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Intervista: Chef Ragoo e Salmo

Quando ipotizzai un’intervista ai personaggi che sto per presentarvi, mi ero focalizzato sul rapporto che c’è tra le correnti musicali…

Quando ipotizzai un’intervista ai personaggi che sto per presentarvi, mi ero focalizzato sul rapporto che c’è tra le correnti musicali moderne, rock, punk o rap che siano, e la loro accezione più “hardcore”, intesa in modo non prettamente musicale, ma anche come attitudine che ha guidato gli artisti attraverso la rottura di dogmi precedenti, verso quella che poi, dagli anni 80 ad oggi, si è dimostrata come un’innovazione senza precedenti. Incontro Chef Ragoo e Salmo all’Eclettica Fest, ad una serata che vede come headliners i Foreign Beggars, gruppo rap inglese di fama mondiale. Uno, Paolo, classe 1972, milita da svariati anni negli Anti-You, band Punk Hardcore tra le più storiche della scena romana, ha pubblicato vari lavori in ambito rap, e si appresta ad uscire di nuovo con un Lp autoprodotto che porterà il nome di “La compresenza dei morti e dei viventi”. Ed è anche un ottimo cuoco. Ah, è anche protagonista del film-culto dell’ambiente horror-rap Zora la Vampira dei Manetti bros. L’altro, Maurizio, classe 1984, nato e vissuto a Olbia sembra essersi “limitato” a girare l’Europa con il suo gruppo Hc “To Ed Gein”, comporre e produrre un disco di portata più che considerevole come Island Chainsaw Massacre, uscito per Kick Off Recors, e dal quale sono stati tratti ben 4 video pubblicati da Machete Productions, e a ribaltare le opinioni della critica verso la scena rap emergente italiana con un misto di D’n’B, punk e rap che gli ha garantito un fama che stenta ad essere contenuta esclusivamente nell’ambiente underground. Due persone nate in periodi diversi, in due ambienti sociali totalmente differenti con le quali ho cercato di raggiungere un’idea più chiara del concetto di “hardcore”. D: Oltre ad avere un’età differente, venite anche da contesti sociali diversi. In che modo avete cominciato ad avvicinarvi a questo mondo? P: il contesto sociale in cui sono cresciuto è la Roma degli anni ’80, ho cominciato a far musica nell’86, in un contesto in cui il punk non veniva preso troppo in considerazione. Nessuno ti diceva che al Forte Prenestino c’erano concerti punk, nessuno ti diceva neanche COS’ERA il punk. M: Io invece nell’86 avevo due anni, e non lo dico per farlo sentire vecchio! A differenza di Paolo ho cominciato da subito a fare Rap, ci sono finito dopo nel punk. D: Cercando di delineare un profilo di quello che vi accomuna artisticamente a 20 anni di distanza, potete trovare un filo conduttore in quello che vi spinge a fare musica? P: In realtà non so per certo se ci muoviamo lungo lo stesso filo, so solo che quando ho sentito L’erba di grace, che non è un pezzo rap ortodosso, avendo una base drumnbass, ho detto “ cazzo, questo è esattamente l’immaginario dal quale anche io attingo!” D: Quindi potete dire di condividere un immaginario comune lungo il quale si muovono le vostre produzioni artistiche? P, e M: si, decisamente si. D: Rap a parte, mi sembra che condividiate comunque una passione per il punk hc M: Si, io vengo da un’esperienza con il mio gruppo To Ed Gein in cui canto, ma coltivo anche la passione per la batteria. P: Io suono la batteria ormai da sei anni negli Anti-You, ma di gruppi ne ho avuti tanti. M: sarai mica mancino? No, perché io odio i batteristi mancini. P: Io apprezzo tantissimo. D: Parlando sempre di immaginario comune, siete stati influenzati da altre fonti oltre la musica? M: io sono un grande fan del cinema horror trash, mi fai vedere un B-movie e vedo la luce! Per me la sintesi perfetta è L’armata delle tenebre, di Sam Raimi. P: Si, un gran regista che alla fine si è andato ad uccidere facendo l’Uomo Ragno, per farla breve. Io invece sono un appassionato di cinema in generale, ma anche in questo caso devo confermare che l’immaginario horror mi ha sempre affascinato, magari non quello trash, ma abbiamo molto in comune per quanto riguarda l’immaginario. D: Parlando stavolta del rap hardcore, sembra che il pubblico non solo a livello underground, stia di nuovo prendendo in considerazione questo sotto – genere. C’è un motivo secondo voi? M: È chiaro che siamo in un momento di rinnovamento musicale, la gente comincia a stancarsi di un suono major, un suono forse troppo studiato per piacere a tutti. Secondo me siamo nel bel mezzo di un riciclo musicale. Sai che ogni 10 anni la musica ha necessità di rinnovarsi totalmente, no? Se fai la stessa roba da 10 anni e pretendi ancora di funzionare, non ci hai capito un cazzo. Il vantaggio però è che se adesso esci con qualcosa che non è radiofonico, che suona in maniera cruda, sei preso molto più sul serio di prima. Ora se hai un suono un po’ più duro, arrivi diretto, la gente si rispecchia più facilmente, e senza l’aiuto di un discografico o di un tour manager. P: Secondo me lui potrebbe sfruttare parecchio il suo progetto a livello commerciale, ma non lo fa. Questo conferma che proprio come me, probabilmente trova impensabile trasmettere quelle determinate cose a livello “major”. Se hai delle idee, di qualunque genere, devi tirarle fuori. Ma come si fa a proporle in maniera commerciale? Come faccio a far diventare i miei pezzi dei pezzi da major? Non lo so, non lo faccio e basta, non ci stanno cazzi. M: anche perché raramente quello che arriva al pubblico attraverso una grande label rappresenta in maniera completa l’artista… P: Anche se così fosse non sarei io, non ci riuscirei. Forse la definizione del concetto di hc nasce proprio attraverso persone che non potrebbero fare altra roba se non quella che fanno. D: Il concetto di disagio e di ansia sociale pervade un po’ il vostro genere. A partire da Fabri Fibra nel rap e, se vogliamo, fin dalle origini nel punk, molti hanno affrontato questa tematica all’interno delle proprie produzioni. Voi come vi ci rapportate? P: non mi sento di parlare a nome del mondo, ma dal mio punto di vista tutto quello che ho dentro lo metto nei testi. È li che puoi capire che cosa mi passa per la testa. Ma non è che mi vendo come “disagiato”. A me non frega niente di sentire o meno un disagio. Io non voglio essere disagiato, anzi ho l’ambizione di stare bene. Certe volte vorrei solo che non mi venissero le bolle per lo stress! Il mio rap è esorcismo, io la roba che mi fa stare male la voglio cacciare via, non tenermela dentro per crearmi un personaggio. M: Guarda, io ho vissuto 27 anni in Sardegna, nella mia città e posso tranquillamente dirti di non essermi mai sentito disagiato. Certo, alla fine sono tutti un po’ disagiati, ma non è qualcosa che dovrebbe far parte delle nostre influenze musicali. Altrimenti poi strumentalizzi e diventa ridicolo. P: Esatto, il rischio è proprio quello. Quello di arrivare a Trucebaldazzi. Con tutto l’amore per quel ragazzo… Se uno sta alle medie e lo trattano male, in un certo senso è disagio sociale. Vero e ridicolo allo stesso tempo. D: E li volevo arrivare, infatti. Non avete un po’ paura che, anche grazie ai media, più gente segue questo genere, più ci sia possibilità di avere dei modelli che, tramite l’estremizzazione di un’attitudine, producano “mostri” del genere? P: In realtà sta già succedendo. Ma forse è proprio il caso di far rendere conto ad alcune persone che il rap che fanno non c’entra niente con quanto fanno i “matti”. Se sei stato in galera, non me ne frega un cazzo, non è una credenziale valida per fare rap o per fare musica in senso assoluto. Non sei hardcore, sei un delinquente! M: Ma poi come dicevo prima, non avendo necessità di major, questo genere riesce a mantenere l’identità che si vuole, è autonomo, non ha necessariamente bisogno né di boss, né di modelli. perché mi sembra evidente che le cose stanno cambiando. D: È anche vero però che se date uno sguardo su youtube, si possono trovare numerosi video di ragazzini parecchio giovani che si atteggiano ad hardcorers violenti o nei casi peggiori da criminali. Non credete sia una conseguenza inevitabile? M: Purtroppo c’è sempre un alto tasso di fraintendimento che separa quello che molti rappers vogliono dire e quello che poi viene recepito. Dall’America abbiamo imparato dopo 10 anni ad avere una certa considerazione del panorama underground, ma è il pubblico che ne trae spesso dei significati estremi. P: Anche perché se ti interessa veramente fare hardcore, che sia punk, rap o altro, non sei assolutamente interessato a un messaggio violento o criminale. Se ti interessa farlo, devi esprimere innanzitutto te stesso, ma con un minimo senso del sociale. Altrimenti davvero, anche un criminale qualunque può proclamarsi rapper. M: Si, è vero, uno dovrebbe essere interessato solo a fare musica e a farla bene, il messaggio è una cosa che non c’entra con la qualità di ciò che fai. Persone tipo Coez ti dimostrano che si può fare un pezzo rap efficace, con un bel video, ben fatto e che suona bene senza dover stare ad ascoltare nessuno che dice che quella roba “non è hardcore”. D: Paolo, hai parlato di senso del sociale prima, secondo te è ancora importante? Lo era sicuramente 20 anni fa, ma adesso è ancora il caso di considerarlo un valore decisivo? P: Guarda, sono contento di poter parlare di questa cosa, perché la situazione secondo me è tragica. Venire a conoscenza di atti di violenza da parte di ascoltatori del mio genere mi lascia perplesso. Allora vuol dire che a nessuno interessa più mandare un messaggio sociale utile o morale o comunque non viene fatto in modo efficace. Per me è vitale che ad un mio ascoltatore arrivino valori come l’antifascismo, e se non succede negli altri casi è davvero il momento di cominciare a preoccuparsene e di farsi qualche domanda. D: E ad Olbia, Maurizio? la situazione com’è? Vivi situazioni simili? M: Guarda ad Olbia è tutto molto diverso, non ci sono assolutamente questo tipo di situazioni. La mia cittadina è tranquilla, siamo 60.000 abitanti, e tutti si fanno i cazzi propri. Non c’è praticamente disagio sociale, perché proprio la tematica sociale si sente molto di meno rispetto a Roma. Io ho cominciato a fare rap in un posto che conosceva al massimo punk e metallari, tutto il resto l’ho scoperto da solo, senza pretese. P: Se posso, vorrei aggiungere che il sociale non si presenta solo in funzione del posto in cui vivi. Secondo me il rap di Salmo è comunque un rap sociale, perché pone lui stesso in confronto al mondo in cui vive, e questo è sociale, senza sovrastrutture. D: Prima parlavamo delle origini del rap hardcore, almeno in Italia e a Roma, con le prime cose del Colle del Fomento e Cor Veleno. Cosa è successo secondo voi negli anni successivi? Si è addirittura parlato di “perdere il treno” e cioè di cercare di svoltare con il rap quando ormai non c’era più terreno fertile, specialmente nei primi del 2000. Chi ha concretamente gettato le basi per quello che Maurizio ha definito un “rinnovo” del genere in Italia, secondo voi? P: Non dimentichiamoci di Sangue Misto eh! M: No, infatti, ma nel mio caso considero i Club Dogo come i salvatori del genere, quando uscì Mi Fist, del 2003 fu veramente una botta pazzesca. Un sound anni 90 ma allo stesso tempo così d’impatto era veramente tanto che non si sentiva. Don Joe è ancora secondo me uno dei migliori produttori in Italia. P: per me stesso discorso, ma col nome di Fabri Fibra: stava morendo tutto e lui come molti altri ha contribuito in maniera determinante, ad esempio Mr. Simpatia del 2004. Poi lui ha scelto di prendere un’altra strada dal punto di vista più propriamente discografico. A livello underground anche solo citare il Truceklan è d’obbligo. Metal Carter con Pagliaccio di Ghiaccio è stato un punto di riferimento per chiunque volesse fare roba sua che fosse meno conforme agli standard. Cazzo, un video come Pagliaccio di Ghiaccio con la base di “Rock me Amadeus” di Falco ed il rap di Carter come fai a non prenderlo in considerazione? Gli ha fruttato milioni di visualizzazioni, ed anche solo per questo va ricordato come una spinta efficace nel genere. Parlando proprio degli ultimi tempi, anche i Brokenspeakers stanno dando tantissimo, stanno rappresentando un passaggio molto importante in questo processo di rinascita del genere. D: Paolo, se dovessi fare un confronto tra la scena hc dei tuoi tour con gli Anti-you (sulla East Coast americana) e quella romana, cosa noti di diverso? P: È tutto diverso, in America tanto per cominciare si suona nei basement senza essere pagati e senza soldi di mezzo. Noi i basement non ce li abbiamo proprio! A parte questo, credo che in America si faccia con molta più passione, data anche dall’assenza del fattore economico. Nel momento in cui non te ne frega niente dei soldi, cominci a interessarti a molti altri valori che altrimenti tralasceresti. M: Si, anche io con gli To Ed Gein ho girato tutta Europa ma sempre a 0 soldi. Ma per me è pure meglio così. D: Maurizio, invece tu subisci molto le influenze Drum’n’bass, Dub e Dubstep: pensi che questo genere di contaminazioni possano contribuire all’innovazione di un genere come il rap? M: Innovazione un par di coglioni! In Europa sono anni che l’hanno capito, ma noi arriviamo sempre tardi! C’è stato un casino di gente che mi diceva “ma che cazzo vuoi fare con questa roba?” senza neanche rendersi conto che in Inghilterra e in America sono quasi 10 anni che va avanti! È per questo che ho sempre parlato di riciclo del genere, perché finalmente adesso ci stiamo entrando anche noi in una nuova ottica. Il rap e le modalità di scrittura probabilmente non cambieranno molto, ma i suoni come hai potuto sentire, stanno cambiando e cambieranno ancora di più. Mi allontano dal luogo della mia chiacchierata con Chef e Salmo con in mente tutti i discorsi sul rinnovo di un ciclo musicale appena fatti: non risulta improbabile calcolare il carattere ciclico delle correnti musicali, proprio come quelle letterarie o come i caratteri sociali che contraddistinguono la nostra esistenza, come le mode. E come tale, anche l’ambiente rap, rock o elettronico esprime costantemente il bisogno di un rinnovo continuo. Gli artisti che hanno partecipato alla serata dell’8 Luglio organizzata all’Eclettica Festival hanno saputo dimostrare tutta la voglia di distruggere e ricreare un mondo che appartiene a noi e a loro di diritto, un mondo che reclamava il bisogno di rinascita ormai da più di qualche anno. Per sapere com’è andata vi basta vedere un qualunque video Youtube, o semplicemente cercare informazioni su Salmo, Frank Sent Us, Dj Craim, o sullo stesso Sine, producer di fama considerevole nell’ambito romano. I Foreign Beggars hanno radunato 1500 persone che ballavano, saltavano e pogavano condividendo un’esperienza quasi surreale: emblematici sono stati i vari moshpit scaturiti dalla folla in maniera naturale, evento che mi ha portato a riflettere su quanto fosse strano che il concerto più harcore al quale sono stato negli ultimi anni, sia stato quello di un gruppo grime-dubstep inglese. Me ne vado condividendo ancora di più quella speranza di rinascita della quale abbiamo parlato con in mente una scena in particolare: un remix di Seek and Destroy dei Metallica, la folla che canta in maniera uniforme, e uno stage diving liberatorio di Chef Ragoo, quasi a dare la sua benedizione ad una scena che è ansiosa di tornare in piedi.

Foto di Luca Vecchi

Matteo Corradini
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