Musica: “Fire and sea”: il suono mediterraneo del futuro
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“Fire and sea”: il suono mediterraneo del futuro

Fire and sea, il nuovo disco di Machweo, è l’equivalente musicale del passeggiare tra la folla del mercato Esquilino. L’ultima fatica di Giorgio Spedicato è la terza uscita del catalogo di Hyperjazz.

8 Nov
2019
Musica

Entrare nel Nuovo Mercato Esquilino di Roma è un’esperienza sensoriale entusiasmante. L’identità dello storico mercato alimentare a due passi dalla stazione Termini è ormai definita dell’incontro tra culture diverse: quella italiana, quella asiatica-araba e quella africana. Colori vivaci, odori penetranti, suoni e ritmi eterogenei esaltano tutti i sensi contemporaneamente — come pochi altri luoghi della città. 

Fire and sea, il nuovo disco di Machweo, è l’equivalente musicale del passeggiare tra la folla del mercato Esquilino. L’ultima fatica di Giorgio Spedicato è la terza uscita del catalogo di Hyperjazz, nuova etichetta romana dalle idee chiarissime: far nascere un suono dall’incontro tra quelli “mediterranei” — ricchisimi e diacronici — e le tendenze contemporanee della musica elettronica e jazz; una ricerca aperta da TRNT di Go Dugong, esplicito tentativo del produttore piacentino di reinterpretare la storica tradizione della tarantella pugliese.

Giorgio Spedicato si è appassionato all’improvvisazione musicale durante i suoi studi al Conservatorio di Bologna. Questa continua ricerca lo ha portato ad essere continuamente in tour e a pubblicare nel 2018 un bel disco di improvvisazione di jazz “contaminato” — Primitive Music; il progetto è stato convincente al punto tale da attirare l’attenzione delle orecchie più attente, arrivando anche al britannico James Holden. Tutto il fermento scatenatosi si è quindi concretizzato in Mediterraneo: un progetto alla cui base stava ancora una volta l’improvvisazione. Concerto dopo concerto hanno collaborato alla creazione di uno show unico gli stessi Machweo e Holden ma anche Populous, Any Other, Emma Jean Thackray e innumerevoli altri musicisti e produttori.

Questo terzo lavoro è perfettamente coerente con il percorso artistico fin qui seguito da Machweo. Lo spettro sonoro è veramente ricco: ritroviamo il suo quartetto jazz con chitarra e sassofono, entrambi protagonisti di un lavoro eccellente, affiancati da un batteria puntualissima e da una miriade di suoni geograficamente distanti che si intrecciano in modo armonico e sorprendente. Un album che sembra essere composto per tradurre in musica la sensazione di guardare il mondo attraverso un caleidoscopio. Come nell’utilizzo dello strumento ottico, siamo travolti da stimoli accattivanti e all’apparenza disordinati che osservati meglio rivelano una complessa struttura, ordinata in un caos sensato e controllato quel tanto che basta. Il filo di Arianna del lavoro è la “cassa dritta” che attraversa tutti i brani. A volte la costante pulsazione stanca un po’, ma gli va riconosciuto il fondamentale ruolo di punto fermo per le evoluzioni di tutti i musicisti, liberi così di scatenarsi a proprio piacimento: il risultato è una sorta di stranissima e libera forma-canzone. Machweo riesce a tradurre felicemente la sua formazione e attitudine all’improvvisazione libera in una struttura più canonica — senza rinunciare alle componenti caratteristiche e musicalmente “alte” della sua musica. 

Fire and sea è un disco che regala nuovi particolari ad ogni ascolto ma in cui a stupire è sicuramente la scelta e la cura dei suoni, presi in prestito dall’Africa quanto dall’Asia e dal Mediterraneo tutto, spingendosi oltremanica fino in Inghilterra. È così che i primi due brani Free e Hoppy Polla hanno un sapore a metà tra l’afro-beat, il free-jazz e la dub, con un generale ed irresistibile sapore analogico condotto alla grande da un’eccellente lavoro chitarristico; Kalimbada invece vanta l’unico featuring del brano, proprio con Populous: la mano del producer pugliese si sente soprattutto nella gestione delle dinamiche del brano, con sali-scendi di tensione che esplodono più volte in orge ritmiche ballabili ed ipnotiche. Clap e Boom riprendono con forza il discorso iniziato con i primi due pezzi: un sax in grande spolvero ricorda alla lontana, nel suo tracciare trame tribali, lo stile dell’inglese Shabaka Hutchings e dei suoi The Comet Is Coming. Discorso diverso per Focara che sembra essere scritta apposta per fare da colonna sonora a un’imminente rivoluzione afro-futuristica: il deciso, minaccioso basso è cavalcato da un sax che si moltiplica da un lato all’altro dello spettro sonoro, avvolgendoci nelle maglie di una conversazione ipnotica. Il passaggio alla successiva Torrida è spiazzante. All’inizio sembra di essere davanti a una diretta citazione (con tanto di palmas flamenco)  di Malamente, brano della spagnola Rosalia; non appena entrano batteria e chitarra torniamo però nel territorio a cavallo tra mondi immaginato fin qui da Machweo. Il brano in chiusura è quello più esplicitamente ispirato al Sud Italia: Lu Ruscio sembrerebbe essere infatti direttamente ispirato a Lu rusciu te lu mare, brano tipico della tradizione salentina e della Taranta. Un pezzo particolare, che ha il grande pregio di evocare suoni come quello di uno scacciapensieri o di una fisarmonica senza effettivamente usare nessuno di questi strumenti; un modo geniale per far giustizia al brano originale, aggiornandolo e restituendo un feeling molto simile a quella tradizione, senza però cadere in cliché sonori folcloristici che potrebbero essere facilmente percepiti come pesanti o fuori luogo. 

Il batterista di Machweo ha definito la musica del disco quella di «un quartetto jazz del futuro, su Marte». Una volta completato l’ascolto si capisce il perchè. Ciò che stupisce però è anche quanto il lavoro sia tanto proiettato nel futuro, quanto ancorato saldamente a delle tradizioni musicali. Una doppia anima armonica e per nulla forzata che può essere veramente uno “standard” ed un punto di partenza importante per l’ambizioso percorso di Hyperjazz. D’altro canto Machweo si impone nuovamente come un musicista creativo, con le idee chiare e la capacità di realizzarle con sorprendente messa a fuoco — nonostante siano coraggiose e proiettate verso il futuro. 

Giulio Pecci
Giulio Pecci
Classe ‘96, studia Lettere e Musica a La Sapienza di Roma. Scrive di musica e cultura, organizza concerti Jazz e cerca di trovare il tempo di suonare la chitarra. Alla costante ricerca del decimo a calcetto.
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