Cinema, Tv e teatro: E poi resta Cattelan, il presentatore che ci piace perché sembra uno di noi
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E poi resta Cattelan, il presentatore che ci piace perché sembra uno di noi

Alessandro Cattelan è considerato la versione 2.0 del bravo presentatore italiano: da più parti viene dipinto come la naturale evoluzione di quella familiare figura a metà tra il performer e il cerimoniere che faceva da padrone di casa nei varietà del sabato sera. È singolare che qualcuno con un ventennio di televisione alle spalle, più […]

9 Ott
2018
Cinema, Tv e teatro

Alessandro Cattelan è considerato la versione 2.0 del bravo presentatore italiano: da più parti viene dipinto come la naturale evoluzione di quella familiare figura a metà tra il performer e il cerimoniere che faceva da padrone di casa nei varietà del sabato sera. È singolare che qualcuno con un ventennio di televisione alle spalle, più vicino ai quarant’anni che ai trenta, per giunta sposato e con prole, venga investito dello scomodo ruolo di grande riformatore della tv italiana. Ancora oggi però, nell’immaginario comune, Cattelan è il volto giovane della tv italiana. Volente o nolente si trova a rappresentare un paio di generazioni poco e male rappresentate sul piccolo schermo. Cattelan si trova a essere l’ambasciatore, non solo della sua generazione, ma anche di quella a lui successiva perché è riuscito a creare una empatia profonda con il suo pubblico che a volte tracima nell’immedesimazione.

 

 

La prima volta che ho visto Alessandro Cattelan era su un canale che non esiste più (VIVA) mentre intervistava un gruppo che fino ad oggi ero convinto non esistesse più (i Dari) per parlare della rilettura italiana in chiave pop del fenomeno emo, anch’esso probabilmente finito nel dimenticatoio senza troppi sensi di colpa.

Cattelan è in seguito passato ad MTV, poco prima che il canale cambiasse radicalmente pelle, diventando un contenitore per reality e format pensati per divertire un pubblico giovane e disimpegnato. In quegli anni MTV era una sigla che significava ancora Music Television e i suoi conduttori erano un qualcosa di ibrido tra i presentatori televisivi e il deejay: i veejay appunto. Se i preadolescenti di oggi prendono a modello gli youtuber, per quelli della generazione nata a cavallo tra la prima metà degli ottanta e la prima metà dei novanta il punto di riferimento era incarnato proprio dai vj di Mtv che, con parlata sciolta e un linguaggio semplice e pieno di inglesismi, snocciolavano argomenti in grado di catturare l’interesse dei giovani del periodo. L’aspetto più rivoluzionario al tempo era che queste figure si approcciassero al mezzo televisivo con la disinvoltura propria di chi giovane lo era davvero, dando l’illusione allo spettatore medio del canale di avere a che fare con un suo pari.

 

 

Molti dei volti di quella età dell’oro di Mtv sono scomparsi, qualcuno ha fatto cose completamente diverse e qualcun’altro ha finito per essere inglobato nel palinsesto delle tv generaliste. Tra tutti il percorso di Cattelan post-Mtv è il più peculiare: mentre gli altri colleghi si sono comunque ricostruiti un’immagine diversa, più adulta e meno scanzonata, Alessandro si è evoluto senza perdere leggerezza, diventando di fatto un bug all’interno del panorama televisivo nostrano, qualcosa di unico.

Uno degli aggettivi che più spesso si associa al conduttore di EPCC è “pop”. Il concetto di cosa sia pop è diventato sfuggente, al punto che oggi cataloghiamo sotto questa etichetta cose diversissime, che a volte arrivano ad ibridarsi sorprendentemente tra loro. In quest’ottica Cattelan è effettivamente pop nel suo essere capace di mettere assieme il carrozzone generalista di X-Factor e la rilettura in salsa italiana del night show americano, senza disdegnare la radio e i romanzi.

Cattelan può funzionare da comprimario, come a X-Factor dove funge da filtro preventivo tra concorrente e giudici, o essere mattatore assoluto, in un programma costruito sulle proprie ossessioni come E poi c’è Cattelan. EPCC ad oggi è uno dei pochi programmi che viene costruito sul suo presentatore, come succede in certi varietà o spettacoli teatrali. Non a caso proprio nella settimana in cui si scrive questo articolo il format di EPCC viene spostato eccezionalmente dallo studio televisivo a un teatro vero come il Franco Parenti di Milano.

 

 

Questa iperattività al posto di allontanarci dal suo personaggio in qualche modo ci ha avvicinato a lui: vediamo Cattelan come il vecchio amico che ce l’ha fatta. In un periodo storico in cui i social ci permettono di avere delle velleità (da giornalisti, cantanti fashion blogger, fotografi) che però quasi sempre restano tali si finisce per provare empatia istantanea per qualcuno che riesce a fare il conduttore, il comico, il cantante, il ballerino e persino il calciatore in Champions League restando, almeno per chi lo guarda da fuori, sempre genuino e umile. In qualche modo il riconoscimento che ha ottenuto è rinfrancante e rappresenta il tipo di successo a misura d’uomo che si tende sempre più spesso a desiderare.

L’abilità più sottovalutata di Cattelan è stata nel fare sempre cose che gli assomigliavano, rinunciando in partenza a cose cui si sarebbe adattato con difficoltà. Per capirci l’atmosfera di Sanremo oggi influenzerebbe lo stile di conduzione di Cattelan più di quanto Cattelan sarebbe in grado di influenzare Sanremo, dove presumibilmente avrebbe difficoltà a imporsi su fattori chiave come i cantanti in gara o gli ospiti. Il conduttore che in un’intervista su tre si dice «conscio dei suoi limiti» questo lo sa ed è conscio del fatto che, anche per la scelta di restare nella confort zone di Sky, resta troppo poco nazional-popolare per poter convincere l’audience media del festival, la cui età media risulta fatalmente in crescita.

Nel geniale Essere John Malkovich si immagina di poter avere tutti la possibilità di passare quindici minuti nel corpo della star hollywoodiana. La base del successo di Alessandro Cattelan è più o meno la stessa: seguendolo sullo schermo si ha la sensazione che, per un breve lasso di tempo, la figura del conduttore possa essere incarnata da uno di noi e la cosa finisce per creare un piacere dal sapore anche un po’ voyeuristico.

Manuel Santangelo
Manuel Santangelo
Nasce il sedici settembre del 1994 a Castel di Sangro. Ha studiato a Bologna e scrive in giro di sport, musica, cinema e altre cose che pensa siano cool. Crede che “Forrest Gump” sia un film sulla sua vita.
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