Musica: «Le cose che mi piacciono e che mi andava di fare» — Intervista a Colombre
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«Le cose che mi piacciono e che mi andava di fare» — Intervista a Colombre

  Se dovessimo scommettere sull’album italiano che ci accompagnerà di più in questa primavera, punteremmo tutto sui 25 minuti di Pulviscolo. Nel suo esordio solista, Giovanni Imparato, ex leader dei Chewingum e co-produttore del disco Sassi di Maria Antonietta, scrive un diario di 8 capitoli che sono piccoli percorsi di redenzione: il suo è un […]

 

Se dovessimo scommettere sull’album italiano che ci accompagnerà di più in questa primavera, punteremmo tutto sui 25 minuti di Pulviscolo. Nel suo esordio solista, Giovanni Imparato, ex leader dei Chewingum e co-produttore del disco Sassi di Maria Antonietta, scrive un diario di 8 capitoli che sono piccoli percorsi di redenzione: il suo è un disco fatto di ombre (Pulviscolo, Blatte, Bugiardo) che lasciano spazio ai colori leggeri dell’armonia (Dimmi tu), al mattino luminoso in cui ci si Sveglia e ci si veste a festa, e alle tinte calde di un Deserto dove, finalmente, ci si prende cura di se stessi: «prova a volerti bene senza aculei / non è impossibile / te lo meriti».

 

 

Incontro Giovanni a San Lorenzo in occasione del suo primo concerto in veste di Colombre a Le Mura, e mi dice che a Roma ci ha vissuto, più precisamente al Pigneto «nel 2010, quando non era ancora piastrellato». Ora vive a Senigallia «a 5 minuti dal centro ma sulla collina. È un posto un po’ di provincia, però si sta bene. Dopo un po’ Roma mi faceva impazzire». Quando entriamo al bar Marani penso che forse non era il posto più silenzioso dove potevo portarlo, nel dubbio mi siedo e faccio la domanda di rito:

Perché, tra tutti i racconti di Dino Buzzati, proprio “Il colombre”?

È stato un racconto che quando ho riletto sembrava mi stesse parlando. Parlava proprio di una cosa che stavo vivendo. Parla di questa paura che tu hai nell’affrontare le cose, della curiosità delle cose nuove che ti aspettano e di un certo tipo di immobilità che ne consegue. A volte vieni frenato dalle cose che senti che devi fare, rimandi e rinunci. La storia è di questo marinaio che quand’è bambino vede in fondo alla barca che c’è questo mostro nell’acqua. Il padre gli dice che quello è un colombre, che deve stargli lontano. Il colombre però aveva prescelto il bambino, e l’avrebbe inseguito per tutta la vita, portandogli, secondo la leggenda, e secondo quello che diceva il padre, grande infelicità e tristezza. Così, il padre lo porta lontano, lo porta nelle montagne, lui diventa grande, però resta sempre con questa idea di quella cosa là che lo inseguiva, e della quale era stato privato. Quando il padre muore, il protagonista dice alla madre di voler tornare in acqua per fare il marinaio. La madre non sa niente, e gli dice che va bene. Lui torna in mare e diventa un grande comandante, ma per tutta la vita è inseguito da questa bestia dalla quale scappa ma che allo stesso tempo controlla, per vedere se è sempre lì, perché ne è affascinato. Fin quando, in punto di morte, si fa calare con una scialuppa nel mare, nell’oceano notturno, si avvicina e quando sbuca questo grande mostro marino lui gli fa: «Eccomi qua!» — paradossalmente mi sei stato fedele tutta la vita, voglio affrontarti, ammazzami, fammi del male, portami sventura, fai di me quello che vuoi. Il colombre gli dice che in realtà lui voleva solo consegnargli la perla del mare, che gli avrebbe portato felicità, ricchezza e gioia. Gli consegna questa perla e si inabissa e scompare. Dopo qualche settimana viene ritrovata la scialuppa, incastonata tra gli scogli, con lo scheletro del comandante e la grande pietra bianca. Quando ho riletto questa storia ho detto: «Aspetta un attimo». Questa cosa sta parlando dell’idea che avevo sempre avuto di fare un disco da solo, una cosa che avevo sempre avuto in mente di fare, ma non avevo mai avuto il coraggio. I casi della vita hanno fatto sì che era giunto il momento di affrontare il mostro, allegoricamente. Perché non volevo essere vecchio come il marinaio, perché dopo i giochi sono fatti. E quindi ho deciso di buttarmi in questa nuova avventura.

Quando ti è capitato di rileggere il racconto?

Stavo preparando una lezione a scuola, e sull’antologia c’era questo racconto. Io mi sono laureato in Buzzati, era uno scrittore che avevo letto, però avevo fatto un lavoro sulla corporeità, avevo focalizzato l’attenzione su altri aspetti. Ma quando ho riletto questa cosa qui era proprio nel momento in cui stavo decidendo di mettere un punto ai Chewingum. Colombre è la naturale evoluzione di Chewingum, dove le canzoni le scrivevo e arrangiavo tendenzialmente io. In quel momento stavo cercando un nome, e mi piaceva anche l’idea del colore e delle ombre: Colombre. Questa dualità mi ha sempre affascinato. Il nome era lui, non c’era nessun tipo di dubbio!

Cosa fai quando non suoni? Insegni?

Mi chiamano quando sono disperati! Ho insegnato un po’ alle superiori. Io ho sempre suonato, poi a un certo punto, l’anno scorso, quando avevo finito il tour con Maria Antonietta e non stavo suonando, proprio in quel momento mi è arrivata una chiamata dalla scuola per una supplenza che poi si è allungata a sei mesi. È stata un’esperienza nuova per me. Ho insegnato alle medie l’anno scorso…

Tosta insegnare alle medie…

Alle medie devi puntare il calibro su un altro punto di vista rispetto al liceo. Mi dà molto gusto, mi piace molto. Dà un’altra ampiezza a quello che tu vivi, è stata un’esperienza che mi ha dato una nuova visione delle cose. Quando fai lezione la condisci in maniera divertente in modo tale che ci si diverta, ma non puoi dire le cazzate. Devi essere lì. Di fronte, hai ragazzi che stanno imparando. Anche questa esperienza ha mosso in me qualcosa, e i testi delle canzoni si sono focalizzati su una cosa molto più diretta rispetto a prima. Non potevo dire nient’altro che le cose che mi erano successe in maniera più onesta possibile. Cose che sono successe a me, a persone intorno a me, a persone a cui volevo bene e persone a cui voglio ancora bene.

Oltre ai racconti di Buzzati, ci sono stati altri libri che hai letto durante la lavorazione dell’album e che ti hanno influenzato?

Tendenzialmente no, ho letto solamente dei trattati sul Diavolo! Forse in passato la letteratura era più presente, ora ho provato a fare qualcosa di completamente nuovo anche nei testi, non parlare di fiction ma di cose reali. Ho lavorato, cercando le parole giuste per essere il più possibile scarno e preciso. Ne avevo proprio la necessità. Con i Chewingum creavo più castelli, immagini nei testi. Magari anche qui ci sono le immagini, ma sono cose prettamente reali. Dovevo mettermi in gioco, o sarebbe stata una palla.

Pulviscolo è un disco che non riesco ad associare a nessun altro album italiano uscito in questi mesi, intimo, indipendente, lontano dai grandi temi che a tratti uniscono gli ultimi lavori di gruppi come Baustelle o Le Luci Della Centrale Elettrica…

Non è una gara. Ognuno fa le cose in cui crede e come gli vengono meglio. Io ho sempre fatto così. Mi ricordo che quando ho cominciato a scrivere canzoni nel 2006-2007 c’erano 5 gruppi che cantavano in italiano in Italia. Non c’era nessuno. Adesso per fortuna le persone hanno deciso di comunicare nella loro lingua per essere più diretti, per non mettersi più una maschera, per farsi capire. Io mi sono sempre fatto i fatti miei. Non voglio fare una cosa che si debba giocare in un campionato, dove va un certo tipo di canzone e vediamo chi la sa fare meglio. Io faccio quello che mi viene! Per Pulviscolo ho seguito le cose che mi piacciono e che mi andava di fare. Non ho pensato mai di voler fare qualcosa che già qualcun altro faceva, perché non sarebbe divertente. Per indole, perché per me è naturale. Questo tipo di naturalezza l’ho applicata poi al disco. L’ho registrato e composto in maniera molto veloce. I testi sono venuti fuori in maniera urgente, e anche stasera che andiamo a presentare il disco ho fatto 5 prove. L’ho registrato senza clic, senza cuffie, non volevo incasellare una cosa, che invecchiasse.

Come lavori, parti dai testi o dalla musica?

Di solito, quando sei molto fortunato, ti viene tutto insieme. Qualche volta mi sono venute musica e parole nello stesso momento, e quelle sono le canzoni che per me rendono di più. Di solito mi metto a giocare con un organo, facendo progressioni di accordi, ci metto sopra delle melodie che mi piacciono e poi da lì, per questo disco, nel giro di breve tempo, sono venuti fuori i testi. Secondo me se hai qualcosa a cui veramente tieni — non voglio dire se hai qualcosa da dire, perché tutti hanno qualcosa da dire — viene fuori. Se ci pensi, io sono un po’ lento. Il mio ultimo disco l’ho fatto 5 anni fa. Aspetto il momento in cui ho delle cose importanti da dire e poi mi vengono naturalmente. Se mi sforzo mi vengono fuori delle cose che poi butto via, perché non sono vere. In questo mi ha aiutato l’esperienza con la scuola, ma anche avere vicino Maria Antonietta, poter lavorare con lei nella musica e vederla scrivere le sue canzoni. Lei ha questo suo stile super, che va dritta al dunque, senza compromessi. Questa cosa mi ha cambiato molto.

Ci sono delle canzoni dell’album alle quali sei più affezionato?

I pezzi sono tutti piezz’e core! Per ogni pezzo c’è un motivo che mi lega. T.S.O. per esempio è una canzone che mi piace molto, e ogni volta che la canto mi muove una roba. Sono molto legato a quel pezzo. Sveglia è per me, è dedicata un po’ a me stesso. Come quando tu sei allo specchio, c’è una parte di te che sa che deve fare delle cose, e una parte di te che vorrebbe mandare tutto al diavolo, non affrontare le cose, dire «Basta, me ne sto da solo, non voglio vedere nessuno!». Subito arriva l’altra parte che dice muoviti, alzati, vestiti a festa — perché comunque le cose da fare ci sono. C’è sempre una dualità, come nel nome Colombre, il colore e le ombre.

A me piace molto Deserto, che è un invito a volersi bene.

Sì. C’è il vecchio detto, fin quando non sei a terra, fin quando sotto di te non c’è che il pavimento, non puoi ripartire. Io a questa cosa un po’ alla Gianni Morandi ci credo… (ride)

Anche Blatte è un grande pezzo. Com’è nata la collaborazione con Iosonouncane?

È nata perché ci conosciamo da tempo, e c’è sempre stata voglia di fare cose insieme. Avevo questo pezzo, Blatte, gliel’ho fatto sentire, lui se ne è innamorato, gli ho mandato il pezzo, e lui me l’ha rimandato con questi cori bellissimi.

La farete mai dal vivo insieme?

Ah, non lo so! Chissà… (ride)

Se dovessi scrivere un testo per un altro cantante, per chi ti piacerebbe scrivere?

Essendo curioso mi stimolerebbe come cosa, ma non è detto che riesca. È una cosa che mi affascina un pochino, ma non è un punto fermo che vorrei raggiungere. Un nome preciso non saprei… Renato Zero!

Che testo scriveresti per Renato Zero?

Farei qualcosa legato al pavimento che ti dicevo prima, dal quale ci si può solo rialzare.

 

In copertina l’artwork di Pulviscolo uscito il 17 marzo per Bravo Dischi.

Natalia La Terza
Natalia La Terza
È nata a Orbetello nel 1990. Vive a Roma. Collabora con Il Tascabile, Nuovi Argomenti e IL - Idee e Lifestyle de il Sole 24 Ore.
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