Materiale d'importazione: Andy Warhol, ovvero Il mio tautologo ha detto la stessa cosa
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Andy Warhol, ovvero Il mio tautologo ha detto la stessa cosa

Materiale d’importazione – Narrativa straniera inedita selezionata da DUDE.

11 Mag
2014
Materiale d'importazione

Andy Warhol era il mio psicoterapeuta, negli anni ’70. Una volta a settimana andavo da lui coi miei problemi: gli parlavo del mio ultimo arresto, il mio ultimo litigio di coppia, o divorzio – quello che era capitato in settimana. Ma lui mi rispondeva sempre e solo «non importa», poi chiedeva se avevo visto quella trasmissione in TV ieri sera, «quella con Mary Tyler Moore? Com’è invecchiata ultimamente», diceva, «sono sicuro che ha i brufoli e il cameraman prova a nasconderceli. È così, la TV».

E continuava in questo modo, una settimana dopo l’altra. Qualunque trauma portassi alla seduta, non faceva differenza, era come non avessi detto niente. Andy semplicemente rispondeva parlando delle sue cose quotidiane.

La situazione iniziava a farsi frustrante, e in me montava la rabbia di non essere ascoltato. Così un giorno ho preso e gli ho detto che pensava solo a se stesso, e che ero stanco di sentire le sue cazzate su TV, gente ricca, gente famosa, hot dog e Coca Cola. Volevo una risposta umana. Volevo che mi dicesse perché mio padre se n’era andato di casa quando avevo otto anni. Perché mia madre era morta quando ne avevo quattordici. Infuriato fino a contrarre le mani e tremare d’ira, tiravo pugni ai muri e calci ai mobili.

Quando mi sono stancato, Andy ha detto solo che sembravo molto arrabbiato e che forse dovevo guardare un po’ di TV, o mangiare qualche caramella o magari un hot dog: «ho delle bibite in frigo se vuoi, le ho prese da Schwarz, sulla Quinta».

Mi sentivo completamente perso. Mi sentivo vuoto e frustrato, nemmeno il mio terapeuta mi ascoltava. Ho guardato in giro per la stanza, ho visto una foto di Marilyn Monroe. Mi era sempre stata indifferente, e ho pensato che forse era questa la mia condizione, che questo era, la vita – un bombardamento di immagini ricorrenti di persone che non conoscevo davvero. Persone con cui mai avevo, o avrei, avuto contatti. Un mondo di superfici dissociate. Ho guardato la faccia impassibile di Andy e gli ho detto che mi sentivo vuoto, e per la prima volta mi ha ascoltato. Ha risposto: «perché non provi a vedere della televisione, c’è qualche programma davvero bello».

In questa risposta futile e superficiale qualcosa mi è stato di conforto, una familiare universalità che rendeva possibile un legame, tra noi due, e abbiamo proseguito per un po’, parlando di come ci si sente a doversi allacciare le scarpe tutti i giorni, e quanto è noioso respirare, farlo di continuo, senza potersi trattenere.

Al termine della seduta, ho pagato Andy e sono andato avanti con la mia vita. Andy non era più il mio terapeuta, ma nel corso degli anni è capitato ogni tanto di incontrarci per una Coca in giro, o a qualche frivolo incontro d’arte, e di scambiare le nostre osservazioni superficiali. Adesso avevo realizzato che molto, della mia vita precedente, era puro e semplice atteggiamento reazionario. Adesso apprezzavo come le mie reazioni emozionali al mondo fossero prive di conseguenze, in una cultura di immagini infinitamente ricorrenti. E come io non fossi nulla, di fronte a questo assalto – un vuoto in un mondo colmo dei detriti delle idee di altri popoli. Capivo che non potevo più arrabbiarmi per questo, non più di quanto potessi arrabbiarmi per il fatto di avere cinque dita in ogni piede. Il senso di perdita e il risentimento verso il mondo si sono dissolti, e da lì in poi è sembrato che la vita mi scorresse attraverso – più leggera che una sitcom popolare attraverso il cervello.

Molti anni dopo, quando mi è stato chiesto di scrivere dei metodi terapeutici di Andy e di come avevano funzionato nel mio caso, mi sono ricordato di quel senso di perdita. Inventare una risposta a questa richiesta era come inserire nella mia natura qualcosa che non le apparteneva, come infilare una domanda gratuita tra me stesso e il mondo. In ultima analisi, non importava perché fossi com’ero, e non importava perché Andy fosse com’era – se riesci a essere indifferente a te stesso, è una cura a cui non serve una spiegazione.

Ricordo che una volta Andy e io stavamo avendo una conversazione, e lui ha suggerito che potesse fare bene, alle persone, avere un “tautologo” anziché un terapeuta. Qualcuno che ti ripeta tutto quello che dici, o comunque ripeta qualcosa in continuazione. Diceva di aver visto repliche di programmi televisivi, di averle viste così tante volte da aver visto l’intero processo di rendimenti sempre decrescenti man mano che il programma si faceva sempre più familiare e sempre meno interessante, per realizzare alla fine che è quello che è. Un tautologo, suppongo, direbbe la stessa cosa.

Materiale d’importazione è una rubrica curata e tradotta da Daniele Zinni.

Illustrazione di Fabio Pistoia.

Ringraziamo Every Day Fiction per la collaborazione. Potete leggere qui la versione originale.

Soren James
Soren James
È uno scrittore e artista visivo che lavora nel Regno Unito.
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