Cinema, Tv e teatro: Perché Aldo, Giovanni e Giacomo non ci fanno più ridere
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Perché Aldo, Giovanni e Giacomo non ci fanno più ridere

Per un fortunato caso, il primo ricordo in assoluto che ho di Aldo, Giovanni e Giacomo coincide con lo sketch dei tre gemelli dello spettacolo teatrale I Corti, del 1995. Quella che Giovanni Storti, Aldo Baglio e Giacomo Poretti hanno rappresentato in scena come la loro ideale nascita “comica”, ha dunque coinciso proprio con il […]

11 Set
2018
Cinema, Tv e teatro

Per un fortunato caso, il primo ricordo in assoluto che ho di Aldo, Giovanni e Giacomo coincide con lo sketch dei tre gemelli dello spettacolo teatrale I Corti, del 1995.

Quella che Giovanni Storti, Aldo Baglio e Giacomo Poretti hanno rappresentato in scena come la loro ideale nascita “comica”, ha dunque coinciso proprio con il mio primo impatto con la loro comicità. Fu amore a prima vista: io e mio fratello consumammo il dvd piratato di quello spettacolo, cominciando a recitare a memoria, usandole quotidianamente, tutte le battute e gli intercalari che hanno reso il trio così amato.

 

 

Dieci anni dopo, anzi anche di più, non è cambiato niente. Non è cambiato nulla sotto diversi punti di vista, alcuni positivi, altri un po’ tristi. Quelle battute sono entrate nell’immaginario italiano, e molte sono ormai dei veri e propri tormentoni che vengono usati nel linguaggio comune anche da chi, per qualche assurdo motivo, non è venuto a contatto in prima persona con i film, gli sketch o gli spettacoli teatrali dei tre.

Eppure ricordo bene che, sempre da bambino, ad un certo punto qualcosa si ruppe; Aldo, Giovani e Giacomo non facevano più ridere. Fu forse in un’apparizione televisiva di cui ero venuto a sapere in anticipo, e su cui avevo costruito parecchie aspettative di risate inedite e felicità, che si ruppe la magia.

Aldo, Giovanni e Giacomo si limitarono a riproporre un paio degli sketch teatrali più famosi, nessuna novità; in più, e non riuscivo a capacitarmi del perché, quegli sketch che nelle loro versioni originali mi facevano, e continuano tutt’oggi, morire dalle risate, risultavano fiacchi e spompati, decisamente tristi.

 

 

Fu per me, lo ricordo nitidamente, la prima presa di coscienza dell’enorme difficoltà a cui vanno incontro i performer, gli artisti: non era dunque possibile continuare a far ridere per sempre. Sicuramente la sensazione di amarezza si mescolò a qualcosa di molto personale che ha a che fare con l’infanzia e con i torridi e spensierati pomeriggi estivi passati a ridere senza un pensiero. Però è difficile da negare: il trio ha smesso di far ridere al cinema nel 2004, anno di uscita di Tu la conosci Claudia, e al teatro nel 2006, con lo spettacolo Anplagghed.

È un paradosso che i comici moderni che più sono entrati nel vocabolario italiano, anche letteralmente (il tafazzismo lo trovate nella Treccani), non siano riusciti a mantenere la loro longevità artistica fino alla vecchiaia, come altri grandi nomi della commedia italiana.

 

 

Sono abbastanza convinto però che il problema sia stato solo in parte l’esaurirsi della vena comica e creativa del trio: una grande fetta di responsabilità se la prende l’Italia, ce la prendiamo noi come pubblico. I film, gli sketch del trio, nella loro massima espressione sono riusciti a racchiudere in modo tanto perfetto e sintetico l’identità del nostro paese e soprattuto dei suoi abitanti, in quel periodo a cavallo fra gli anni novanta e i duemila, da risultare in un certo senso insuperabili, per loro stessi e per noi usufruitori.

Quel periodo di confusione totale, di pieno berlusconismo, durante il quale nonostante il deserto culturale che si stava preparando per gli anni a venire, c’erano ancora quelle scorie di sana autocritica e di quella caratteristica tutta italiana di autoironia dissacrante a farla da padrona. Un periodo in cui ancora resisteva un’estetica e dei riferimenti addirittura databili agli anni ’80, tutti facilmente rintracciabili, in cui la televisione ormai era definitivamente affermata come l’oggetto più venerato in ogni casa, il fantasma dello streaming ancora lontano. Tutte queste caratteristiche ora sembrano quasi scomparse dal panorama italiano. Vent’anni di berlusconismo hanno portato all’estremo la capacità di ognuno di noi di ridere di noi stessi, dei nostri difetti; Berlusconi, oltre agli ovvi danni sociali, culturali e politici, è riuscito in qualche modo ad esasperare talmente tanto i nostri stereotipi e difetti, all’estero come in casa, fregiandosene come di medaglie al valore, che per la stragrande maggioranza delle persone ora è rimasto solo un velo di imbarazzo. Di questi tempi è difficile che un comico italiano punti sulle nostre debolezze per far ridere, perché sono troppe, e c’è veramente troppa poca voglia di riderci, troppa serietà. Stiamo diventando caricaturali nel senso opposto, prendendoci talmente sul serio da risultare grotteschi e fuori luogo, quasi malvagi: tutte caratteristiche totalmente incompatibili con la comicità leggera, nel senso più qualificante e positivo del termine, come la intendevano agli inizi Aldo, Giovanni e Giacomo.

 

 

Non è infatti che la comicità del trio sia invecchiata male, o abbia attraversato fasi di flessione, rivoluzione, trasformazione: semplicemente è rimasta immobile. Un monolite impossibile da scalfire, perché in un certo senso così è rimasta quella intera generazione che all’epoca fu il primo pubblico di Aldo, Giovanni e Giacomo, investita poco dopo da una rivoluzione culturale per lo più a carattere esterofilo e dominata da nuovi media; la generazione dei nostri genitori, quelli che ogni volta che li vedi sedersi al computer ti scappa automaticamente il segno della croce. Aldo, Giovanni e Giacomo sono stati per lunghi tratti uno specchio fedele in cui ammirarsi con dolce nostalgia e malinconia, in cui cullarsi nelle qualità più belle degli italiani, più in generale in quelle di ogni essere umano: quel romanticismo che pervade ogni aspetto della nostra vita, quei legami di amicizia saldi, fraterni, in cui si può tacere per lunghi periodi ma anche parlare a cuore aperto, la poesia semplice delle piccole cose, le brucianti passioni sportive, il rapporto conflittuale ma esilarante e ricco di scoperte fra settentrione e meridione. In una parola: umanità. La caratteristica più profondamente bella e importante della comicità di Aldo Giovanni e Giacomo era l’essere intrisa di grande umanità.

Ora non siamo più così, per lo meno noi “giovani” (scusate la parolaccia) e non lo sono evidentemente neanche loro, non sono riusciti ad adattarsi a questo progressivo ma inarrestabile cambiamento, questa perdita di umanità nelle cose di tutte i giorni, nel quotidiano delle nostre vite

 

 

Pensare al trio è un pendolo che oscilla fra nostalgia e bellezza e il rammarico per quelle risate che non hanno più lo stesso gusto. La domanda non riesce ancora a trovare risposta, qual è stato il problema, perché ad un certo punto non siamo stati più capaci di ridere in quel modo così sincero con loro o al contrario, perché loro non sono riusciti più a farci ridere?

Abbiamo parlato dell’immobilità, forse il loro difetto più grande; l’ignorare totalmente i cambiamenti del paese, delle generazioni, perdendo così la loro possibilità di cogliere l’essenza delle nostre abitudini e delle nostre passioni. È come se, ad un certo punto, avessero perso totalmente interesse anche solo nel provare in quella direzione, hanno scelto di cristallizzare un immaginario, riproponendolo di volta in volta, fino a svilirlo completamente nelle più recenti uscite. Una coperta di linus, per loro e per noi, ormai consunta, lurida. Parallelamente è anche successo che tutto il bagaglio originale, fresco e spontaneo di anni fa ora vive una nuova giovinezza, in maggior parte grazie all’apertura del loro canale Youtube ufficiale ma anche ad esempio alle pagine meme, come JustAldoGiovannieGiacomoThings e Inserire in qualsiasi discorso le frasi di film di Aldo Giovanni e Giacomo.

 

 

Queste pagine riescono a portare Aldo, Giovanni e Giacomo nel presente, adattando tutte le battute e le scene più famose dei tre a qualunque scenario contemporaneo, dallo sport alla politica, passando per il gossip e addirittura la cronaca nera. In pratica ciò conferma contemporaneamente che il corpus di lavoro prodotto fra la fine degli anni ottanta prima in teatro e poi al cinema fino al 2004 rimane spendibile tutt’oggi, e probabilmente questa competizione difficilissima con sé stessi rappresenta il problema più grande; ma anche che quel repertorio necessita ogni tanto di essere rinfrescato da operazioni del genere.

 

 

È notizia di questi giorni che il trio si sia riunito per lavorare ad un nuovo film; alla regia sembra esserci quel Massimo Venier che ha firmato insieme a loro le loro opere più riuscite e con il quale secondo le parole di Giovanni Storti «ci siamo ritrovati con la stessa affinità di un tempo».

Speriamo bene: di sicuro c’è soltanto che l’affetto sviluppato da un’intera generazione verso i tre comici rimarrà probabilmente immutato per sempre, sì ma… niente di serio.

 

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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