Cronache di Britannia: Cronache di Britannia n° 1
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Cronache di Britannia n° 1

Dispacci dalla provincia inglese.

2 Set
2014
Cronache di Britannia


Dispacci dalla provincia inglese

 

1. Quello che i gabbiani non dicono

Potreste aiutarvi riportando alla memoria una di quelle scene da film post-apocalittici tipo The Road o The day after tomorrow. Una cosa del genere, però senza Bruce Willis, per intenderci.

Sono in un parcheggio deserto circondato da un enorme centro commerciale e un abominevole supermercato. Il cielo è grigio, plumbeo, anche se siamo ad agosto e qui c’è il mare e i gabbiani sembrano essere gli unici esseri viventi fatta eccezione per me e il conducente dell’autobus che mi ha portato fin qui. 

Rettifico: fatta eccezione per me. 

Dopo cinque secondi dal mio arrivo a P*****th, nella regione del Devon, giusto in faccia all’oceano Atlantico, conducente e autobus sono spariti. Portati via dal vento, forse. Ce la giochiamo adesso io e i gabbiani. Voglio ricordarmelo, questo momento. Per rendere le cose più facili gli ho dato pure un nome: Sentimento di Isernia. Proprio Isernia, la città del Molise. Non ho mai ritenuto necessario provarne l’esistenza. Talvolta ne ho perfino dubitato, lo ammetto. Dire Isernia come dire Atlantide, Avalon, la Polonia. Ma insomma. Un giorno ci sono finita per sbaglio, grazie ai fantastici metodi dei treni regionali italiani che si scompongono e si ricompongono arbitrariamente. A un certo punto della tratta ho chiesto a una signora quanto mancasse per Caserta e lei mi aveva risposto che dolcezza, manca poco a Isernia. Ultima stazione. Il Sentimento di Isernia è un po’ così: arrivi in un luogo, non sai come ci sei finito, fino a poco tempo prima non avevi neanche mai provato a pronunciarlo, e invece eccoti lì, a un certo punto della tua vita, in un parcheggio deserto, il vento gelido che ti taglia la faccia e i gabbiani che ti passeggiano tra i piedi. Ultima stazione, oltretutto: sei spacciato. No way back. Il Sentimento di Isernia sono io che penso di gridare: che-cosa-diavolo-ci-faccio-qui ma poi sto zitta, perché questi gabbiani sono sempre più numerosi e tutti continuano a guardarmi con sospetto, con i loro occhi a fessura che – posso giurarci – già hanno capito tutto di me e io comincio a sentirmi sporca dentro.

Uno degli effetti principali del Sentimento di Isernia è che dopo la domanda di rito (dovediavolosonofinito et similia) l’ultimo periodo della tua vita comincia a passarti davanti agli occhi a ritroso. Rewind. A partire dall’ultima sera trascorsa a Londra, allora, con una decina di bottiglie di superalcolici sparse sul pavimento della festa che piano piano tornano in posizione eretta e per magia sono di nuovo piene. E io – a ritroso – non ho più il volto pallido nascosto nelle profondità del water, a consegnarci gli organi interni, no: io di nuovo col trucco appena fatto, i capelli a posto, a cena coi miei amici su Broadway Market che dico, ma sì, ma infondo questa P*****th quanto potrà mai essere lontana.

I gabbiani lo sanno. Mi scrutano dentro e leggono tutti i rave degli ultimi sei mesi, tutti i palloncini di gas esilarante che ho strappato via al mio prossimo, tutti i non-torno-a-casa-da-una-settimana-circa. Lo vedi quello? Dicono i gabbiani. Indicano un punto lungo la costa, indefinito. Li abbiamo mandati via da lì i padri pellegrini. Li abbiamo spediti in America. Fricchettoni così ci creano solo problemi. Teste calde.

I Padri Pellegrini?, dico io.

Esattamente. Con la Mayflower e tutto. Una spedizione solo andata e tanti saluti.

I gabbiani ridono insieme come una gang di mafia cinese. Gendarmi nazisti, perfino.

E allora Jonathan Livingstone? Rispondo. Non eravate il simbolo della libertà, del volo libero e tutto il resto?

Stronzate commerciali, dice seccamente uno che deve essere il loro capo.

Comunque benvenuta a P*****th, Devon, dice un altro. E non preoccuparti. Saremo buoni amici. Poi mi fa un occhiolino e se ne vola altrove.

Sollevata dalla conclusione di questa conversazione fittizia mi decido a chiamare un taxi per raggiungere il College. Perché non l’ho ancora detto, ma per uno strano caso della vita sono finita a fare la maestra di scherma all’interno di un College Per Ragazzi di Buona Famiglia.

Era maggio. La prospettiva di uno stipendio e una città nuova. No affitto, no bollette, solo la certezza che per un anno avrei potuto mettere in pausa la lotta per la sopravvivenza. 

Un contratto così io non l’ho mai visto, mi ha detto il maestro Kent, presso il quale per un po’ di mesi mi sono prodigata nella nobile arte del fioretto. Così, stanca dei versi formulari con cui ero solita lamentarmi della mia generazione, ho accettato di buon grado l’affare.

Quando il taxi mi ferma davanti all’ingresso della scuola le nuvole si sono fatte nere, sono le tre del pomeriggio, ciononostante, ma funziona così signorina, benvenuta a P*****th, Devon, qui può darsi pure che fra un quarto d’ora torna l’estate.

Cerco nella mia borsa i soldi della corsa e già che ci sono esploro bene il fondo, nell’eventualità di incrociare le dita con un qualsiasi tipo di droga residuata, ma niente. Nell’espressione tipica contemplata dal Sentimento d’Isernia, c’è questa cosa dell’alzare gli occhi al cielo. Nel momento in cui lo faccio i miei occhi si fermano su un manifesto che copre l’intera parete di uno degli edifici della strada. C’è la testa di un gabbiano feroce fotografato nell’atto di attaccare qualcuno/qualcosa (probabilmente il fotografo), a becco aperto e mortifero. Don’t feed the seagulls, c’è scritto sul manifesto. 

A quanto pare – in questo paesino schiacciato tra l’oceano e la campagna inglese – c’è in atto una guerra civile tra uomini e i gabbiani e io sono appena stata coinvolta.

Porto le mie valigie nella stanza e quando chiudo la porta dietro di me mi pare di vederlo, uno di quegli uccelli marini, così, in ricognizione, che mi dice stai in campana. Ti teniamo d’occhio.

 

2. Il College Per Ragazzi di Buona Famiglia

Il College Per Ragazzi di Buona Famiglia funziona così: ci sono tre blocchi di case, una si chiama Admiral’s House, una Eden e un’altra, dove sono io, è il vero e proprio College. Ciascuna casa ha spazi separati per ragazzi e ragazze. Otto anni di college, come a dire scuole medie e liceo. In particolare, questo College Per Ragazzi di Buona Famiglia andrebbe indicato più correttamente come College Per Ragazzi di Buona Famiglia Bravi Negli Sport. Il criterio secondo cui sono assegnati i posti nelle case è relativo agli sport che questi ragazzi sono bravi a fare e che molto probabilmente li vedranno eccellere alle olimpiadi tra una scarsa decina di anni. La mia stanza è nel sottoscala di un edificio vittoriano abitato da nuotatrici, schermitrici e pentatlete. Tutto il complesso di case si chiama boarding e a capo dello staff del boarding c’è questa coppia di inglesi, marito e moglie, che vive con i figli un cane e un gatto in un edificio limitrofo. Li chiameremo Mr and Mrs Muppetts.

I Muppetts mi avevano consegnato a fine luglio una mail che mi dava il benvenuto tra lo staff del boarding al College Per Ragazzi di Buona Famiglia e mi invitavano a prendere parte alla prima riunione, nella loro casa, con il resto dei colleghi, così, per conoscersi e programmare il nuovo anno.

Fino a quel momento non avevo ancora realizzato che sarei partita davvero. È stato strano: a luglio Londra è bellissima, i concerti, le mostre di arte contemporanea, la notte che non arriva mai e le gambe nude. Dopo quella mail su di me si è riversato il 1970, il rumore lontano di bombe ed esplosoni al Napalm ha iniziato a farsi più nitido e vicino, e io ho abbracciato i ragazzi col magone di un soldato che si lucida gli anfibi per andare alla guerra. Era la sera del concerto di Johnny Greenwood al Roundhouse. Un pacchetto patetico-emozionale che chiameremo Sentimento del Vietnam

Varco la soglia di Casa Muppetts e sono tutti all’ingresso, lui, lei, il cane che scodinzola davvero in modo perfetto e altri tre ragazzi, che sono i nuovi acquisti dello staff. Ci accomodiamo nel salotto, profuma di vecchio come le case delle nonne e ha qualcosa di coloniale che va ben oltre i libri di Rudyard Kipling sullo scaffale. L’arredamento ritorna sempre su elefanti, leoni, tigri e strane statuette africane che per fortuna, grazie a dio, non siamo in dieci, o avremmo preso a cadere uno alla volta, scomparendo misteriosamente come i dieci piccoli indiani di Agatha Christie, lei e i suoi omicidi a sfondo etnico.

 

3. Stato di Polizia & Castità 

Una regola molto importante di questa scuola – dice Mr Muppetts – è che non bisogna fare sesso con gli studenti. E un’altra regola molto importante di questa scuola è anche: non bisogna mai fare sesso con gli studenti.

Mr Muppetts è un uomo alto e flaccido, appena elencate le prime due regole penso che – ogni volta che le enunci – tenga stretta nella mente l’immagine della studentessa che vorrebbe agganciare su internet appena fresca di diploma. Poi prosegue: e anche, state attenti che gli studenti non facciano sesso tra di loro. I ragazzi non sono ammessi nei corridoi delle ragazze e viceversa. Non possono toccarsi nelle sale comuni, soprattutto durante la visione dei film, e se qualcuno di loro ha una relazione interna alla scuola, noi dello staff dobbiamo esserne al corrente. Lo scorso anno per San Valentino siamo riusciti ad avere una soffiata da un istruttore che se la cava con i social network, abbiamo sventato una bravata notturna e ne andiamo molto fieri.

Spionaggio e agenti segreti, del resto siamo in Inghilterra. Un file per ciascuno nell’archivio comune.

Forse è a questo punto che inizio a ordire la mia fuga da College Per Ragazzi di Buona Famiglia. Prendi settanta ragazze e settanta ragazzi in piena adolescenza. Prendi la tempesta ormonale. Prendi le divise maliziose, le gonnelline cortissime (maledizione, ma lo fanno di proposito?) e i ragazzi in cravatta che sembrano tutti indie rocker dei primi anni Zero. 

Non toccate gli studenti.

Assicuratevi che non tocchino alcol.

Alle dieci a letto.

Dove diavolo sono finita? La risposta e una sola: dall’altra parte della barricata. Il contrappasso della mia vita a Londra ha i colori dello stemma di una scuola-prigione dorata. C’è una croce, quattro castelli che sono torri di isolamento, ora lo leggo chiaramente, e un grappolo d’uva, che non è più uva, a guardarla adesso, ma palle di cannone.

Chi controllerà i controllori? 

Rientro nell’edificio della mia casata. Le ragazze stanno cominciando ad arrivare dall’aeroporto. Il viale d’ingresso è pieno di Range Rover, Mercedes, taxi che vomitano fuori famiglie ben vestite. Sull’ingresso c’è una ragazza biondina con l’apparecchio per i denti e una maglietta che dice wake up-eat-swim-repeat. Le vorrei dire credimi, davvero, credimi, nella vità c’è troppo altro. Per adesso va bene così, poi il resto lo vediamo insieme. Mi presento, faccio per stringerle la mano quando sulle scale dell’ingresso in planata arriva un gabbiano che si libera le penne dalla pioggia sottile con un brivido che gli attraversa tutto il corpo tozzo. Mi guarda con i suoi occhi a fessura. Ti tengo d’occhio sorella, sussurra.

«Benvenuta,» mi limito allora a dire alla ragazza «sono la tua nuova insegnante di scherma».

E guerra sia. 

Più tardi, sul prato all’ingresso della casa, non riesco a togliere lo sguardo dall’involucro scartato di un preservativo buttato lì, neanche troppo nascosto. Dopo un’ora è sparito. Tutti sono sicuri di averlo visto, nessuno ne fa menzione. Un errore di Matrix. Dev’essere così che funziona da queste parti. 

 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 1

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 2 

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 3

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 4

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 5

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 6

Leggi le puntate precedenti: Cronache di Britannia n° 7

Olga Campofreda
Olga Campofreda
Olga Campofreda è nata a Caserta nel1987. Giornalista pubblicista, ha scritto per il quotidiano Il Mattino, occupandosi di cultura e spettacoli. È laureata in lettere moderne e collabora con diverse testate e web magazine (il manifesto, Freakout, Collater.al, Dude Magazine). L’ultimo libro pubblicato è Caffè Trieste (Giulio Perrone Editore, 2011), un reportage sulla poesia di San Francisco con un’intervista inedita a Lawrence Ferlinghetti.
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