Letteratura: Lasciate perdere “1984”, oggi quello che conta sono i saggi di Orwell
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Lasciate perdere “1984”, oggi quello che conta sono i saggi di Orwell

Vi darà di più Perché scrivo che La fattoria degli animali. Non c’è assolutamente niente di cui stupirsi, se in questi giorni George Orwell sembra essere ovunque. 1984, il suo classico distopico che ha ormai quasi settant’anni, ultimamente ha creato un po’ di scompiglio finendo in cima a un po’ di classifiche di libri più venduti. […]

Vi darà di più Perché scrivo che La fattoria degli animali.

Non c’è assolutamente niente di cui stupirsi, se in questi giorni George Orwell sembra essere ovunque. 1984, il suo classico distopico che ha ormai quasi settant’anni, ultimamente ha creato un po’ di scompiglio finendo in cima a un po’ di classifiche di libri più venduti. Anche la precedente (e probabilmente migliore) allegoria di Orwell, La fattoria degli animali, sta riscuotendo ciò che gli è dovuto. Il fatto che questi due romanzi siano improvvisamente finiti nel radar di gente che probabilmente non prendeva un libro di Orwell in mano da anni non è affatto sorprendente, se solo pensiamo che la nostra è un’epoca in cui rifugiati politici vengono dipinti come minacce alla sicurezza nazionale, nazionalisti bianchi ricoprono cariche di prestigio alla Casa Bianca e un presidente americano ha una relazione palesemente violenta con la lingua inglese.

Orwell, nome d’arte dello scrittore nato in India Eric Arthur Blair, continua a parlarci non solo perché aveva capito che le parole hanno sia il potere di incarcerare che di liberare, ma anche perché 1984 ha profondamente scolpito nel nostro immaginario letterario la visione di come potrebbe essere un totalitarismo alimentato dai mass-media. (Orwell ha anche immaginato come sarebbe potuta essere una vittoria totalitaria alimentata da mass-media: un punto fondamentale della trama di 1984 che molte persone che non leggono il romanzo dai tempi del liceo hanno probabilmente dimenticato. 1984 non è un manuale di resistenza, piuttosto è la cronaca di una devastante e incomprensibile sconfitta).

Intanto, il fatto che Orwell sia stato così perspicace da cogliere un brutale pericolo sia nello Stalinismo che nel fascismo di Mussolini o Hitler fornisce ai commentatori di qualsivoglia sponda politica tutta una serie di comode frasi da brandire contro i propri avversari ideologici:

• Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.

• Il Grande Fratello ti osserva.

• La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza.

• Se volete farvi un’idea del futuro, immaginatevi uno scarpone che calpesta una faccia… per sempre.

(Eventi recenti suggeriscono che uno scenario più verosimile sia quello di un mocassino a frange che calpesta una faccia per sempre.)

Tuttavia, al di là di quanto possano apparire profetici i romanzi di Orwell, per il nostro assolutamente folle clima politico i suoi pregnanti e potenti saggi sembrano essere molto più rilevanti. Quei lettori che si dedicano alla sua narrativa nel tentativo di comprendere la fraudolenta e profondamente cinica retorica odierna, potrebbero perdersi i migliori — più concisi e penetranti — scritti di un uomo il cui intento è stato sempre quello di porsi costantemente domande sulle proprie certezze, e allo stesso tempo ritenere quelli al potere interrogabili sulle proprie. «Nei suoi lavori migliori», ha dichiarato George Parker, l’editore che ha pubblicato due eccellenti raccolte dei saggi di Orwell, «Orwell più che altro mette in discussione se stesso».

Fondamentalmente, Orwell era un saggista. Una volta dichiarò che era stata l’inquieta epoca in cui viveva ad averlo costretto a diventare «una specie di panflettista» e così, che fossero articoli o recensioni, Orwell aveva sempre qualcosa di originale da dire su tutto, dalla disumana natura dell’imperialismo (L’elefante fucilato), allo strano e tardo attacco di Lev Tolstoj a Shakespeare (Lear, Tolstoj e il matto), fino alla bellezza e alla forza immortale del mondo naturale (Elogio del rospo).

Sostanzialmente, però, molti dei più acuti e memorabili saggi di Orwell riguardano l’uso e l’abuso del linguaggio. «Non si può scrivere niente di buono se non ci si sforza costantemente di mettere da parte la propria personalità», ha dichiarato Orwell. «La buona prosa è trasparente come il vetro di una finestra»: con l’eventuale eccezione di «Scrivi ciò che sai», questo è probabilmente il più piccolo motto letterario che si possa trovare in giro. Ma per quanto conciso possa essere, non riesce comunque a riconoscere che la prosa di Orwell, nonostante la chiarezza, non era affatto semplice come vetro. In particolare nei suoi saggi, la lingua di Orwell assume svariati ruoli, diventando ora scalpello, ora microscopio, ora specchio, ora arma.

Prendiamo questo brano, da un saggio in cui si approfondisce il motivo per cui H.G. Wells (uno degli eroi d’infanzia di Orwell) non sia mai riuscito a confrontarsi con la vera natura del totalitarismo perché «era troppo assennato per capire il mondo moderno»:

Perché lui apparteneva al diciannovesimo secolo e a una nazione e a una classe che non avevano niente di militare… Lui era, e lo è ancora, piuttosto incapace di comprendere che nazionalismo, fanatismo religioso e fedeltà feudale sono forze molto più potenti di ciò che lui avrebbe definito saggezza. Creature del Medioevo sono arrivate marciando nel presente, e se anche fossero fantasmi sarebbero comunque fantasmi che possono essere abbattuti solo da una forte magia. Le persone che meglio hanno capito il Fascismo sono quelle che o lo hanno subìto o che hanno loro stesse un qualcosa di fascista dentro.

Settantacinque anni dopo essere stata scritta, la frase «Creature del Medioevo sono arrivate marciando nel presente» mette ancora i brividi, e non solo perché il lettore moderno è consapevole della sequela di orrori che di lì a poco si abbatteranno sul mondo di Orwell. (I campi di sterminio, i furiosi stupri di massa perpetrati dall’Armata Rossa in una Germania sconfitta, Hiroshima e Nagasaki, tra i sessanta e i settanta milioni – forse di più – essere umani uccisi nella Seconda Guerra Mondiale, tre quarti dei quali erano uomini, donne e bambini civili).

E tuttavia quanti di noi hanno pensato, negli ultimi mesi, che creature del Medioevo sono arrivate marciando nel nostro presente? Creature che vogliono che le donne chiudano il becco, e se ne stiano a casa ad allevare marmocchi (che lo vogliano o meno) e obbedire, accidenti. Creature che credono che i diktat di un folle leader non solo siano legittimi, ma certo non «verranno messi in discussione» dal popolino.

Prendiamo quest’altro brano, dal saggio del 1941 England Your England:

Non si può capire il mondo moderno senza riconoscere l’enorme forza del patriottismo, e della fedeltà nazionale. In alcune circostanze può collassare, a certi livelli di civiltà nemmeno esiste, ma in quanto forza assoluta non ha rivali. Il Cristianesimo e l’Internazionale Socialista sono deboli come pagliuzze, al confronto. Hitler e Mussolini sono arrivati al potere soprattutto perché — a differenza dei propri avversari — sono riusciti ad aggrapparsi proprio a questo.

L’amore per la patria, per quanto irrazionale e incondizionato possa essere, è una caratteristica comune a persone che vivono in nazioni estremamente diverse, con idee estremamente diverse su tutto, da quanto speziare il cibo a quanto spesso si deve fare un sonnellino a quanto deve ammontare la spesa militare di un paese. Ma è proprio il fatto che il patriottismo (o magari il suo folle cugino endogamico, il nazionalismo) sia un impulso moderno universale a renderlo così forte. In molti paesi, un violento patriottismo xenofobo è l’unico tipo di ipotetico potere accessibile ai poveri, ai diseredati, a quelli che non ce l’hanno fatta. È questo che Donald Trump e i suoi consiglieri hanno sfruttato, a differenza della sua avversaria che magari non ha sfruttato abbastanza la cosa.

È nel suo saggio Perché scrivo, presente in varie antologie, che Orwell parla nel dettaglio delle sue responsabilità in quanto scrittore politicamente impegnato:

Ogni riga impegnata da me scritta dal 1936 in poi [più o meno dall’epoca in cui combatté per i Lealisti durante la Guerra Civile Spagnola, ottenendo un proiettile nel collo in cambio, nda], è stata scritta — direttamente o indirettamente — CONTRO il totalitarismo e A FAVORE del socialismo democratico, per come la vedo io. Mi sembra assurdo, in un periodo storico come quello in cui viviamo, pensare si possa evitare di scrivere di tali argomenti.

Tenendo questo bene a mente, si può leggere ciò che Orwell scrive di Dickens (un uomo «che combatte apertamente, senza paura… un liberale del diciannovesimo secolo, un’intelligenza libera») o dell’insolita attitudine degli Inglesi verso il militarismo («La letteratura inglese, così come altre letterature, trabocca di poemi di guerra, ma vale la pena notare che quelle che si sono guadagnate una certa popolarità sono perlopiù storie di disastri e ritirate»), o praticamente di qualsiasi altro argomento, e uscirne sempre con l’idea di uno scrittore impegnato in una lunga battaglia per imporre i propri principi contro le barbare banalità della propria epoca. (Da notare che, nonostante sia così agguerrito, Orwell è ben lontano dall’essere un criticone moralista. Per dirne una, ci si potrebbe pericolosamente emozionare troppo a leggere la sua spassionata ode al pub inglese ne La luna in fondo al pozzo, con il suo dolce e inatteso finale).   

Orwell non si è mai scusato per le sue opinioni politiche (nello specifico, non si è mai scusato per essere un socialdemocratico alla maniera post-bellica inglese), ma piuttosto le ha sempre sostenute analizzando tutto, assolutamente tutto, attraverso una lente politica.

Fino a quando resterò vivo e in buona salute, continuerò a essere appassionato di prosa, ad amare la superficie della terra, e a godere di oggetti solidi e ritagli di informazioni inutili. È inutile provare a sopprimere questa parte di me. Tutto sta nel riconciliare le mie radicate simpatie e antipatie con quelle attività essenzialmente pubbliche e non-individuali alle quali questa epoca ci obbliga. – Perché scrivo.

I saggi di Orwell, molto più dei suoi romanzi, ancora oggi resistono, con parole tonificanti e ammonitorie: Sii chiaro nei tuoi ragionamenti. Sii curioso del mondo. Soprattutto, non credere a demagoghi e a retoriche che si fondano non su fatti verificabili o risultati dimostrabili, ma su ancestrali richiami a cieco nazionalismo, tribalismo razziale e capri espiatori. «Il linguaggio politico», scrive Orwell nel 1946, «è congegnato affinché la bugia sembri verità e il delitto una cosa onesta, e per far apparire solido anche il vento». È proprio questo il momento giusto per tralasciare i romanzi di Orwell e dedicarsi ai suoi saggi, lì dove il linguaggio serve a spiegare e l’unico vento incontrato dal lettore è il corroborante maestrale di un’impavida mente al lavoro.   

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Traduzione a cura di Lucio Carbonelli.

Ringraziamo The Awl sul quale questo articolo è apparso la prima volta.

Copertina di Luca Cerabona.

Ben Cosgrove
Scrittore ed editor, online e offline, da più di trent'anni.
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