Letteratura: «Il desiderio di tornare a un’età perduta» — Intervista a Giorgio Biferali
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«Il desiderio di tornare a un’età perduta» — Intervista a Giorgio Biferali

L’amore a vent’anni (Tunué, in libreria dal 15 marzo) è il romanzo d’esordio di Giorgio Biferali (Roma, 1988), già autore di un racconto biografico su Calvino (Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna, La Nuova Frontiera Junior, Roma 2017) e di un diario di viaggio, scritto in collaborazione con Paolo Di Paolo, che ripercorre le vie […]

18 Mar
2018
Letteratura

L’amore a vent’anni (Tunué, in libreria dal 15 marzo) è il romanzo d’esordio di Giorgio Biferali (Roma, 1988), già autore di un racconto biografico su Calvino (Italo Calvino. Lo scoiattolo della penna, La Nuova Frontiera Junior, Roma 2017) e di un diario di viaggio, scritto in collaborazione con Paolo Di Paolo, che ripercorre le vie di Roma alla ricerca dei luoghi dei film di Nanni Moretti (prima edizione Viaggio a Roma con Nanni Moretti, Lozzi, Roma 2015, poi col titolo A Roma con Nanni Moretti, Bompiani, Milano 2016). Protagonista della vicenda è Giulio, studente di Lettere a La Sapienza, che si innamora di Silvia, compagna di studi e vicina di casa. Un romanzo all’insegna della scoperta degli affetti, dei conflitti interni ed esterni alla casa, delle gioie e delle amarezze, sullo sfondo di una città, Roma, che sembra essere coinvolta anch’essa nel gioco delle emozioni. Con Giorgio ci siamo incontrati al bar dell’Auditorium Parco della Musica, dove abbiamo parlato del suo libro, di letteratura, di cinema e di tante altre cose. Ma veniamo al dunque.

A settembre un libro su Calvino e ora il primo romanzo, L’amore a vent’anni, per Tunué. Quanto c’è di autobiografico in questi libri?

Quello su Calvino è un libro autobiografico nel senso che la scelta è autobiografica, l’ho visto come un omaggio a Calvino, e quindi a qualcosa di mio. Mi avessero chiesto un libro su Elsa Morante, o su Moravia, per dire, sarebbe stato imposto; Calvino è una scelta autobiografica. Anche per come l’ho impostato: è un Calvino antologico, non parlo di tutti i libri, e le scelte che ho fatto sono molto personali. Dietro Calvino riesco a nascondermi meglio, nessuno penserebbe che ho voluto raccontare qualcosa sulla sua famiglia perché avverto una somiglianza con me; mentre con il romanzo, con i personaggi e con le vicende che ho inventato, c’è il rischio che il lettore possa chiedersi: «Ma è autobiografico o no?».

 

Giorgio Biferali, “L’amore a vent’anni”, Tunué, 2018

 

E il tuo romanzo è autobiografico?

No. La vicenda in sé non credo sia autobiografica, però ci sono degli elementi autobiografici, degli scenari o dei personaggi che ho ripreso dalla vita. Ho preso spunto da ciò che ho vissuto dal punto di vista amoroso, ma non solo: ho tratto ispirazione dagli amici e anche dall’ambiente familiare. L’ambiente familiare da un lato è quello venuto più facilmente perché avevo presente dei tratti, delle figure, ma dall’altro è stato complicato perché erano come dei fantasmi difficili da evocare. Per certi aspetti è autobiografico, ho sparso degli indizi qua e là.

Una sorta di caccia al tesoro per il lettore.

Esatto, poi è bello perché magari chi mi conosce, riconosce…

È vero, io qualcosa, non tutto, riconosco.

Però il lettore X invece si domanda se è vera questa storia, magari anche con un po’ di preoccupazione. Comunque non è una vicenda autobiografica.

Ci sono in effetti dei fattori di somiglianza: il protagonista studia Lettere e tu hai studiato Lettere; il protagonista si chiama Giulio e tu Giorgio, avete un’iniziale in comune, quasi come Il posto delle fragole di Ingmar Bergman, dove il protagonista, guarda caso, ha per iniziali di nome e cognome la I e la B.

(Ride) L’accostamento a Bergman è bello. In realtà la prima scelta del nome era Giacomo, ma sarebbe risultato forse troppo didascalico, perché lui e Silvia nel romanzo abitano uno di fronte all’altra e sarebbe stato un po’ pacchiano. Così sembrava che volessi dare a intendere che ho letto Leopardi e che ho le basi più superficiali della letteratura. Giulio era un nome adatto, romano, breve; un nome che mi è sempre piaciuto (come Silvia). Non ho voluto puntare per forza sull’originalità, sulla ricerca di un nome particolare: Giulio mi piaceva per la sua semplicità e perché è un nome memorabile, che si ricorda.

Tu mi parli di semplicità, che a me sembra in effetti un tuo modo di pensare la letteratura e la scrittura.

Sai, a volte si crea un malinteso da parte dei lettori, specie di quelli più esperti: sembra che la semplicità sia un limite o un difetto. Io credo che la semplicità premeditata, nel senso di voler arrivare ai lettori a tutti i costi perché «voglio vendere, voglio avere successo», sia sbagliata, perché rischia di inquinare il linguaggio. La ricerca della semplicità (a cui sono legato anche da lettore) è per me, invece, una sorta di filtro per parlare al lettore, per raccontare, per avvicinarmi con più semplicità al quotidiano, anche dal punto di vista linguistico, perché così sento di raccontare le cose in maniera più autentica, di avvicinare sul serio la letteratura alla vita vera. E questa, ribadisco, è una cosa che avverto anche come lettore. Non ho mai avuto il pregiudizio: «scrittura semplice uguale scrittura superficiale, per la massa». L’esempio più lampante è Calvino, che ha tante chiavi di lettura per chiunque, che è un modello di scrittura semplice, di possibilità. La lettura e la scrittura come possibilità. Alle volte uno pensa che lo sperimentalismo sia la lettura delle possibilità, ma secondo me è la semplicità a offrire più possibilità, perché arriva a tutti, e tutti possono leggere e interpretare a loro modo. È una visione più democratica della letteratura (anche se non mi fa impazzire questo aggettivo), nel senso che dai a tutti la possibilità di leggere quello che scrivi. Chi ha studiato e ha un bagaglio culturale importante conosce anche il linguaggio più antico e prezioso, e se scrivesse utilizzando sempre quel tipo di linguaggio potrebbe essere letto solo dai suoi simili. A me interessa parlare a più persone possibili, non per la fama o il successo ma perché penso che la letteratura deve essere di tutti e non una cosa esclusiva. Quando finisci di scrivere il libro, alla fine lo liberi, non è più tuo, ed è bene che diventi di tante persone, non solo di chi ha interessi in comune con lo scrittore. Mi sembra un’idea più aperta dei libri e del mondo.

 

Giorgio Biferali, “Lo scoiattolo della penna”, La nuova frontiera junior, 2017

 

Così però non c’è il rischio di creare una sorta di censura implicita? Capisco il voler raggiungere il maggior numero di persone possibili, ma, se il livello medio è troppo basso, non c’è il rischio che nello scrittore scatti una censura del tipo: «Non posso giocare troppo con il linguaggio, non posso sperimentare troppo, altrimenti non mi capiscono»?

Il rischio c’è, come c’è il rischio dell’omologazione, di arrivare a quel linguaggio detto traduttese. Però, secondo me, ci può essere un modo per conservare il gioco linguistico senza risultare criptici. C’è il rischio di un’omologazione o di una perdita, ma penso che uno possa portare le persone a un livello successivo. Non credo che un autore debba scrivere cose semplici per tutta la vita per paura di non essere letto. Il lettore ha bisogno di fidarsi dello scrittore. Quando la fiducia arriva, forse il lettore riesce a seguirti anche in giochi o in romanzi che hanno strutture non del tutto tradizionali. C’è il rischio di una perdita, o dell’effetto best seller, con tutti i libri scritti allo stesso modo. Io ho cercato, nell’Amore a vent’anni, di mantenere una voce, di non perdermi, pur puntando sulla semplicità. Paolo Nori o Ugo Cornia, per esempio, riportano volutamente il parlato, con tutti gli errori grammaticali del caso, e magari molti lettori li avvertono come più semplici, ma ciò non vuol dire che quella sia una scelta più facile (o furba) rispetto a un libro molto sperimentale come Rayuela di Cortázar. Ci può essere un punto di incontro tra la letteratura ultra-sperimentale e quella più commerciale. Un punto d’incontro in cui la lingua non si perde ed è più accessibile.

Questo punto d’incontro, se ho capito bene, tu lo vedi in Calvino.

Calvino può essere un punto d’incontro. È una letteratura, la sua, fatta di immagini. Calvino è molto semplice e la sua scrittura sembra quasi venire fuori di getto, ma in realtà ogni cosa è ben pensata. Quando pensava troppo scivolava nello sperimentalismo, come quello degli anni Settanta, e forse i libri di quel decennio sono troppo cerebrali per il lettore del Sentiero dei nidi di ragno o dei Nostri antenati. Calvino è un punto d’incontro perché racconta e spiega la vita con semplicità. Un non lettore magari legge Calvino e si appassiona, cosa che non capita con altri. Io durante l’adolescenza ero un non lettore e Calvino mi ha fatto scattare l’amore per la lettura.

Cosa che non pensi potrebbe accadere con altri scrittori che richiedono una base di partenza.

Sì, penso ad alcuni scrittori che apprezzo molto, come Landolfi, Savinio, Manganelli o Gadda. Sono scrittori che probabilmente oggi non pubblicherebbero mai. Forse solo alcune cose, ma poca roba. Gadda oggi sarebbe l’ennesimo grande non pubblicato. In un’epoca in cui un editore ti chiede di portare a compimento un romanzo, Gadda potrebbe avere problemi. Comunque anche altri scrittori, non solo Calvino, possono essere adatti al grande pubblico. Buzzati e Parise vanno benissimo, perché hanno una chiarezza e una linearità nella scrittura davvero apprezzabili. Poi, sai, il vero problema è come se ne parla. Secondo me anche Landolfi e Manganelli, se trovi il modo di raccontarli bene, li puoi portare tranquillamente al grande pubblico. Non credo possa esistere un autore davvero illeggibile. Un altro problema poi sono le categorie: se ti metti a dire questo è ermetico, quello è neorealista, quell’altro è sperimentale, ecco, rischi pure di spaventarlo il lettore. Poi ovviamente il lettore dovrebbe fare qualche passo in più, non penso sia giusto tenerlo per mano e indicargli la strada, potrebbe anche rischiare di più, come accadeva fino a venti o trent’anni fa. Al giorno d’oggi non so quanto conti la potenza di una casa editrice o di un gruppo di amici scrittori, ma i lettori sono condizionati e dovrebbero avere un po’ più di autonomia.

 

Giorgio Biferali

 

Aggiungiamo poi che anche scrittori apparentemente diversissimi in realtà hanno dei punti in comune. Anche se Calvino e Gadda sono lontanissimi, soprattutto a livello di impatto di lettura, non li ho mai considerati agli antipodi, credo semmai che siano due lati diversi di un mondo piuttosto complesso e non è un caso che in Molteplicità, nelle Lezioni americane, Calvino prenda come modello proprio Gadda.

Ma infatti leggere entrambi ti dà un’idea di cosa sia stato il Novecento italiano.

Torniamo però al tuo romanzo. Normalmente io il giovedì pomeriggio vado a giocare a Magic, oggi invece siamo qui nella cornice dell’Auditorium e, visto che ho saltato il mio pomeriggio giochi per parlare del tuo romanzo, raccontami qualcosa di interessante. Ti faccio una domanda davvero banale ma che di solito incuriosisce sempre tutti: come nasce il tuo romanzo?

Il romanzo nasce dalle esperienze che ho vissuto. Nelle storie d’amore del romanzo ci sono sicuramente cose che ho vissuto, ma anche cose che ho visto nelle vite degli altri. Il romanzo nasce da dinamiche sia interne alla mia casa sia esterne. Mi ha sempre affascinato la dialettica tra interno ed esterno. Uno dei personaggi principali del libro è il padre e c’è, in lui, uno scarto tra la vita che vive dentro casa e quella che vive fuori. Mi interessava questa differenza tra mondo di fuori e mondo di dentro. E il mondo di dentro è anche quello interiore, ovviamente (soprattutto dal punto di vista di Giulio, trattandosi di un romanzo in prima persona). Avevo poi la necessità di liberarmi di alcuni fantasmi. Quando mi dicono che il secondo romanzo è il più difficile non sono d’accordo, perché con questo primo romanzo mi sono tolto alcuni pesi che mi hanno fatto maturare. Questo romanzo è stato una specie di autoanalisi, mi sento più leggero. Ho l’impressione di aver risolto alcune cose che erano dentro di me. Regna, da un certo punto di vista, l’innocenza del protagonista, lo stupore, anche un po’ carveriano (Carver diceva che per scrivere non bisogna mai perdere la dimensione dello stupore). Lui ce l’ha perché ci sono tante prime volte per Giulio. Per me c’è stato il desiderio di tornare a un’età perduta, come l’infanzia, non perché io abbia la sindrome di Peter Pan, ma perché nell’infanzia ci sono delle cose così belle che è davvero un peccato perderle. Il mio romanzo è un invito ai grandi a ricordarsi di ciò che sono stati, perché potrebbero esserlo ancora. Non esistevano i secondi fini, non esistevano i compromessi, non esistevano tante cose che inquinano il quotidiano. C’era, dentro di me, il desiderio di tornare alla vita più vera.

Infanzia come luogo quasi mitico in opposizione all’inquinamento dei rapporti quotidiani adulti?

Sì. Poi è ovvio che non è tutto così. Nel mondo dei grandi però ci sono delle cose che possono ferire (e che partono dall’adolescenza, dove arrivano le prime ferite e le prime delusioni). È chiaro che non immagino un mondo celestiale dove tutto funziona bene e tutti si amano e dicono la verità, non sarebbe credibile. Però un tentativo per tornare a essere più umani sarebbe il caso di farlo. Ricordiamo De André: «Che la pietà non vi rimanga in tasca».

 

 

Alla faccia di Freud, per te il mondo dell’infanzia è puro!

Ma anche Freud mi ha influenzato, sono legato a lui in qualche modo. Non capisco chi ne parla come di uno superato. È anche un grande scrittore, molto più grande di altri che lo fanno per mestiere. Il terreno dell’inconscio è pericoloso, ma è bellissimo perdercisi. Ti perdi in una cosa profondamente tua. Poi io sono dell’idea che bisognerebbe scrivere solo di ciò che conosci e hai vissuto. Non potrei mai parlare di altre cose, il che non vuol dire raccontare direttamente la mia vita, ma è da lì che prendo spunto. In ciò che vivo e vedo mi sembra ci sia qualcosa che manca e mi piace trovare qualcosa da aggiungere, o comunque dare nuovo colore e nuovi spazi alle cose che vedo.

Il titolo è la citazione di un film a episodi, ricordato soprattutto per la partecipazione di Truffaut (e sono altri poi i riferimenti a questo regista e al personaggio di Antoine Doinel), e chiaramente allude alla storia d’amore tra Giulio e Silvia. Ma, al di là di questo, ho avuto l’impressione che la parola amore vada intesa in modo più ampio. Amore come sfera affettiva, anche perché la situazione affettiva più interessante mi è sembrata quella legata alla famiglia, non tanto a Silvia, non per sminuirla.

Sì, l’amore nel titolo va inteso come sentimento che lui prova ma che ha diverse forme. Può essere un primo amore per Silvia, ma anche l’amore che lui già nutriva dentro di sé per la famiglia. È un amore anche nei confronti dell’amico. Amore sta per rapporti umani dove è possibile conservare un po’ di affetto, il volersi bene. È un amore universale, anche rivolto alle cose. L’amore è presente soprattutto nello sguardo. L’amore che diventa un modo di sentire e di guardare le cose, come diceva Flaubert. Significa conservare la propria umanità e cercare di amare quello che si ha e quello che si trova.

Correggimi se sto dicendo una scemenza, mi sembra che nel libro ci sia uno scontro tra l’amore inteso come affetto (per le persone, i ricordi e le cose) e la paura che questo amore possa non concretizzarsi. Da un lato l’amore per la famiglia e dall’altro la paura che tutto si perda

È vero. C’è una dialettica soprattutto dell’astratto e del concreto. Il pericolo è che l’amore possa essere solamente idealizzato. L’amore deve verificarsi nei gesti, nelle azioni, nei sentimenti e deve essere nel mondo, se no diventa un discorso come tanti altri. Nel grande flashback di Giulio, la memoria diventa una specie di rifugio. La memoria è un nascondiglio ideale che permette di proteggere i ricordi, che a loro volta permettono a Giulio di restare in piedi. C’è la paura di perdere tutto ciò che lui ha inteso come amore, e c’è la paura di un amore che possa non concretizzarsi e che quindi rimanga ideale.

Nel lettore scatta un meccanismo di identificazione, perché Giulio ci mette in contatto con situazioni che, in una maniera o in un’altra, tutti abbiamo vissuto. Automaticamente siamo dalla parte di Giulio ma c’è anche una specie di distacco, perché mi sembra un personaggio che presenta molte ombre e che sbaglia.

Sicuramente. Fa parte della formazione. Il romanzo di formazione viene anche là dove si verificano degli sbagli o delle sviste, dovute anche all’età. Giulio sbaglia ma in maniera innocente, non può far altro che sbagliare. Sbaglia senza pensarci. Sbaglia come può sbagliare un bambino o un adulto che magari certe cose non le ha vissute. Sono contento che ci sia empatia, ma sono anche contento che il lettore non veda in Giulio un modello da seguire. È bello che il lettore possa dire: «No, ti prego, non farlo». E allo stesso tempo, col senno di poi, il lettore potrebbe anche dire: «Quell’errore lo avrei fatto anche io». Ci può essere un’identificazione nelle cose cattive e anche un distacco nelle cose buone.

Recentemente hai spiegato, sul blog di Tunué, il significato del colore albicocca della copertina. Ti ricordava il colore del crepuscolo di Roma.

Quel colore mi piace perché appunto è di passaggio, è un colore di incertezza. Allude al crepuscolo romano, al passaggio tra il giorno e la sera, e allude alla crescita. Il colore albicocca è un confine. È a metà tra la luce e l’ombra. È un colore che coinvolge chi si trova in questa situazione di passaggio.

E Giulio ha un vero amore, tanto per tornare a questa parola, per Roma, la sua città.

Roma è il luogo della sua infanzia, è il contorno della sua infanzia. Roma è un luogo sicuro, perché è un luogo in cui Giulio sa come muoversi, ma riserva anche molti pericoli. Roma è come se fosse un altro personaggio.

E per te che cosa è Roma?

Per me Roma è un po’ il quotidiano, un modo di respirare, un modo di guardare. Io ho imparato a guardare e sentire le cose grazie a questa città. Ho costruito me stesso qui a Roma, le mie abitudini e le mie debolezze. È quell’ambiente che ti fa venire voglia di scappare ma ci sei talmente legato che se ti trovi in altre parti del mondo non solo hai voglia di tornare, ma rischi anche di perderti. È un legame che non ti lascia andar via. Moretti riguardo a Roma disse che è un po’ come sua madre, io sono completamente d’accordo. Roma è un po’ come una madre: a volte ti tratta bene, a volte ti capisce e a volte ti sgrida. È un luogo che ti fa crescere ma che allo stesso tempo ti impedisce di farlo. È come se fossimo dei Pinocchi e Roma fosse Lucignolo, sempre lì a giocare con te e a distrarti.

Questo è il tuo battesimo come romanziere, anche se hai già scritto altri libri, ed esordisci nella collana di una casa editrice che in questi ultimi anni si è imposta dando spazio a molti giovani scrittori accomunati, pur nelle singole diversità, da una grande attenzione prestata allo stile. Ti ritrovi nelle linee di questa collana?

È vero che Tunué ha una particolare attenzione allo stile. Del resto è ciò che capita a Vanni Santoni, il direttore di collana, nel suo essere scrittore e lettore: ha una visione globale della letteratura, va sempre alla ricerca del nuovo. So di essere diverso dagli altri compagni di collana, magari più sperimentali, ma quando scrivo sono molto attento alle parole, al linguaggio, alla musicalità. Mi piace rileggere ad alta voce quello che scrivo per sentire come suona. Ho questa cura e forse è stato questo il motivo per cui Vanni ha accettato il mio libro. Lo stile è l’elemento di partenza, lo stile a volte diventa contenuto, come nei film di Sorrentino. Vanni mi piace perché ha creato un catalogo dove è possibile farsi un’idea generale della letteratura di oggi, di quali sono le possibilità che la letteratura offre.

Qual è la tua opinione del panorama letterario contemporaneo? Tu scrivi sui giornali e qualche idea te la sarai fatta sicuramente.

Io sono molto curioso in generale, non sono come tanti che hanno dei pregiudizi e dicono che la letteratura è morta e non c’è più niente da leggere. Sarebbe un paradosso se la pensassi così. Trovo delle cose interessanti in Italia: sono grandicelli, ma penso a Michele Mari, Aldo Nove e Tiziano Scarpa. Anche Niccolò Ammaniti mi piace molto per il tipo di storie che racconta e per il suo immaginario infantile quasi votato alla playstation. Mi interessano molto le storie e le possibilità che ti offrono. Sui giovani scrittori, non è per tirare acqua al mio mulino ma mi sembra che Tunué sia molto attenta alle nuove realtà. Vedo nuove possibilità e penso a scrittori come Luca Bernardi o Orazio Labbate. Penso anche a Tedoldi, anche se è più grande. Sono scrittori interessanti che sono curioso di aspettare e di leggere. Lo stesso vale per Vanni Santoni. Lui mi piace perché sperimenta sempre cose diverse.

Michele Mari, se dovesse leggere questa intervista, vedrà il suo nome accanto a quelli di Aldo Nove, Tiziano Scarpa e Niccolò Ammaniti: ti aspetti di trovartelo sotto casa pronto a menarti o pensi che si farà una risata?

(Ride) Sì, non volevo metterli proprio insieme, se sta lì in quella dimensione è perché sta nei miei gusti, ma non volevo paragonarli. La ricerca linguistica di tutti questi, soprattutto di Mari, Scarpa e Nove, mi affascina. Mi interessa come Nove e Mari traducano il proprio vissuto. Per Nove penso alla Vita oscena o ai racconti di Superwoobinda o Anteprima mondiale, e per Mari a Tu, sanguinosa infanzia e Leggenda privata.

A proposito di vissuto: viviamo in tempi di nostalgia. Dico a vari livelli. Penso al successo di una pagina Facebook come Serie A: operazione nostalgia, che punta tutto sui calciatori degli anni Ottanta e Novanta, specie Novanta. Penso a Zerocalcare, che attinge a piene mani alla cultura di massa (videogiochi, cartoni e fumetti) dello stesso periodo. Anche Vanni Santoni cita spesso la cultura di quei due decenni. E, banalmente, basta pensare al successo di una serie come Stranger Things. Nel tuo romanzo ci sono riferimenti a quel periodo: Giulio è cresciuto negli anni Novanta e vengono ricordati la Playstation e altri oggetti di quel decennio, tiri fuori perfino il dimenticato robot radiocomandato Emiglio…

E con un certo dolore ho chiamato in causa Emiglio, perché non l’ho mai avuto.

Ma tu come la spieghi questa attrazione per quei due decenni in particolare?

È divertente la nostalgia dei tempi non vissuti. Anche i ragazzi nati nel 2000 si appassionano a Stranger Things, che racconta gli anni Ottanta, eppure loro non erano nati in quel periodo. Mi interessa questo ritrovarsi nelle nostalgie degli altri. Per rispondere alla domanda, questa nostalgia me la spiego come risposta a una crisi, in cui difficilmente si inventa qualcosa di nuovo. Nel momento in cui non c’è niente di nuovo si torna indietro, in un porto sicuro come può essere l’infanzia. Gli anni Novanta ti davano, come i Sessanta, l’idea di un mondo dove tutto era ancora possibile. Era un mondo avvertito come più leggero, fatto di giochi e di novità. Anche la rivoluzione del web e dei cellulari era vista positivamente (oggi queste due cose hanno anche lati negativi). Oggi c’è un ritorno massiccio a quel passato. Torna It, viene girato Trainspotting 2, è uscito L’atlante sentimentale degli anni Novanta, nei mercati vintage trovi le sorprese dell’ovetto Kinder. Mi viene in mente 2030 degli Articolo 31: «Tanta nostalgia degli anni Novanta quando il mondo era l’arca e noi eravamo Noè». Ti dava l’idea di un mondo che era tuo. Chiaro che poi non era proprio così. C’è l’anniversario di Friends e dei Simpson, è un po’ come se fossimo tutti Owen Wilson in Midnight in Paris e stessimo aspettando una macchina che ci porti in quel passato, perché è un luogo sicuro, pieno di certezze. La nostalgia, in un’epoca precaria come quella di oggi, può essere un rimedio.

Non c’è il rischio di un logoramento? Che dopo un po’ anche la nostalgia passi di moda o annoi?

C’è il rischio che si logori, ma forse non è ancora il momento. La nostalgia può essere uno stimolo per ripartire da lì, qualcosa di buono c’era negli anni Novanta, anche se noi eravamo piccoli e magari non ce li ricordiamo bene. Se quello del passato è un mondo in cui c’è qualcosa di autentico, magari da lì si può ripartire per inventare qualcosa di nuovo. Lo spero almeno.

Tu sai bene che io vivo nel mito dei Novanta. Figuriamoci, è il decennio della mia infanzia. Tu dici che la nostalgia può essere uno stimolo, alle volte però ho paura che diventi qualcosa di comodo, che proprio perché va di moda porti a non fare di meglio.

No, potrebbe esserci il pericolo, ma io penso vada bene come punto di partenza. Mi auguro che la nostra epoca non sia una brutta copia degli anni Novanta.

Che poi in questo mare di nostalgia si stanno alzando anche delle voci contrarie. Penso a un film, purtroppo mediocre, come Super Dark Times, che ha l’unico merito di aver ambientato una storia di disagio giovanile proprio negli anni Novanta, quasi a rispondere polemicamente a tutti quelli che vedono in quel decennio solo aspetti positivi.

Questa è una cosa buona perché dà sicuramente un’idea più complessa, altrimenti uno penserebbe che i Novanta sono stati solo walkman, Spice Girls, Backstreet Boys e Blockbuster.

Nel tuo libro, a parte Truffaut e Calvino, troviamo citati, più o meno esplicitamente, Roland Barthes, La vita di Adele, Boris Vian e potrei andare avanti. Personaggi e opere del passato e della contemporaneità: molte volte si rischia di restare ancorati al passato, ai classici, per quanto riguarda cinema e letteratura; altre ancora si frequenta solo il contemporaneo ignorando, colpevolmente, quello che c’è stato prima. Tu come ti poni?

Diciamo che non ho un’epoca prediletta, che magari deve ancora arrivare. È la mia curiosità che mi porta a toccare i classici, su cui mi sono formato e che mi sono stati suggeriti, insieme ad altre cose che ho scoperto io e che ho amato autonomamente. Mi piace muovermi tra passato e presente, è la mia idea di mondo. Non c’è un’epoca dove tutto finisce, come pensa il padre di Giulio. Ci sono delle epoche ma tutto è in continuo movimento. Magari abbiamo sotto di noi quelli che Pontiggia chiamava i «contemporanei del futuro», ma non ce ne accorgiamo perché sono troppo giovani, troppo presenti e troppo vivi.

Tu dici «come pensa il padre di Giulio», e uno dei lati più evidenti del libro è quello dello scontro con la figura paterna, che poi è un tema ampiamente radicato nella letteratura, basterebbe scomodare Kafka.

Giulio nel ricordare tutto la scrive un po’ la Lettera al padre e forse ci sono dei punti in comune tra suo padre e quello di Kafka. Tra Giulio e il padre c’è una forte incomunicabilità. Mi piace che ci sia questo scarto, che non è solo scarto generazionale, con i padri che non riescono a parlare coi figli, ma è soprattutto uno scarto umano tra i due, perché hanno forme diverse di comunicazione, perché hanno avuto modi diversi di esistere. Non è un padri contro figli, ma sicuramente è un tentativo timido di capire come questi due mondi possano entrare in contatto.

Ti vengono mai in mente le facce dei tuoi personaggi? Che facce potrebbero avere?

Sì, mi vengono in mente le facce, e alle volte le trovo un po’ nelle persone che incontro. Altre volte penso a persone che ho conosciuto ma poi cerco di staccarmene perché non voglio fare dei ritratti. Mi vengono anche in mente attori e attrici che mi piacciono: un personaggio femminile lo vedo come un’attrice che mi piace molto e lo stesso vale per quelli maschili, perché poi il romanzo lo immagino come lo scenario di un film.

Il cinema e la musica sono molto presenti, al di là del livello strutturale, perché hanno un peso importante nella vita di Giulio. A te quanto influenzano?

Mi influenzano tanto. Cinema e musica, stando attento alle novità, diventano una forma di educazione sentimentale. Io molte scelte che faccio le baso su quello che vedo e mi sento molto vicino ad alcuni personaggi (anche dei libri). Penso sia giusto agire e pensare in un certo modo perché ho visto agire i personaggi in un certo modo. Alcune riprese, alcuni colori e alcune immagini dei film influenzano molto la mia scrittura. È un modo di fare più rapido, dettato dall’immagine, che mi dà un’idea di freschezza e che mi aiuta di più di un classico della letteratura. Un film più recente mi aiuta di più di un classico, mi sembra una testimonianza dell’esistenza di qualcosa di nuovo, un nuovo linguaggio, e quindi mi ispira di più. Penso ai primi piani di Dolan, o ai colori e alla simmetria di Wes Anderson. Lì trovo cose più vicine a me con cui riesco a esprimermi più facilmente.

Quindi se da un lato la tua curiosità ti porta ad avere un interesse sia per i classici sia per i contemporanei, dall’altro è il contemporaneo a ispirarti di più?

Il contemporaneo mi ispira di più probabilmente anche perché il classico è sedimentato dentro di me. Magari scrivo delle cose e penso delle cose che forse sono state già scritte e pensate ma non mi ricordo di averle lette, perché ormai fanno parte di me. I classici hanno la forza di aver espresso esperienze che ho vissuto nella vita, che non mi ricordo precisamente e che fanno parte della mia educazione. I classici sono dentro di me, ma a volte non me ne rendo conto: penso in quel modo perché probabilmente ho letto e visto determinate cose.

Il classico è quello che già è dentro di te; il contemporaneo, il nuovo, qualcosa che ti ispira di più. Però il rapporto con i classici può essere anche di scoperta: gli scrittori che uno non ha mai letto, anche se ambientano le loro storie in epoche molto lontane, potrebbero comunque rappresentare qualcosa di nuovo.

Esatto, e magari può capitare che metti da parte qualche scrittore contemporaneo che pensavi si fosse inventato qualcosa e invece leggendo i classici scopri che quel qualcosa già c’era e che non si è inventato nulla. Può capitare anche questo. Sono felice di non aver letto tutti i classici perché almeno posso ancora leggerli.

Ti ringrazio per questa conversazione. Il mio pomeriggio Magic alla fine è stato sostituito da qualcosa di interessante.

Di altrettanto magic!

Massimo Castiglioni
Massimo Castiglioni
È nato a Roma nel 1988. Collabora con diverse riviste occupandosi prevalentemente di letteratura e cinema.
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