Letteratura: Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano
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Il rigore più lungo del mondo di Osvaldo Soriano

C’è quindi qualcosa di più sul calcio come ragione di vita: il tifo come sostegno ad un esistenza di miseria e rabbia.

 

Avvertenza: nelle prossime righe si parlerà di calcio. Per cui sarò dannatamente serio.

Nel suo volume di racconti Cuentos de los años felices, uscito nel 1993 e tradotto in Italia nel ’95 con il titolo Pensare con i piedi, lo scrittore argentino Osvaldo Soriano rivela del calcio un aspetto particolare: declinando la parte puramente sportiva inserisce i personaggi e i loro gesti in un universo mitologico, affidandosi al flusso dei suoi ricordi di giocatore e di spettatore. Tra queste storie, ce ne una che è rimasta famosa, forse il racconto più conosciuto sul calcio. Si parla, più o meno, di un rigore.

È la storia dello scalcinato club dell’Estrella Polar. Il campionato è quello di Valle, che, come dice il nome, è giocato la domenica dalle squadre della Valle de Rio Negro, dopotutto la domenica non c’è niente di meglio da fare in nessuna parte del mondo, figuratevi lì. L’anno è il 1958. Come in tutti i campionati c’è una squadra di eterni campioni: il Deportivo Belgrano. Quell’anno lì, però, i mediocri giocatori dell’Estrella Polar iniziano a vincere: vittorie da mediocri, uno a zero, due a uno. Tanto basta per farne gli eroi del paese, tanto basta per arrivare alla scontro decisivo fuori casa un punto dietro il Deportivo.

«L’ultimo scontro divenne storico a causa del rigore» scrive Soriano introducendo quello che sarà il tema centrale del racconto. Scrive Soriano che nell’ultimo secondo dell’ultimo minuto l’arbitro (di parte, come in ogni campionato che si rispetti) fischia un rigore per il Deportivo Belgrano che in quel momento è sotto e che con il pareggio si laureerebbe campione. Qui entra in gioco l’impossibile, il dettaglio tecnico che solo un grande scrittore può tirare fuori: un giocatore dell’Estrella Polar colpisce con un pugno l’arbitro innescando una mischia «così lunga che scese la sera e non ci fu modo di sgomberare il campo né di risvegliare Herminio Silva (l’arbitro, n.d.a.). Il Commissario, con una lanterna accesa, sospese la partita e diede ordine di sparare in aria». Gli ultimi venti secondi verranno recuperati la domenica dopo. Diventa così un match privato tra Costante Gauna, cannoniere del Deportivo, e el Gato Diaz, portiere dell’Estrella.
Il rigore, chi ne ha tirato almeno uno mi può capire; il rigore è mettere se stessi davanti all’impossibilità di fallire. Un incubo.

Doveva saperlo Osvaldo Soriano, un po’ perché era stato un promettente calciatore, un po’ perché se nasci in Argentina certe cose ce le hai dentro e mica è così facile scordarle. Doveva sapere molte cose Soriano e ancora di più deve averne viste in giro per l’Argentina polverosa dei suoi anni, e quel rigore diventa il pretesto per dire qualcosa di più, su di lui, sul suo paese e sul quel Gato Diaz, che ne è protagonista non voluto. Che si ritrova ad essere una versione bislacca dell’Atlante mitologico (quello del mondo sulle spalle) e che Soriano muove magistralmente nel racconto. Il paese, infatti, lo interroga ossessivamente, lo consiglia appassionatamente e tutto gli concede nella speranza di riceverne in cambio un attimo di gloria. C’è quindi qualcosa di più sul calcio come ragione di vita: il tifo come sostegno ad un esistenza di miseria e rabbia. Tutto sulle spalle indolenzite da indio del Gato. Del tiratore, l’antagonista di questa storia, Soriano ci dice poco o nulla: magro, muscoloso e che quel rigore, nella sua testa, l’aveva calciato tante volte – sveglio o addormentato – e tante altre l’avrebbe calciato in ogni momento della sua vita.

Come va a finire, diciamo, poco incide sulla forza del racconto che si caratterizza per lo stile asciutto e diretto, che si ricorda per la passione totalizzante, che Soriano trasmette nelle sue parole, per il gioco del calcio. Scrive per se stesso, per il suo San Lorenzo de Almagro, scrive per chi al pallone gli ha dato un ginocchio o semplicemente troppe domeniche pomeriggio. Scrive per rendere immortale qualcosa che è immortale. Dio mio, se non ci fosse il calcio. Dio mio.

 

Marco D’Ottavi

Questo articolo è comparso anche sul compianto BOOKSKYWALKER — Come Lukeskywalker cerca di sollevare l’astronave dalla palude di un pianeta sconosciuto, Bookskywalker cerca di sollevare la letteratura dalla vischiosa melma che è la vita, in un pianeta sconosciuto che è il nostro. In questa rubrica per DUDE si occuperà di racconti (sconosciuti, famosi o famosissimi) e li proporrà come fascinosa alternativa alle nottate alcoliche e alle droghe sintetiche.
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