Letteratura: Thomas Ligotti: un buffone, un giullare
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Thomas Ligotti: un buffone, un giullare

“Nato nel paura”, una raccolta di interviste a Thomas Ligotti, esce oggi per il Saggiatore. Un’ottima scusa per parlare di uno dei nostri autori preferiti.

21 Nov
2019
Letteratura

Se avere a che fare con il mistero significa imbattersi in qualcosa che va oltre le capacità razionali e intuitive dell’intelletto umano, comportando quindi il confrontarsi con esperienze stranianti e destabilizzanti, allora il concetto di weird è inevitabilmente legato al mistero. Se il concetto di weird è legato al mistero, allora lo è in maniera automatica e conseguenziale anche la figura di Thomas Ligotti. 

Nato nella paura è una raccolta di interviste a Thomas Ligotti curata dallo scrittore Matt Cardin, il quale racconta che il suo primo incontro «con il mistero di Thomas Ligotti» risaliva alla fine degli anni novanta, un’epoca in cui internet stava ancora muovendo i primi passi, dove «giravano strane voci, come quella, risalente a qualche anno prima, che “Thomas Ligotti” fosse lo pseudonimo di un collettivo di scrittori». Questo aneddoto dovrebbe essere già abbastanza indicativo della caratura letteraria ed esistenziale di questo autore: in ogni caso stiamo parlando di uno dei più grandi scrittori weird viventi.

Ma cos’è precisamente il weird? Secondo Ligotti, «nella vita, l’esperienza del mistero è un dato di fatto inevitabile e fondamentale. E come ogni altro fatto di questo genere, prima o poi essa trova spazio in una forma di espressione artistica. Una di queste forme è stata etichettata weird fiction, nientemeno». Le storie weird sono infatti ammantate di mistero e permettono in qualche modo di guardare questo fenomeno da una prospettiva ravvicinata. Questa cosa era stata notata anche da Mark Fisher nel suo The Weird and the Eerie, il quale nutriva una particolare fascinazione nei confronti dei due concetti (“weird” e “eerie”) tanto da ritrovarsi costretto ad identificare concretamente i loro tratti definitori. La gran parte della difficoltà che questa operazione di distinzione concettuale prevede è da attribuire al fatto che «i più importanti casi culturali di “weird” e “eerie” si collocano al margine di generi come horror e fantascienza, e che queste associazioni di genere hanno oscurato le specificità dei due concetti». Quello di Fisher è stato infatti il primo tentativo vero e proprio di innalzare a categoria concettuale il weird: ovvero, un senso di non-correttezza, «il segnale del fatto che i concetti e i sistemi di riferimento di cui ci siamo serviti in precedenza sono ormai obsoleti». Per farsi un’idea chiara di cosa significhi weird basta leggere i racconti contenuti in Nottuario, Teatro Grottesco e nelle altre raccolte di racconti di Ligotti, il quale considera la letteratura «uno svago come tanti. Non ti salva l’anima né la salute mentale. Non fa luce su alcuna realtà ultima».

Il suo pantheon letterario è quindi molto ristretto: Vladimir Nabokov, Thomas Bernhard, Bruno Schulz, William S. Burroughs, Franz Kafka, Giacomo Leopardi, Samuel Beckett, Dino Buzzati, Emil Cioran, oltre ovviamente a H.P. Lovecraft e Edgar Allan Poe. Proprio questi ultimi non vengono infatti considerati semplici narratori dell’orrore, ma autori che hanno espresso la loro visione del mondo incuranti della reazione del pubblico in quanto personaggi «tra i più alienati di tutti i tempi. Erano malati, isolati, e molto al di fuori dell’ortodossia della società. Ed entrambi ne erano consapevoli». Poe e Lovecraft «non scrivono incipit come “Millie caricò i bambini sulla monovolume e andò al parco giochi”. I loro incipit dicono: “La vita è una cosa disgustosa”»; stessa cosa accade nei suoi racconti: «Da sempre ho l’impressione che la mia esistenza consista puramente ed esclusivamente delle più scandalose insensatezze». Per confermare l’intensità di questa radicalmente introversa weltanschaung, Ligotti scava nel loro esoterico tesoriere poetico per rintracciare due casi esemplari: Solo di Poe e Alienazione di Lovecraft, che «in misura significativa sono pietose lagnanze dell’impossibilità di appartenere fino in fondo alla marmaglia umana». Entrare nel mondo di Ligotti significa divenire adepto di una setta di alienati, ritrovarsi a sostenere una sorta di sottocultura, che non è semplicemente quella dell’horror indipendente: «Nessun genitore metterebbe in mano ai figli una raccolta di Poe dicendo loro “Ragazzi, il mondo va così. Tenete presente soprattutto L’uomo della folla con la citazione di La Bruyère in epigrafe: Questa grande sventura / di non poter esser soli”».

In Ligotti non si giunge mai a uno stato di esaltazione, né si tenta di farlo provare al lettore, né tantomeno è descritto dai personaggi che popolano i suoi racconti. Nel suo modo di procedere nella scrittura la trama è importante, ma non è tutto. Anche la dimensione soprannaturale è sacrificabile: la cosa più importante è «la sensazione del soprannaturale, la sensazione di qualcosa di tremendo e meraviglioso che va oltre ogni analisi, una sensazione che potrebbe benissimo essere ispirata da qualcosa che di solito consideriamo “normale”, come la pazzia o la morte». Attraverso «la potenza della lingua e delle immagini di una storia e della visione che contribuiscono, alla fine, a evocare» riesce ad accedere a un sorprendente realismo soprannaturale. L’incubo dell’esistenza è infatti sommamente reale. Affetto sin dall’età di 17 anni da problemi psichici, depressione e attacchi di panico, Ligotti fu cattolico fino ai 18 anni, poi iniziò a rifugiarsi nella droga per scoprire in seguito che questa aveva effetti non sempre positivi sulla sua persona. La depressione potrebbe essere vista in un certo senso come il tratto fondamentale della sua creatività, in quanto tratteggia il contorno della sua precisa visione del mondo: «Oltre agli effetti collaterali, la depressione ha un aspetto filosofico che altre forme di malattia non possiedono, e le sue implicazioni hanno cambiato moltissimo la mia concezione dell’essere vivo nel mondo». Dal punto di vista artistico questa non è banalmente traslata nella forma della tristezza o della malinconia, quanto piuttosto nella sua accezione più raffinata: l’anedonia, ovvero l’incapacità di provare piacere. Dal momento che «per un depresso, tutto è come sembra: un albero è soltanto un albero e non qualcosa che risveglia significati simbolici o associazioni affettive», questa condizione esistenziale è essenzialmente lucida e razionale, perché eliminando le emozioni e i ragionamenti “inutili e patetici” non resta altro che la pura e materiale realtà. Da questo deriva l’insensatezza del costume sociale («Fare qualunque cosa mi sembra, e in ultima istanza trovo che lo sia, un’assoluta stupidità»), la totalità delle cose perde di significato; «se invece vuoi combinare qualcosa devi porti in una condizione emotiva irrazionale, e senza questa irrazionalità la vita è soltanto numeri: durate, pesi, misure, distanze. Le emozioni danno alla vita una direzione e un significato illusori». Considerazioni di questo calibro verranno poi integrate a una ricerca sul nichilismo che parte da L’ultimo messia del filosofo svedese Peter Wessel Zapffe per arrivare ai giorni nostri e che stanno alla base del saggio La cospirazione contro la razza umana. Il testo, un manifesto dell’antinatalismo, è impreziosito dalla prefazione di Ray Brassier, uno dei nomi di punta del realismo speculativo — branca della filosofia contemporanea, tra le altre cose fortemente interessata all’horror soprannaturale, al weird, e quindi ai lavori di Ligotti —, e sostiene la seguente tesi: l’esistenza umana è un’insensata tragedia. Una delle figure ricorrenti dei suoi racconti è la marionetta, metafora potentissima che rappresenta la sua visione deterministica del mondo, in opposizione a quella plurisecolare inerente al libero arbitrio: «Non so mai quale sarà il mio pensiero successivo: come si forma o da dove viene, tanto per dire. Non ho affatto la sensazione di scegliere i pensieri: arrivano uno dopo l’altro a seconda delle circostanze del passato e del presente, che in parte non saprei nominare ma che perlopiù mi sfuggono».

Nonostante la melassa pessimista che abita tutti i suoi scritti, paradossalmente Ligotti non è rimasto impantanato nel ristretto circuito dell’horror indipendente fatto di riviste di culto come Weird Tales e pubblicazioni presso piccole case editrici con distribuzione limitata, ma è diventato nel tempo un autore tradotto in buona parte del mondo; cosa questa che ha avuto degli inaspettati effetti collaterali. Nel 1998 sfiora l’opportunità di veder realizzata cinematograficamente una sceneggiatura scritta da lui e dall’amico Brandon Trenz (lo stesso che aveva mandato in giro la storia del Ligotti pseudonimo di un collettivo di scrittori) per un episodio della serie tv X-Files — «per tenermi occupato con qualcosa ed evitare di meditare sulla morte ho cominciato a collaborare con Brandon allo sviluppo dell’idea per X-Files». Il copione era intitolato Crampton, come il luogo nel quale era ambientato, e parlava di un agente dell’FBI assassinato da un uomo che si trasformava in un manichino simile alle marionette che spesso popolano i suoi racconti. Più tardi arriverà The Nightmare Factory, un fumetto che avrà anche un seguito, tratto dalla sua omonima antologia di racconti; un cortometraggio scritto da lui e Brandon Trenz, The Frolic; e addirittura l’edizione di Songs of a Dead Dreamer and Grimscribe presso il colosso editoriale Penguin, con tanto di prefazione da parte di Jeff VanderMeer, che non esiterà ad inserirlo nel canone weird, oltre che nell’antologia curata da lui e da sua moglie Ann VanderMeer, The Weird: A Compendium of Strange and Dark Stories.

Ma la consacrazione arriva in maniera quasi clandestina dal momento che la blasonata serie tv firmata HBO, True Detective, aveva tra i protagonisti l’attore Matthew McConaughey, il quale impersonava Rust Cohle, un personaggio iper-nichilista che si dilungava spesso in riflessioni esistenziali molto simili a quelle di Ligotti — in particolare quelle contenute ne La cospirazione contro la razza umana —, tanto da spingere i redattori dei siti The Lovecraft E-Zine e Thomas Ligotti Online a parlare di plagio, riportando tanto di prove e confronti tra le frasi dell’autore e quelle del copione. Poco dopo arrivarono i chiarimenti da parte dell’HBO e del produttore e scrittore Nic Pizzolato, il quale non nascose l’influenza di Ligotti e di altri autori come Eugene Thacker.

Sebbene il suo approccio alla vita verrebbe da considerarlo come caratterizzato dall’inerzia, come tutti anche Ligotti fu sedotto da alcuni vari orpelli che distraggono dall’orrore quotidiano dell’esistenza. Fin da ragazzo fu attratto dalla musica, tanto da sognare di diventare una rockstar per un periodo: in ogni caso imparò a suonare la chitarra e nel 2003 incise un disco con brani che si portava dietro da diverso tempo. The Unholy City è un disco composto da voce, chitarra e synth («Per prima cosa, non canto. Sono brani parlati, su basi che ho registrato a casa mia, su un otto tracce») uscito per PanDurtro, una sottoetichetta della Durtro, fondata e gestita da David Tibet. Quest’ultimo, «di gran lunga la persona più erudita che io abbia mai conosciuto», è il fondatore dello storico gruppo industrial/neofolk inglese Current 93, col quale Ligotti ha collaborato diverse volte dal 1997.

Oltre alla musica, per un periodo Ligotti ha amato anche il brivido del puntare ai cavalli. Era una cosa che condivideva con il fratello Bob, tra i pochissimi ad avere il privilegio di leggere i suoi scritti prima di essere pubblicati, una persona con «un senso dell’umorismo molto sviluppato». E sembrerà strano, ma dal momento che «l’aggettivo “insensato” lo puoi accostare a qualunque attività, oggetto o concetto e ti illuminerà subito su quanto sono insensate le nostre vite», Ligotti afferma che allora non resta altro che ridere beffardamente di questa assurda e grottesca commedia.

Totalmente disinteressato alla politica, il suo unico sforzo sociale consiste nel «ribadire che un programma di somministrazione liberalizzata dell’eutanasia sarebbe in assoluto la scelta più significativa possibile per diminuire la sofferenza». Quando leggiamo Ligotti ci troviamo al cospetto di un individuo incapace di prendere sul serio l’esistenza: «Non riuscirci rivela una certa leggerezza, frivolezza, una vera meschinità nel mio carattere. Persino quando leggo Schopenhauer o qualche altro filosofo pessimista che discute la tristezza della vita umana, io sorrido». Quando leggiamo Ligotti dobbiamo ricordarci il modo in cui si descrive: «La condizione umana mi indigna da quando ho scoperto che esiste. Sono rimasto scosso da una sfilza di pensieri ed emozioni orribili. Eppure sono soltanto un buffone, un giullare, uno sciocco di natura, una creatura completamente assurda».

Riccardo Papacci
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