Attualità: L’inquietante esperienza del Carnevale di Notting Hill
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L’inquietante esperienza del Carnevale di Notting Hill

  In nove mesi di vita a Londra ho avuto modo di collezionare conferme continue della stranezza degli inglesi, e non mi riferisco solo al modo in cui le ragazze vanno in giro in pieno inverno o alla guida a sinistra. Quello che disorienta davvero è l’ordine in cui questi nostri cugini estrosi hanno deciso […]

 

In nove mesi di vita a Londra ho avuto modo di collezionare conferme continue della stranezza degli inglesi, e non mi riferisco solo al modo in cui le ragazze vanno in giro in pieno inverno o alla guida a sinistra. Quello che disorienta davvero è l’ordine in cui questi nostri cugini estrosi hanno deciso di posizionare i giorni rossi del calendario, con la festa della mamma a marzo, la festa del papà a giugno, il primo maggio che però è la festa della primavera e infine il carnevale che si celebra ad agosto, tra la domenica e il lunedì dell’ultima settimana del mese. Adeguarsi a un nuovo tipo di calendario festivo porta un effetto particolare a metà tra il jet lag e un costante senso di colpa latente, soprattutto per le feste relative ai genitori (sono spacciato, ho dimenticato di fare gli auguri a mia mamma! Oppure: è già arrivato maggio? Quanta droga ho assunto nelle ultime settimane tanto da aver rimosso l’intero mese di aprile?). Grazie a una pioggia gelida e fitta, tuttavia, la mia esperienza del carnevale caraibico si è rivelata piuttosto invernale e quindi mi sono sentita un pochino a casa, come quando da bambina tra febbraio e marzo mio nonno mi portava a guardare i carri che sfilavano per le strade di Capua. All’epoca ero solita indossare gli anfibi sotto il costume da cortigiana, in modo da non affondare nella pastosa melma fatta di fango + poltiglia di coriandoli e stelle filanti sparsa sui marciapiedi bagnati. Molto meglio delle scarpe di H&M con cui mi sono azzardata a uscire di casa questa volta, che mi hanno lasciato sulla pianta un indimenticabile tinta nera effetto Nome della Rosa se i monaci avessero sfogliato il libro proibito con i piedi.

 

Io e Matias arriviamo a Notting Hill intorno alle sei. Il resto dei nostri amici ci ha rinunciato per via del tempo e della scarsa prospettiva di gettarsi ubriachi sui prati dei Kensington Gardens a rimorchiare le hippies con le bolas. Un altro giace a letto con la febbre presa per la parata del giorno prima, stessa pioggia torrenziale, più ottimismo. Evidentemente molti hanno imparato la lezione, troppi altri invece hanno letto sul Guardian un articolo che riportava il numero di arresti per possesso di droga o accoltellamenti semi-mortali. Circa trecento le persone fermate dalla polizia, una crescita di violenze che ha preso una rincorsa negli ultimi due anni. L’impressione che si ha all’uscita della stazione metro di Notting Hill Gate è di trovarsi all’interno di un Resident Evil versione speciale in HD e con gli zombie vestiti di lustrini. Non sbrilluccica quasi niente però: il cielo è così buio che pare caderci sulla testa e inibire qualsiasi colore ad avere la meglio sulle nuvole. Il passo delle persone è lento e strascicato, le bottiglie nelle loro mani sono semivuote, raramente qualcuno ha qualcosa di diverso dalla vodka o dal Jack Daniels e quando si tratta di acqua qualcosa mi dice che tutto sommato non sia solo acqua. Le strade eleganti di una delle zone più posh di Londra hanno preso il volto del mercato di Brixton nell’aspetto, negli odori e nella musica dei sound system che si diffonde ovunque e rimbalza tra gli appartamenti da milioni di pound, serrati come durante un bombardamento. Io e il mio amico ci dirigiamo verso il percorso dei carri. Hanno cominciato a sfilare poco dopo ora di pranzo, a partire da Ladbroke Grove, ma il maltempo ha ritardato la parata e quindi magari se ci sbrighiamo qualcosa ancora riusciamo a vedere. 

Ci sono bandiere giamaicane ovunque, l’odore di erba è più forte di quello dei bagni di un liceo. Le bancarelle di street food sono prese d’assalto a tal punto che a tratti qualcuno riesce perfino a non pagare senza troppa tragedia del commerciante. 

Ci fermiamo a comprare un paio di birre prima di buttarci nella mischia della sfilata e l’uomo dietro il bancone cerca di rifarsi sul prezzo con la mia ordinazione. Due lattine della giamaicana Red Stripes, per cinque pound. Lui se ne tiene dieci.

-Guarda che hai sbagliato a fare i conti,- gli dice il gladiatore accanto a me, con un pesante copricapo di piume di pavone sulla testa. Poi mi guarda con un sorriso di ketchup e carne alla griglia.

L’uomo dietro il bancone mi restituisce altri cinque pound e mi chiede scusa, con un sorriso di chi è stato sgamato ma non si sente pentito. Aggiunge soltanto facendo spallucce: vabbè, è carnevale.

Appena prendiamo parte al corteo comincio a essere attraversata da una certa inquietudine. Resto a domandarmi per un po’ di cosa possa trattarsi e forse si tratta di tutta questa polizia serrata nei loro impermiabili gialli a ogni angolo di strada, forse sono questi enormi cavalli in tenuta antisommossa che li accompagnano; magari è anche dato dal fatto che lungi dal somigliare a una parata, la situazione è molto più simile a una manifestazione politica, a un G8 o chipperesso. A tratti si ha l’impressione di trovarsi in un rave ambulante: in alcune zone del corteo i carri non sono altro che incroci tra camion e gabbie, con gente che balla elettronica completamente vestita di nero.

Lungo altri passaggi (letteralmente: nuvole fitte e impenetrabili) un’ingente folla di persone ha deciso di dare un senso alle lezioni di twerking frequentate al council durante l’inverno. La maggior parte delle ragazze di questo folto gruppo è in netto sovrappeso e indossa pantalocini inguinali o perizoma. Riesco perfino a godere della vista del mio primo paio di protesi ai glutei, che assomigliano 

 

——- ATTENZIONE AI DEBOLI DI STOMACO———

 

a enormi bolle d’acqua a forma di tasca di jeans. 

Quando arriviamo alla fine del corteo, molte birre più tardi e troppa più pioggia sui vestiti, i carri si sono fermati, il rave itinerante è diventato un vero e proprio club hardcore con il favore del buio e la gente comincia a collassare lo street food senza neppure cercare angoli riposti della strada. Allora finalmente lo capisco. Quello che mi inquieta di più sta tutto nell’interpretazione dei ruoli: gli ubriachi, i ballerini, i folli del carnevale sono per lo più giamaicani, ispanici, afroamericani, angloafricani, marocchini. In una parola: immigrati. La polizia e il servizio d’ordine è composto quasi esclusivamente da bianchi e da turisti, curiosi come noi e forse, azzarderei, pure un po’ ingenui. Mai il concetto di Carnevale mi è sembrato più coerente alle sue origini: il giorno in cui lo stato delle cose si rovescia, un capovolgimento sociale e politico prima ancora che culturale, valvola di sfogo concessa dalle autorità al loro popolo. Stancare, stordire i bambini chiassosi per indurli al sonno profondo, durante la notte. I vessilli giamaicani su Notting Hill sembrano accompagnare la marcia di un esercito fino a quel momento non ammesso a percorrere in trionfo quegli stessi luoghi.

Del resto, l’origine del Carnevale di Notting Hill è sicuramente politica. Si festeggia dal 1959, da quando cioè fu organizzato in risposta ad alcuni scontri razziali avvenuti quello stesso anno a ovest di Londra. Da allora il percorso si è fatto di anno in anno più preciso e organizzato, diventando un punto di riferimento per la comunità caraibica londinese che in questi due giorni invade uno dei quartieri simbolo della città.

Con la crescita dei prezzi delle case e l’aumento stellare del costo della vita, Londra ha finito per ghettizzare agli estremi le zone residenziali. La più moderna forma di discriminazione, perchè non c’entra l’origine della tua famiglia ma il lavoro che fai, lo stipendio che ti porti a casa e che ti permette di selezionare una vita, un quartiere, una vita di quartiere, le tue frequentazioni. Con la gentrificazione e riqualificazione veloce delle zone di periferia il centro è sempre più lontano per alcune categorie di persone, così come la vita comunitaria e sociale è sempre più lontana dal centro. 

Inghiottita di nuovo dalla metropolitana, ho ripensato alla scena finale di un bellissimo libro di Zadie Smith, NW, che si chiude proprio con lo spettacolo del carnevale caraibico davanti agli sguardi dei protagonisti del racconto. Davanti a quello un po’ perso e insoddisfatto di Keisha, che ha cambiato nome in Natalie in corrispondenza dell’inizio di una nuova vita da avvocato nella City, lontana dal folklorico trambusto della vita della comunità giamaicana a cui apparteneva.

 

Londra è una città che accoglie, mi sembra, ma chiede il prezzo di un adeguamento di fondo, un presupposto: spogliarsi dei panni culturali a cui si appartiene per vestire i panni della produttività. Da comunità sociale a comunità economica. Niente di nuovo, insomma, ne sono consapevole. Ma se la mia esperienza del carnevale di Notting Hill è stata più inquietante che gioiosa, questo è accaduto soprattutto perché per la prima volta questo concetto si è epifanizzato ai miei occhi sottoforma di una danza disperata, una processione questuante di due giorni, due soli giorni all’anno in cui tutto si rovescia per poi tornare inevitabilmente all’ordine dei mesi precedenti.

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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