Letteratura: Essere snob ovvero sulla convenienza o meno di mostrarsi tale. Note a margine a “Lo snobismo” di Raphaël Enthoven
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Essere snob ovvero sulla convenienza o meno di mostrarsi tale. Note a margine a “Lo snobismo” di Raphaël Enthoven

Raphaël Enthoven è coprotagonista assieme ad Adèle Van Reeth de “Lo snobismo”, un divertente quanto dotto libretto pubblicato recentemente da Edizioni Clichy.

«La parola “snob” era ignota in Sicilia nel 1860: ma come prima di Koch esistevano i tubercolotici, così in quella remotissima età esisteva la gente per la quale obbedire, imitare e sopratutto non far pena a chi stimano di levatura sociale superiore alla loro, è legge suprema di vita: lo snob, infatti, è il contrario dell’invidioso. Allora egli si presentava sotto nomi diversi: era chiamato “devoto”, “affezionato”, “fedele”». Questo scrive Tomasi Di Lampedusa sulle persone snob, ma l’enciclopedia Treccani ci ricorda invece che inizialmente il termine era utilizzato nel gergo studentesco inglese per indicare chi non aveva nobili origini tra gli studenti, cioè «una persona non fine, non adeguata a un ambiente colto e raffinato». Le evoluzioni della lingua e della parola, ci mostrano allora un’acrobazia semantica in cui la parola snob, prima di divenire chi dalla massa si distingue, era un modo per indicare chi apparteneva a quella stessa massa.

È passato più di mezzo secolo dalle parole di Tomasi di Lampedusa, e lo scorrere del tempo ha portato con sé, se non un significato tutto nuovo del termine, una sfumatura differente dell’etichetta, soprattutto perché la cultura (vero emblema dello snob odierno, affiancata dalla frequentazione dell’aristocrazia nel passato) è divenuta davvero fruibile a chiunque e quindi le «oscillazioni del gusto», per dirla con Gillo Dorfles, fresco Commendatore della Repubblica, hanno preso vie spesso inafferrabili anche a chi tenta di percorrerle: per estremizzare e anticipare quello che verrà dopo, ma per fare subito chiarezza, viviamo il tempo in cui chiunque si crede snob pur senza esserlo veramente, almeno secondo la concezione passata.

 

Lo snob e l’essere parigino

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«Per essere del tutto onesto con lei, devo confessarle che non sono un grande snob; in me lo snobismo si manifesta soltanto come una manifestazione intermittente e non come un’essenza eterna. Sono solo un parigino che fa il furbo, quando finge di appartenere a tutti i mondi e di disprezzare i propri privilegi». In questo autoritratto risiede lo statuto dello snobismo odierno. A ritrarsi così è Raphaël Enthoven, coprotagonista assieme ad Adèle Van Reeth de Lo snobismo, un divertente quanto dotto libretto pubblicato recentemente da Edizioni Clichy.

Il libro trae spunto dalla trasmissione radiofonica Les Nouveaux chemins de la connaissance, in onda su Radio France Culture, un tentativo di “provare” la filosofia nella quotidianità, muovendosi attorno ai diversi linguaggi dell’espressione artistica, siano essi la musica, il cinema, la letteratura o la televisione. Mantenendo i toni della trasmissione radiofonica, i due filosofi-star francesi intavolano una discussione sullo snobismo, pescando a piene mani dalla filosofia classica e moderna, la letteratura dell’Ottocento francese, il cinema ed il teatro. Quello che ne viene fuori è uno strano oggetto, a metà tra il divertissement e l’esercizio filosofico, in ogni caso una lettura ricca di dotti rimandi e di sferzate ideologiche.

Già la presentazione di Raphaël Enthoven in apertura, che è il vero protagonista della conversazione perché Adèle Van Reeth ha più il ruolo di interrogarlo, si chiude con una nota snobistica: dopo aver velocemente accennato la carriera accademica e saggistica («ordinario di filosofia e autore di numerosi saggi»), chiude con questa frase: «ha avuto un figlio dalla modella Carla Bruni». Ebbene sì, «il filosofo parigino bello e di successo», come lo definisce Annalena Benini su Il Foglio, ha avuto una relazione con l’ex première dame francese, a cui capitò di portarlo via alla figlia di un altro filosofo, Bernard-Henri Lévy, e a cui dedicò anche una canzone dall’emblematico titolo Raphael, un tentativo forse, a dire il vero assai brutto, di fare il verso ad alcuni pezzi di Serge Gainsbourg dedicati alla meravigliosa Jane Birkin (bastano i primi versi: «Quatre consonnes et trois voyelles/C’est le prenom de Raphael», ma si potrebbe aggiungere anche, e non resisto: «Raphael l’air d’un ange/Mais c’est un diable de l’amour»).

Perché dilungarci tanto su qualche parola inserita nella propria descrizione? Perché, e la canzone di Carla Bruni nella sua interezza lo dimostra, è lo stesso Raphaël Enthoven l’incarnazione dello snob per come lui lo descrive, ed il fatto stesso che lui dica di sé di non essere un grande snob, rientra nella costruzione dell’immagine di un grande snob. È vero anche che se si analizza così la questione e si indagano le contraddizioni rovesciandole, il rischio è quello di entrare in un labirinto senza uscita, dove diventa impossibile asserire qualcosa che possa essere ritenuto senza dubbio vero. Ma lo abbiamo voluto noi il postmoderno, no?, e allora ce ne prendiamo anche tutte le conseguenze.

Un’ultima cosa, prima di soffermarci sui motivi che Enthoven indaga nei capitoli, è necessario specificarla: Enthoven è uno snob che non si vergogna del suo snobismo ma che invece si diverte a parlarne mettendo alla berlina gli atteggiamenti, gli imbarazzi e le debolezze suoi e del suo «ceto» (sì, esatto, proprio lui lo chiama così, non è snob anche questo sentimento di appartenenza?); sapere di essere snob ma fingere di non saperlo per invitare i lettori ad identificarlo proprio così.

 

Lo snobismo ovvero il continuo oscillare adulante

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Ma questo oscillare tra due definizioni opposte, secondo quanto scrive Enthoven, non è altro che la stessa natura dell’essere snob: il racconto diventa divertente proprio perché ci si accorge di essere dentro una grande bolla in cui l’essere snob si rivela sia in chi si professa tale (ma lo fa male), sia in chi si professa antisnob (e quindi forse lo fa meglio). Un caso eclatante da questo punto di vista, ma ce ne sono davvero di innumerevoli, è accaduto da poco tempo, ed è legato all’uscita di Quo vado, il film di Checco Zalone. Le reazioni alla visione del film, a dire il vero non si è capito bene il perché, hanno scomodato penne importanti e recensori di ferro, star di Facebook e critici di battesimo immediato, che alla fin fine si sono divisi su due posizioni, trovando difficilmente una via di mezzo: il film è un capolavoro, Zalone è un genio ecc., oppure il film fa schifo e Zalone è un buffone (che potrebbe essere anche un complimento per un comico ma in questo caso non lo è). Cosa c’entra questo con lo snobismo?

C’entra perché non ha fatto altro che mostrare la ben poco celata propensione snobistica davanti ad un prodotto in primis pensato per la cultura di massa. Propensione snobistica che si compone delle due “fazioni” corrispondenti alle due reazioni prima elencate, e che a loro volta si biforcano creando un quadrivio.

La prima fazione nasce attorno al gradimento del film: il film mi è piaciuto e quindi dico che mi è piaciuto oppure mi è piaciuto ma è meglio nasconderlo e dire che non mi è piaciuto.

La seconda è invece quella dei detrattori del film: non mi è piaciuto e quindi dico che non mi è piaciuto oppure non mi è piaciuto ma mento e dico che mi è piaciuto.

(Si vede come poi, tra l’altro, tutta questa indecisione “intellettuale” possa essere ridotta alla celebre e abusata citazione morettiana.)

Quest’ultima grande e recente disputa cinematografica sta a dimostrare quanto una riflessione del genere sia attuale: non è un caso che Adelphi abbia ristampato qualche mese fa un altro libro che si concentra proprio sullo snob, non indagandone però lo statuto, quanto lo stile di vita: si tratta del libro di Jules Renard emblematicamente intitolato Lo scroccone, nel quale Madame Vernet, che crede degno della sua classe sociale avere un intellettuale in giro per casa, permette, (più o meno) senza saperlo, allo scroccone Henri di prendersi tutto ciò che vuole, rendendo soddisfatto anche lui che, snob nell’animo, non crede, come artista, nella necessità di un lavoro.

E non è un caso neanche la copertura mediatica che il libro Il manuale del lecacculo. Teoria e storia della piaggeria (pubblicato da Fazi Editore) ha avuto; nel discorso che stiamo facendo, l’adulazione non è certo un’azione estranea e quello in cui riesce bene Richard Stengel (da non sottovalutare, per chi non lo sapesse, il suo ruolo di sottosegretario dell’amministrazione Obama, dopo essere stato direttore del settimanale Time), è di mostrare quanto faccia parte del nostro patrimonio genetico. Usarla ad arte è poi un discorso differente, ma da Machiavelli a Washington, da Castiglione a Lord Chesterfield, l’adulazione viene messa a nudo e non si tratta di un fenomeno marginale all’interno dell’appartenenza ad un “clan”, per usare un termine proustiano ripreso anche da Enthoven nel suo libro.

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Il clan Verdurin. Al centro, in rosa, Madame Verdurin

 

Il clan Verdurin, che fa capo alla grande pianificatrice Madame Verdurin, ha nell’adulazione una delle sue armi più efficaci: i nuovi snob per questo mitico salotto di snob vengono conquistati così.

 

Proust and company: lo snobismo nell’arte

A Proust e ai suoi personaggi, come i Verdurin appunto, ma anche Legrandin e Charlus, è ovviamente dedicato un capitolo della conversazione tra Van Reeth e Enthoven. Lo sguardo dei filosofi si ferma in realtà su parti rilevanti della cultura moderna europea, passando addirittura per Tocqueville e Pascal, Kant e Bergson, fino ad arrivare alla disputa tra Sartre e Camus che costituisce una delle parti più divertenti del libro. Da una parte Sartre, il cui snobismo viene definito «inverosimile e desolante» (e a cui si deve la definizione dell’antisemitismo: «lo snobismo dei poveri»), dall’altra Albert Camus, trattato con disprezzo e sufficienza dalla setta sartriana gelosa della sua unicità.

Merita di essere citata una parte della lettera che Sartre scrisse al collega francese, perché vi sono condensate molte delle caratteristiche dello snob, dal suo essere esclusivo (e quindi l’allontanamento dei rivali), al suo primato intellettuale, alla sua superiorità manifesta, in un’invettiva che non è difficile paragonare ai commenti su Facebook: «Mio Dio, Camus, come è serioso e, per usare una sua parola, come è frivolo! E se si sbagliasse? E se il suo libro provasse semplicemente la sua incompetenza filosofica? Se fosse fatto di conoscenze ammassate in fretta e di seconda mano? E se lei non fosse nel giusto? Se i suoi pensieri fossero vaghi e banali? Non oso consigliarle di rifarsi alla lettura de L’essere e il nulla, vi sembrerebbe inutilmente ardua. Lei detesta le difficoltà del pensiero». Non certo un rimprovero morbido, ma anche un concentrato di predominio intellettuale di un parigino verso un francese di origine algerina che rischia di rubargli scena e pubblico. Non a caso inserito in chiusura di libro, proprio perché condensa tanto di quello che Enthoven ha fatto notare fino a quel punto.

 

La bibliografia (lacunosa) dello snob

Oltre a descrivere in maniera divertente il momento in cui si diventa snob, ovvero nel «giorno in cui, all’ingresso di scuola, ci irritiamo con la mamma perché si sofferma ad abbracciarci davanti ai nostri amici. “Ma mamma”», Enthoven inserisce una preziosa appendice, che rappresenta anche il momento più spassoso del libro, intitolata «Bibliografia lacunosa. Qualche punto di riferimento culturale per uno snob che si rispetti». In queste pagine finali si ritrova un elenco di riferimenti culturali per uno snob che si voglia far rispettare, ovvero i libri che non è necessario aver letto per poterne parlare. Si passa così da Hannah Arendt e dal suo Lezioni sulla filosofia di Kant, di cui sarà conveniente dire come Kant appaia molto più interessante dopo aver letto la sua interpretazione, a Emil Cioran e a come il suo essere cupo vi abbia tirato su di morale, dal Don Chisciotte, di cui si ribadisce l’importanza della scena dei mulini, alla Critica della facoltà di giudizio di Kant, «la terza critica e di gran lunga la migliore», dalla celebre citazione apocrifa di Nietzsche («Bisogna sempre difendere i forti dai deboli, perché i deboli sono molto più forti dei forti») al Teeteto di Platone, di cui sarà snob affermare «senza vergogna che è più bello del Simposio (anche se è falso)». E non sono esenti anche i libri di successo di cui parlare fa chic, come Sottomissione di Houllebecq che vi hanno regalato ma che non avete ancora trovato la voglia né il tempo di leggere, o i libri che vanno letti, indipendentemente da ciò che si pensa o si sa, la Recherche di Proust, fino al cinema di Allen, a Gravity di Cuaròn e a Matrix dei fratelli Wachowski (a cui però sarà bene preferire le lettura dell’opera collettiva di fiosofia Matrix, machine philosophique).

E con questa chiusa, si fa sempre più concreta l’impressione che con le sue approfondite e complesse costruzioni filosofiche Enthoven ci abbia preso in giro non facendoci capire nulla; ma d’altronde, non sta anche in questo l’essere snob?

Matteo Moca
Matteo Moca
Nato nel 1990, vive a Pistoia e studia a Bologna. Studioso di Letterature comparate, fondatore di una rivista cartacea mensile di musica, cinema e letteratura dal nome Feedback Magazine, morta postuma 2013. Collabora a diverse redazioni online (tra cui 404filenotfound, Sonofmarketing, Tellusfolio). Lacanian and Proust addicted.
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