Musica: «L’infinito è grandioso» — Intervista con Sue Tompkins
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«L’infinito è grandioso» — Intervista con Sue Tompkins

Quella che segue è un’intervista – registrata a Londra nel 2015 e pubblicata oggi per la prima volta – con Sue Tompkins, artista ed ex membro dei Life Without Buildings, gruppo post-punk seminale di Glasgow.

Quella che segue è un’intervista con Sue Tompkins, artista ed ex membro dei Life Without Buildings, gruppo post-punk seminale di Glasgow. La conversazione è stata registrata a Londra nel 2015, poche ore prima dell’inizio di Move Oil. Say Fanku, performance live di Sue allo Young Team HQ di Dalston. L’intervista, inedita fino a oggi, è incentrata sia sull’esperienza di Tompkins con la band, sia più in generale sul linguaggio, la scrittura, la musica e la performance.

L’unico album in studio dei Life Without Buildings, Any Other City, compie 20 anni oggi, 26 febbraio 2021.

L’intervista è stata realizzata da Marcello Enea Newman e Clarissa Pelino. Marcello è un artista e musicista romano di casa a Torino. Ha suonato con artisti come Marcello e il mio amico Tommaso, The Jacqueries e Calcutta e ha fondato Orchestra Futuro insieme a Federico Antonini. Clarissa vive a Parigi e lavora a stretto contatto con gli artisti in progetti di riabilitazione urbana.

Ti manca essere parte di una band?

Mi manca la musica. Ripensandoci, credo di aver smesso per motivi molto personali. Stava diventando un po’ troppo band-y. Non l’avevo mai fatto prima e stava diventando troppo, c’erano i tour da fare, le magliette, le spillette e tutta quella roba. Adesso penso che mi lascerei andare un po’ di più, perché alla fine queste cose diventano una parte di ciò che fai, ma in quel momento era una novità e quell’aspetto mi spaventava un po’. Mi piaceva essere parte in una band, in generale. Eravamo uno strano mix di persone ma come gruppo andavamo molto d’accordo, è stato bello stare insieme. Mi piaceva molto quella sensazione di appartenere a qualcosa, cantare sopra a una chitarra, un basso, una batteria. Eravamo davvero semplici! Non abbiamo mai avuto una tastiera né niente del genere, molto minimali, ma mi piaceva come le parti stavano insieme. Penso che quando sento la musica, quando sento veramente la musica, mi ritrovo a smontarla e ad analizzarla, in senso buono, tipo «oh…quella parte di basso, wow…» Quindi credo di pensare per parti e insiemi di parti. Ora lavoro da sola ma penso ancora alle parti e a come si uniscono e per me le band sono semplicemente parti che stanno davvero bene insieme… Si spera! (ride)

Com’era essere l’unica donna nella band, rispetto a come senti di essere percepita oggi come artista donna?

Penso che lasciare la band sia stata una mossa preventiva: esco prima che mi faccia impazzire. In realtà non ci ho pensato molto mentre lo facevo, non mi facevo domande tipo «Cosa mi metto? Dovrei tagliarmi i capelli?» Non ci pensavo. Penso che se avessimo continuato come band, nel bene e nel male, a un certo punto avrei dovuto accettare il mio ruolo ed essere più tipo «Hey, sono la donna nella band, quanto sono cool?»

Hai mai sentito la pressione di essere la front-woman?

Penso di esserne uscita prima di sentirla, il che è piuttosto strano. Penso che essere un’artista donna sia molto più facile che essere una donna in una band. So che forse non è una cosa particolarmente bella da dire, ma penso che devi fare quello che devi fare. Prima mi faceva ridere perché nella band, quando facevamo i concerti, Robert e Chris dicevano cose tipo «Hey, questa l’ho scritta mentre ero in bagno», e in teoria io avrei dovuto introdurre le nostre canzoni in modo simile, ma in realtà non dicevo mai nulla. Ricordo che certe volte ho chiesto a Robert «ma perché devo sempre dire queste cose? Perché Will – che suonava la batteria – non può semplicemente dire “ecco la prossima canzone”?». E loro mi dicevano ridendo «No, devi dirlo tu” e io continuavo «Ma perché non lo potete dire voi?», perché mi affaticava tutto quel cantare e parlare quindi pensavo «ma perché non posso stare un po’ in silenzio?» Ritornando a quella cosa della front-woman, penso che si tenda a diventare la portavoce, il canale per tutto, e non credo che fossi pronta per quello.

Puoi parlarci della tua scrittura?

Penso che per me scrivere sia il primo punto. Sai, dopo il pensiero o assieme al pensiero. Scrivere è una parte così importante di quello che faccio. Prendo una penna o una matita e scrivo qualcosa. All’inizio quando scrivo lo faccio con qualsiasi tipo di penna su qualsiasi pezzetto di carta. Ma prima ci penso, di solito non scrivo mentre penso. Penso a qualcosa e poi lo affino nella mia testa, e una volta affinato lo butto giù.
In un secondo momento scrivo con la macchina da scrivere, il più delle volte provo a riprodurre la disposizione originale delle parole. Successivamente mi rileggo e lo edito di nuovo. A volte mi capita di barrare qualcosa, ma tengo tutto lì in modo da poter continuare a vederlo. Lo trovo molto rassicurante quando sto facendo una performance, perché su certe pagine mi lascia l’opzione di scegliere quale versione dare per buona. Ho deciso che una parte non va bene ma continua a essere lì e posso usarla, se voglio. C’è ancora molta libertà, tantissima, ma trovo molto rassicurante che sia ancora lì. È scritto nella forma in cui l’ho pensato.

Quanto tempo ci metti a preparare una perfomance?

Ho lavorato alla performance di stasera per un paio di mesi, ma il periodo di scrittura è stato più lungo. L’ultima performance che ho scritto è stata l’anno scorso, più o meno in questo periodo. Di solito per qualche mese scrivo brevi appunti e li metto da parte, senza rileggerli. Arriva un punto in cui gli appunti iniziano ad accumularsi. Anche fisicamente, sai, ci sono fogli di carta. A quel punto penso: «probabilmente lì c’è qualcosa», e di solito questo succede dopo non più di sei mesi. Non è che lo lascio per anni e poi nel ritrovarlo dico «oh, wow, molto interessante.» Ho bisogno di una certa familiarità con il testo.

Sappiamo che passi molto tempo a riorganizzare il materiale, ma il risultato finale suona sempre molto naturale. Come ci riesci?

Penso sia perché molto di quello che scrivo è legato al visivo, al vedere, allo sperimentare le cose, anche all’esperienza di altre persone, alle cose di tutti i giorni. Ma credo che per me sia veramente importante mantenere quella specie di familiarità.
Non faccio prove prima di una performance, ma quando guardo la pagina, anche se ho eliminato un sacco di roba, se ho tenuto quello che ho davanti di solito è perché lo capisco. Anche se è solo “una tazza di tè”, sai, guardo la pagina e vedo un’immagine, ho uno stimolo, o ricordo chi l’ha detto, o penso alla situazione…
Volendolo analizzare, penso che per me sia molto importante avere una connessione con le cose che dico, così quando le dico puoi provare a connettertici anche tu.

Sembra che tu stia cercando di far fare al linguaggio qualcosa che normalmente non fa. Qual è questa cosa che il linguaggio normale non può fare?

Penso abbia a che fare con il cercare di vedere tutto con occhi freschi. Ho sempre pensato che la ripetizione fosse in realtà qualcosa di molto interessante, non ridondante, e anche quando diventa troppo ridondante può sempre essere interessante, no? Pensiamo di conoscere davvero alcune parole, che il loro senso sia universale. Per esempio, “Inghilterra”. Stare in piedi di fronte alla gente e dire solo la parola “Inghilterra”, mi sento come… «Oddio, tutto è impressionante!». Rimango abbastanza sopraffatta da quella specie di capacità espansiva del linguaggio.

Come decidi che ripeterai una parola piuttosto che un’altra? È perché ti piace il suono? Perché ti lascia perplessa?

Penso siano entrambe le cose. Per esempio, in questa performance dico “pre-internet” otto volte. A pensarci “pre-internet”… Mi sembra una cosa gigante! Non so se l’ho pensato, se l’ho letto da qualche parte o se l’ho copiato da qualcuno, ma mi piace come suona… Tipo oddio, pre-internet! Ti immagini? Tendo a ripetere le cose che mi colpiscono. Oppure a volte ripeto le parole per fargli cambiare significato. Se dici “gatto” abbastanza a lungo, a un certo punto comincia a diventare quasi “cane”.

Hai mai visto le registrazioni delle tue performance?

Penso di aver guardato qualche video per circa cinque o dieci minuti, ma non è che li guardo e dico «Oddio, sì, forse avrei dovuto lasciar fuori quel pezzo» o «questo ha dieci minuti di troppo». Probabilmente mi spaventerei se studiassi il modo in cui mi muovo e cose del genere. Penso che probabilmente smetterei, o rallenterei fino a togliermi completamente dall’equazione, e farei dei pezzi sonori in cui non sono presente. A volte faccio gesti specifici durante una performance e li ripeto la volta successiva, ma non è una cosa consapevole. Non so perché ma sul momento mi sembra molto naturale fare di nuovo la stessa cosa. È probabilmente una questione di memoria corporea. 

Quando hai iniziato a usare la tua voce nella tua arte?

Ho studiato pittura alla Glasgow Art School. All’epoca non mi definivo una scrittrice o un’artista. Non avevo idea di come definirmi. A un certo punto non sapevo più cosa dipingere, quindi ho iniziato a lasciare lo studio per andare in libreria con un piccolo dittafono. Prendevo dagli scaffali tutti i libri che volevo guardare. Non si trattava mai di un solo libro, era sempre tipo «Guarderò Andy Warhol, guarderò Caravaggio, guarderò Frieze…». Poi andavo in una stanza con questa pila di libri e mi registravo mentre li guardavo. Nessun commento, solo cose che mi piacevano veramente. Forse dicevo «la faccia di Andy» e poi mettevo in pausa. E forse continuavo «la mia faccia». Soltanto pensieri istantanei, dicevo la prima cosa che mi veniva in mente. Quella è stata probabilmente la prima volta che ho fatto qualcosa che non fosse dipingere e ho iniziato a usare la mia voce.

Gli intervistatori

Parlare liberamente e rifletterci dopo suona molto come una terapia. Diresti che ti fa sentire meglio?

Di solito quando arriva il momento di una performance mi sento bene. Capita che un paio di giorni dopo mi senta come se avessi riversato qualcosa, e questo mi fa stare molto bene, ma a volte può risultare un po’ strano, tipo «Oh… cosa ho fatto?!». Ma non so se è solo una conseguenza del performare.

Era la stessa cosa per te quando eri parte di Life Without Buildings?

Credo sia molto diverso… Mi sentivo circondata da loro, in senso buono. Probabilmente mi sentivo abbastanza protetta. E quando lo faccio da sola penso spesso ai ritmi, o ai ritmi del linguaggio, delle frasi, o a vere e proprie canzoni che sono fatte di piccole melodie, o solo melodie musicali. Ma sì, la musica è ancora molto presente. Io la metto nelle performance, ce la voglio, anche se si tratta solo di suggerimenti di musica o allusioni alla musica o cantare pezzi che sono musica, canzoni, canzoni di persone…. Mi piace metterci questo. 

Questa libertà di cui parlavamo crea un senso di possibilità e speranza che è molto contagioso. Vuoi che la tua arte sia positiva?

Tendo a scrivere di cose che mi piacciono. Posso scrivere anche di cose deprimenti, ma deve sempre essere qualcosa che mi piace, anche se è soltanto la pioggia o essere tristi. In realtà penso che l’arte e la musica siano cose che danno speranza. Nick Drake, per esempio, è molto deprimente ma in realtà è pieno di speranza!
Penso che in un certo senso mi piaccia anche il nonsense, perché non possiamo non avere senso? Dobbiamo tutti avere un senso. Penso che mi capiti durante le performance, di provare a fare cose che abbiano un senso, e poi avere questo cambiamento di tono del tipo «questo non ha senso, è fantastico!» Trovo che dia molta speranza. Altre persone si spaventerebbero. Io sono dell’idea che «l’infinito è grandioso». Fa paura ma è… enorme, e questo è un bene. E non provo mai a dire «questo è l’unico significato di questa cosa» (indicando un singolo oggetto), è quasi il contrario (indicando l’esterno)». 

Traduzione dalla versione originale a cura degli autori in collaborazione con Michela Lagalla

Marcello Enea Newman e Clarissa Pelino
Marcello Enea Newman e Clarissa Pelino
Marcello è un artista e musicista romano di casa a Torino. Ha suonato con artisti come Marcello e il mio amico Tommaso, The Jacqueries e Calcutta e ha fondato Orchestra Futuro insieme a Federico Antonini. Clarissa vive a Parigi e lavora a stretto contatto con gli artisti in progetti di riabilitazione urbana.
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