Una mattina al Colosseo tra selfie e poliziotti
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Una mattina al Colosseo tra selfie e poliziotti

Esiste ancora qualcosa di cui possiamo godere silenziosamente con i nostri soli occhi, senza aspettare di far intervenire anche lo sguardo superficiale degli altri?

Come regalo di laurea decido di tornare al Colosseo dopo anni di (ingiustificata) assenza.

Appena esco dalla stazione della metro B mi imbatto nel gigantesco monumento. Ci passo spesso vicino, ma di solito sono in macchina. Ora invece pochi metri ci separano. Pochi metri e centinaia di turisti; pochi metri, centinaia di turisti e decine di venditori ambulanti di aste per i selfie; pochi metri, centinaia di turisti, decine di venditori ambulanti di aste per i selfie, e centurioni che parlano di Alessandro Di Battista.

Una giovane donna sulla quarantina si avvicina chiedendomi se parlo francese e se mi serve una guida.

Intanto mi inserisco nella fila giusta per entrare: scorre con estrema velocità, così non posso far altro che gioire per tanta efficienza. Poi però accade come quando si è in attesa alla cassa del supermercato, dove nonostante attentissimi studi e calcoli matematici per individuare la fila più veloce, improvvisamente ci si ritrova bloccati per minuti interminabili perché è finita la carta dello scontrino, o perché l’anziana signora davanti a te ha deciso di pagare con 10 euro in monete da 2 centesimi.

Così, scientificamente, la fila per l’entrata si blocca esattamente ad una coppia di persone prima di me. Dopo qualche minuto capisco che le diverse file si alternano l’un l’altra in modo da far defluire i turisti all’interno del monumento.

Davanti a me quindi c’è solo questa coppia di turisti tedeschi molto brutti e con le infradito. Devono amarsi molto comunque perché non fanno altro che baciarsi, abbracciarsi e sorridersi. Sono arrivata quasi ad affezionarmi a loro per quanto tempo ho aspettato. Chissà, forse altri quaranta minuti e avrei chiesto loro di farmi adottare.

Per ingannare l’attesa decido di concentrarmi sui due poliziotti oltre la coppia tedesca. Voglio studiarli dal momento che a breve avrebbero ficcato il naso nella mia borsa. Sono entrambi abbronzati, e uno dei due è al limite dell’obesità; li sento lamentarsi del loro lavoro, anche se alla fine iniziano a scherzare e a deridere alcuni turisti, sicuri del fatto di non essere capiti.

Poco dopo si aggiunge un altro poliziotto, è una donna; uno di quei tipici esemplari di donna romana con il viso lungo e leggermente prognato, e con i capelli tinti nero corvino. Insomma, la tipica corteggiatrice brutta di Uomini & Donne, quella che non viene mai portata in esterna e che dopo circa sette puntate alza il braccio e dice: «No Maria, io mi voglio eliminare perché non sto qui a scaldare la sedia».

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Ecco, all’arrivo di questa poliziotta inizia un clima goliardico. I tre insieme si sentono invincibili: parlano ad alta voce, rigorosamente in italiano, s’intende, e fanno battutine più o meno volgari sui turisti che affollano il piazzale. All’inizio c’era un’atmosfera alla Colorado Cafè, fatta di quell’ironia volgarotta e venata di una leggera violenza alla quale ormai siamo purtroppo abituati.

Ma i minuti continuano a trascorrere e alcuni visitatori in fondo alla fila, non capendo il motivo di tanta attesa, cominciano a spazientirsi. Un’anziana signora giapponese si avvicina chiedendo informazioni in un inglese stentato ma comprensibilissimo. È piccola ed elegante, come solo i giapponesi sanno essere; la sua voce è flebile, ma ad alcuni metri di distanza anche io riesco a capire la sua domanda sul perché la fila fosse bloccata.

I tre poliziotti non capiscono, si guardano tra loro rimanendo ammutoliti. La signora riformula la domanda, questa volta anche con più difficoltà perché in imbarazzo. I poliziotti iniziano a ridacchiare e a scambiarsi occhiatine; la signora per la terza volta accenna a ripetere la domanda quando viene bruscamente interrotta dalle fragorose risate dei tre. La poliziotta inizia a fare delle smorfie per far capire all’anziana giapponese che parlava una lingua (a lei) incomprensibile; poi avvicinandosi al viso della donna inizia a farle il verso: «Gne gne gne! Gne gne gne!», e intanto muove la mano destra simulando una bocca che si apre e si chiude.

La signora giapponese se ne va via umiliata e senza una risposta. I tre poliziotti, fieri del loro teatrino, cercano complicità nella coppia tedesca davanti a me, che ovviamente non accenna il minimo sorriso. Rimaniamo impietriti.

Per qualche istante mi sono sentita in gabbia. Ho avuto paura. L’umiliazione ha attraversato anche il mio corpo, fermandosi sulle mie spalle. Il coraggio dell’indignazione ha lasciato spazio alla sottomissione di una schiena curva, e improvvisamente ho rivissuto l’estate dei miei dodici anni, quando a Genova si scatenava una furia cieca e letale.

Sono dell’idea che Diaz continuerà a ripetersi in tante forme, più o meno gravi, più o meno prevenibili. Non ci sono condanne europee che tengano di fronte all’ignoranza e all’insoddisfazione, perché derivano direttamente dall’abiezione. E l’abietto non è per definizione recuperabile.

L’Arte è sempre un’esperienza meravigliosa. Se non è catartica, riesce quantomeno ad essere sacra. E non è poco. L’Arte è un evento silenzioso a cui tutti prendiamo parte consapevolmente. È un accadimento ma anche una circostanza che comincia dal mettersi in fila e attendere di entrare in quel maestoso anfiteatro. Anche l’attesa crea l’evento, rendendolo appetibile, desiderabile, ancora più bello di quanto in realtà non sia.

Ma la violenza di quella derisione non fa parte di alcun evento. Anzi, lo interrompe; squarcia un velo, sospende una finzione benefica.

L’Arte è egocentrica e ha bisogno che tutta l’attenzione sia concentrata su di sé; che tutti i nostri sforzi si prodighino per lei, e che quindi anche il nostro stato d’animo sia predisposto ad accoglierne le manifestazioni.

Questa interruzione dell’evento, questo brusco ritorno alla mediocrità del reale può dipendere da fattori esterni, come nel caso dei poliziotti, o direttamente da noi e dalle nostre intenzioni.

Così, una volta riuscita ad entrare nel Colosseo, dopo qualche istante di sincera commozione, mi accorgo di quanto i miei colleghi turisti non facciano altro che interrompere continuamente la forma perfetta dell’evento Arte.

Sembra come se il Colosseo abbia perso il proprio potere, come se la sua forza da centripeta sia divenuta centrifuga, dispersiva. Le viscere di questo gigantesco monumento non interessano più i turisti che invece preferiscono concentrarsi su loro stessi, o su tigrotti di peluche.

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I soggetti preferiti per le foto sono gli autoritratti (poi diventati ‘autoscatti’, ora ribattezzati selfie). Di fronte a me si apre una distesa di aste alle quali sono ben saldati diversi tipi di smartphone.

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Adoro la coppia di sudamericani. Sono senza dubbio i più fashion di tutto il Colosseo. Appena vedo i diamanti finti sulle dita di lei, una canzone random di Pitbull si impossessa della mia mente. Lei è perfetta, come se la polvere delle rovine non l’avesse minimamente intaccata, e pretende quindi che anche il suo compagno risulti impeccabile nello scatto che a breve pubblicheranno su Facebook.

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Tre meravigliose creature appena uscite dalla versione malese di Sex & the City, si cimentano nell’utilizzo della famosa asta. Sono magrissime, strette in sintetici abiti da cocktail, e il loro trucco non accenna a colare nonostante il caldo. 

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Selfie nella cavea, selfie dietro il capitello.

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L’evento artistico si è trasformato in un evento mediatico.

Chissà se negli album di Facebook di qualcuno il Colosseo apparirà spoglio di aste e camicie firmate, e si presenterà invece nella propria essenza, nella propria grandezza. Chissà se alla fine anche visitare un monumento smetterà di essere un evento vissuto solo per essere condiviso con i cosiddetti amici di Facebook. Esiste ancora qualcosa di cui possiamo godere silenziosamente con i nostri soli occhi, senza aspettare di far intervenire anche lo sguardo superficiale degli altri?

A me piace credere di sì. E mi piace credere anche che prima o poi questa “necessità di corpi” che affollano le nostre brutte foto andrà via via scomparendo.

Mi piace credere che la testimonianza del nostro esser-ci non sarà affidata per sempre a Facebook.

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Testo e foto di Giulia Pergola.

Giulia Pergola
Sono nata a Roma nel 1989. Laureata in Storia dell’Arte, prediligo le espressioni più contemporanee, sebbene il mio animo oscilli tra il razionalismo modernista e il perturbante postmoderno. Nutro un’insana passione per David Bowie da quando avevo otto anni. So alternare sarcasmo e demenzialità con estrema nonchalance.
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