro il vuoto. No, non contro nulla. Contro il vuoto. Vuoto che spinge per franare in parole trancianti, che stronca le canzoni e spegne ogni risata. Vuoto che usa la vita per spaccarla, che corre su linee di bugie e ci spaventa. Non ha paura di spaventarci a morte se ci rende più cattivi e più violenti.

Io lo vedo che preme, contro la porta di casa, contro i gesti quotidiani di una riservata felicità. Come violenta ogni fiducia. Ogni spazio comune. Come ride degli sforzi di chi prova a costruire. Come ama tutto quello che è rovina, rovinosa caduta verso tutto quello che non è uomo ma è ancestrale e feroce.

Non credo di essere un padre ambizioso. Certo, provo a farti camminare e parlare a 4 mesi per dimostrare che Einstein levati. Ma a parte quello no. Non credo di essere un padre pretenzioso.

Non ho molte aspirazioni per te, per mio figlio (che strano dirlo, mentre ridi), ma che spacchi la faccia a quel grugno di vuoto sì.

Quello che vuole il bicchiere sempre pieno e l’ansia sempre insoddisfatta. Quello che non si sofferma sul delicato dettaglio di un neo di donna ma vuole solo espropriare, arraffare e poi scappare senza mai legarsi.

Quel vuoto che ha paura del legame perché il legame sempre riempie, scuote, sfaccetta, differenzia, unisce. Lo odia, e fa di tutto per renderlo impossibile. Vuole tutti soli, infruttuosi, inespressi. Vuole involucri vuoti che danzano all’ombra di un’altra volontà. Li vedi?  Hanno dimenticato perfino cosa significa sorridere senza motivo.

Hanno dimenticato tutto quello che è fuori dall’automatismo cieco di un commento livoroso. Hanno dimenticato tutto, perché una voce gli ha detto: dimentica, e vivi infelice, e fai infelici tutti quelli che tocchi. Come un contagio. Come un contagio del vuoto. Tutti noi, almeno una volta, abbiamo incontrato un contagiato. Qualcuna, qualcuno, se ne è innamorato. Ma vicino al vuoto, i vecchi lo sanno, è meglio non andare.

Quel vuoto che ride degli sforzi degli esclusi, prendilo a calci nel culo.

Io lo so ora, che quel giorno, davanti ad un panorama fantastico, finalmente gli darai un calcione. Lo darai anche per papà, dovrai darlo forte, perché a quel vuoto papà ha regalato giorni e su quell’altare ha scommesso amanti,  ha spremuto tensioni. A quel vuoto ha venduto amici come carne macellata e su quella paura che lo ha fatto nascere, ha speso un pezzo di anima.

Davanti ad un panorama fantastico, ad un calcio fantastico, mi chiederai scusa e ti chiederò scusa. Per tutte le volte che non abbiamo capito. Per tutte quelle volte che hai sbagliato nemico, che hai pensato che a ridere grasso e feroce fossi io.

Ci chiederemo scusa anche se non ci sarò più. Dagli un calcio per papà. Fallo per papà. Promettilo adesso, che hai 4 mesi e hai imparato a ridacchiare, ad usare papà come un mulo da soma, ed esprimi così bene cosa NON vuoi. E hai fatto la tua prima, vera risata, a metà tra scompisciarsi, strozzarsi, solo perché papà ha imparato il bubbusettete. Dagli un calcio, ti prego, fallo per papà. Con papà.

Ora però, per carità divina, nel nome di quel giorno radioso, in nome di quel calcio condiviso, per tutto quello che ci è caro… non è che potresti smette di piange?

Luca Capriotti
Spesso pensa ai dinosauri e agli alberi, nel tempo libero scrive su Fox Sports e Calciomercato.com, e va in diretta tv. Poi torna ai dinosauri, prima che può.
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