Musica: «Mi piace suonare in casa perché posso sperimentare» — Intervista con Moci
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«Mi piace suonare in casa perché posso sperimentare» — Intervista con Moci

Ho sentito fortemente l’esigenza di distanziarmi da quell’immaginario e di legarmi a nuove sonorità. Allo stesso tempo però non ho astio nei confronti dell’indie e anzi mi infastidiscono quelle persone che lo riducono a canzonette senza senso.

3 Ago
2020

Moci è il nome d’arte di Marco Colagrande, cantautore romano classe ’97. Esordisce nel 2019 con un paio di pezzi autoprodotti, inizia a suonare nei locali cult capitolini, incuriosendo addetti ai lavori e pubblico: per Rockol è «la next big thing della scena romana». In occasione dell’uscita dei suoi due ultimi singoli Pensieri Bellissimi e Primo Piano, abbiamo chiacchierato con lui dei suoi progetti per il futuro e del destino della musica live (nella Capitale e non) in questi tempi incerti.

 

Considerando l’inquietante narrazione che ci voleva tutti produttivi e pieni di cose da fare, come hai passato artisticamente il periodo della quarantena?

L’ho trascorso sia artisticamente che umanamente bene, anche considerando che non ero solo e che lavoro ai miei pezzi dal computer di casa, quindi sostanzialmente ho cercato di riempire il tempo suonando nel modo più sereno possibile. Inizialmente avevo questa idea di voler scrivere e produrre un intero disco da zero, ma quando mi sono reso conto che era diventata più una forzatura e un’ansia che uno stimolo ho lasciato perdere. Di solito la fantasia per fare qualcosa mi viene quando ho qualcosa da raccontare e in genere è quando ho la possibilità di vivere la mia vita normalmente, lavorando, uscendo o studiando.

Nei tuoi ultimi pezzi ti sei avvicinato a sonorità decisamente più fresche. Non penso tu abbia mai nascosto che le tue influenze originali erano gruppi tipo White Stripes, Jet, Pink Spiders, Strokes. Sono cose che ti sono sempre piaciute e che probabilmente ti hanno influenzato irrimediabilmente nel tuo stile, però allo stesso tempo si percepisce la volontà di far convivere queste influenze con altri tipi di suoni, utilizzando molti effetti di modulazione sulle chitarre, come chorus vibrato e tape delay e avvicinandoti a quella wave più dei Peach Pit, dei Boypablo e di Mac Demarco. Questa ricerca nasce dal fatto che volevi sperimentare qualcosa di nuovo perché il vecchio ti aveva stancato, o hai avuto un vero e proprio cambiamento personale? Hai letto, ascoltato dischi nuovi o visto qualcosa che ti ha ispirato a cambiare registro?

Sicuramente ascoltare il secondo disco di Demarco un anno e mezzo fa ha cambiato tutto. Ho ripensato ai miei pezzi in quella chiave li, e ho cercato di sperimentare utilizzando vibrato e delay in modo specifico, o “strechando” l’audio di alcune parti. Mentre lavoravo sentivo che tutto assumeva più senso e ho fondamentalmente riscritto il disco da capo. Questa cosa mi ha dato veramente una spinta in più come ispirazione, sentivo di star suonando qualcosa di più fresco e meno derivativo. Per molto tempo ho avuto paura di esser visto come il tipo che imita i Verdena ma canta come Calcutta. Così facendo invece sentivo tutto molto più intimo, più mio. Perché sì, certamente mi piacciono i Verdena e gli Artic Monkeys, ma allo stesso tempo trovavo anacronistico e non naturale proporre quel tipo di suono adesso. Invece ascoltare proprio i gruppi che citavi come i Peach Pit…

Tra l’altro suonarono a Roma qualche tempo fa. Quel live fu bellissimo perché suonava tutto in maniera incredibile, era tutto estremamente ben compresso e l’impressione era quella di star ascoltando proprio il disco. Invece ho l’impressione che live anche i gruppi italiani più blasonati hanno questo problema per cui la voce e gli strumenti hanno volumi molto diversi tra di loro creando questa sensazione sgradevolissima di scollamento. Ti vidi a Le Mura qualche anno fa e mi accorsi subito che i tuoi pezzi dal vivo avevano tutt’altro tipo di impatto e forse fu proprio quella serata che ti fece notare, fu un vero successo.

Probabilmente perché anche a me piace produrre i dischi in primis suonandoli o comunque avere cognizione di causa delle mie possibilità espressive e della cura che posso mettere nel suono per regalare al pubblico un’esperienza potenzialmente irripetibile e il più possibile senza filtri.

Dal tuo punto di vista, in una città come Roma dove la dimensione del live è sempre stata importante (penso al famoso 2016 durante il quale ci fu la consacrazione di tantissimi progetti musicali) quanto può pesare una stagione estiva con la musica dal vivo così ridotta o impraticabile?

Guarda, la cameretta di casa mia dà su Villa Ada [il luogo nel quale si tiene il festival Roma Brucia, ndr] quindi da sempre, sia da ascoltatore che da musicista, ho sempre prestato massima attenzione alla resa sonora dal vivo, e infatti cerco di curarla allo stesso modo di quella in studio. Proprio per questo, il mio obiettivo era trovare un buon equilibrio tra studio e live, e prima del lockdown la mia idea era quella di chiudermi in sala con gli altri e ri-arrangiare i pezzi per renderli più d’effetto possibile, in maniera del tutto simile a quello che facemmo a Le Mura ma con più consapevolezza. In quel periodo avevo la sensazione che il sound fosse molto più immaturo e grezzo, troppo derivativo. Per quanto riguarda la stagione, sicuramente è giusto fermarsi live per un po’, ma allo stesso tempo mi piacerebbe che si trovasse una soluzione alternativa, sia per chi lavora “dietro” (io nasco come fonico e mi sento ancora tale) sia per gli artisti.

Ad esempio, lo streaming può essere una buona soluzione? Mi viene in mente la live che ha fatto Machete recentemente su Twitch.

Sì, sono un gran fan dello streaming in generale e mi piacerebbe molto propormi da quel punto di vista. Magari non prendendo la chitarra e fare la stessa cosa che avrei fatto in una serata “normale” ma cercare una formula alternativa (di preciso non saprei dirti quale) ma sono sicuro che come il cinema e le serie tv sono cambiate con lo streaming, anche la musica live possa adattarsi: se lo spettatore vuole pagare soldi per vedere una tua performance, non puoi fargli vedere un live preregistrato come su Youtube, devi dargli qualcosa di più.

Oppure ancora quello che ha fatto Travis Scott su Fortnite.

Sì tra l’altro l’ho perso per poco ma tutti i miei amici l’hanno visto, anche persone che magari normalmente non si sarebbero nemmeno interessante ad un concerto del genere. Ha avuto un riscontro clamoroso per un po’ non si è parlato d’altro.

Mi dicevi quindi che lavori principalmente da casa, immagino tu abbia allestito il classico home studio con scheda audio, casse monitor etc…

Sì, anche se devo dire che più che produrre in quarantena ho giocato a Fortnite… [ride]

Mi sembra un’ottima scelta!

Scherzi a parte, io faccio tutta la pre-produzione a casa, quindi batterie finte, basso chitarre e voci, tutto. Poi ovviamente passo le parti ai vari musicisti, ad eccezione praticamente di quasi tutti i synth che rimangono virtuali, anche perché per un discorso di workflow cerco di usare pochi strumenti. Ultimamente penso di aver usato in studio solamente un Rhodes un Mellotron e poco altro. In studio poi, lavorando a stretto contatto con Giancane, riesco a sistemare molte cose grazie alle sue dritte. Lui, anche se più grande, è tutt’altro che un boomer: è sempre molto sulla mia lunghezza d’onda e aperto mentalmente a certe sonorità; l’ho visto usare il vibrato in modi che neanche mi sarei immaginato fosse possibile fare. In generale mi piace portare i provini da casa fatti in solitario e poi lavorarci collettivamente in studio, anche per cercare di dare una dimensione live a quello che faccio.

Per quanto riguarda invece testi, faccio riferimento ad esempio a Pensieri Bellissimi, dove palesi un’amarezza molto forte rispetto a certe situazioni. Quando scrivi di solito parti da qualcosa che ti è successo veramente e provi a raccontarlo, oppure provi frustrazione perché esiste un disallineamento tra quello che vivi nella realtà rispetto alle tue fantasie e cerchi di metterlo in prosa?

Spesso e volentieri sono flussi di coscienza, che derivano da pensieri non proprio limpidi, ad esempio l’immagine della caduta e dello sfracellarsi che descrive il testo è semplicemente uno di quei “pensieracci” che mi capita di fare e di cui mi pento immediatamente dopo. Di solito scrivo mentre suono, cercando di staccare mentalmente da quello che mi capita di vivere giornalmente e mi lascio andare il più possibile. Spesso poi, tante frasi sono legate più al suono che hanno che al significato, però mi piace anche cercare di dar loro una coerenza narrativa.

Nonostante il tuo target sia quello dei cosiddetti gruppi “indie” non utilizzi i classici stilemi e stereotipi del genere, soprattutto nel lessico, ma cerchi di fare qualcosa di più tuo e privato. Ultimamente si è avuto la sensazione che questo tipo di pop cantautoriale si fosse un po’ accartocciato su sé stesso, finendo a parlare sempre delle stesse cose e negli stessi modi, portando anche ad una saturazione di progetti molti simili tra loro. Pensi di esserti in qualche modo tirato fuori da quel mondo? Credi che possano convivere parallelamente, anche in una futura situazione live, altri e nuovi movimenti artistici? Penso a tutta la “scuola Soundcloud rap” che ha dato origine a gruppi anche ormai di rilievo come gli Psicologi…

Guarda, hai usato la parola giusta: saturazione. Ho sentito fortemente l’esigenza di distanziarmi da quell’immaginario e di legarmi a nuove sonorità. Allo stesso tempo però non ho astio nei confronti dell’indie e anzi mi infastidiscono quelle persone che lo riducono a canzonette senza senso. Quando è uscito Mainstream di Calcutta avevo diciassette anni e rimasi folgorato. Quel disco insieme a Il sorprendente album d’esordio de I Cani e Fuoricampo dei TheGiornalisti mi plasmarono perché li sentivo molto vicini a me e a quelle che potevano essere le esperienze della mia generazione. Le prime canzoni che scrivevo erano effettivamente imitazioni di quelle cose, quindi facevo canzoni su piazzale Jonio, Piazza Vescovio… e certamente con più inconsapevolezza. Sono contentissimo del successo degli Psicologi e che questo tipo di sonorità si stiano affacciando in Italia. Mi piacciono molto, seguo quella scena da sempre e c’ero anche a quella famosa serata live con loro sempre a Le Mura.

Sì, c’ero anche io: ci si rese conto che probabilmente qualcosa stava per cambiare…

Sì, c’era anche Radical, un altro artista emergente che mi piace molto. Mi piace questa scena perché è l’espressione della loro generazione. Ho la sensazione che quel vecchio tipo di cantautorato abbia detto più o meno tutto quello che voleva dire e sono convinto che questa sia una nuova scuola molto interessante, anche dal punto degli arrangiamenti, visto che molto spesso i loro riferimenti vengono dall’hip-hop.

Riguardo ai social, come ti ci rapporti? Li vedi solo come trampolino di lancio per sponsorizzare i tuoi lavori e farti pubblicità o, complice il momento, credi che potrebbero tornare a riacquistare il loro vecchio ruolo di “luoghi virtuali” dove persone con interessi comuni possono incontrarsi e potenzialmente far nascere delle sottoculture, movimenti artistici e conseguentemente nuovi generi musicali?

Sono praticamente vittima della Vaporwave da quando l’ho scoperta a sedici anni e sicuramente mi ha influenzato in tutto quello che faccio. Bazzico in qualche community di musica underground, tipo lo shoegaze, ma, in generale, non mi sembra ci siano i presupposti per creare una sottocultura o un movimento che possa proporre qualcosa di nuovo. Servirebbe un’idea forte o qualcosa di più dei meme magari. Però allo stesso tempo non vorrei fosse colpa mia, tendo ad adagiarmi molto sulle cose e ho paura a non essere al passo con i tempi “social”.

Sempre nel 2016 sembrava che una serie di gruppi Facebook avessero il potere di portare al successo artisti con la loro influenza. Pensi che una cosa del genere potrebbe tornare ad avere quel tipo di impatto in futuro? Anche considerando che alla fine erano persone che si incontravano proprio ai concerti e potrebbe mancare la scusa principale per vedersi.

Nonostante mi ci sia avvicinato leggermente più tardi rispetto alla loro diffusione, quel tipo di gruppi li ho sempre visti come la mia finestra nel mondo degli adulti. Era però sicuramente un periodo diverso: non so se adesso un gruppo Facebook o una chat Telegram potrebbero avere la stessa risonanza, anzi le vedo come piattaforme un po’ morenti. Magari qualcosa del genere potrebbe succedere ancora, ma non credo con la stessa risonanza, o comunque non credo sia un buon momento per fare previsioni. Sicuramente quello che si continuerà, e continuerò io a fare, sarà utilizzare internet per ascoltare e condividere nuova musica.

Oltre a poterla condividere, adesso con molta semplicità ci si può anche approcciare alla produzione stessa della musica, cosa impensabile fino a non molti anni fa, quando il discrimine tra chi poteva fare un disco e chi no erano sostanzialmente i soldi: o avevi un minimo di budget o in studio non entravi nemmeno. Adesso invece con un investimento relativamente basso tutti possono provare a iniziare qualcosa e portarla avanti. La trovi una cosa positiva?

Sono un superfan dell’home studio da sempre. Mi piace essere nel mio ambiente mentre produco e sento di avere un feeling diverso in casa rispetto allo studio: meno stress, non ci sono limiti di tempo e puoi permetterti di sperimentare di più. Ad esempio, ho fatto passare l’intero master di un pezzo per un pedale della chitarra. L’home studio è un vero e proprio fenomeno sociale talmente interessante che volevo scriverci la tesi di laurea. Se ci pensi, prima lo strumento che tutti desideravano avere era la chitarra, oggi è il portatile. Tra l’altro probabilmente sono io stesso più portato a “suonarlo” visto che me la cavo molto meglio con Ableton che ho imparato ad usare in pochissimo tempo, che con la chitarra che invece suono da dieci anni ma sono scarso [ride]. Trovo impensabile che un musicista che ora ha un suo progetto sappia suonare solo il proprio strumento senza sapere nulla di come si approccia una registrazione o una produzione. Nonostante io studi in una scuola di musicisti anche molto rigida, penso sia molto più importante come suoni una roba rispetto a come tu l’abbia suonata, non mi importa se è “taglia e incolla”, ma se il suono è fico va bene. Quindi sono contentissimo che almeno la possibilità di approcciarsi alla musica venga data a tutti. Allo stesso modo però bisogna distinguere chi lo fa con dedizione da chi usa due preset senza ragionarci e pensa di “svoltare” con due beat a caso… Mi piace stare a casa perché posso sperimentare, mi sono trovato bene anche a lavorare con altri produttori che hanno voglia di provare cose nuove.

Nasci con una piccola casa discografica come Sbaglio Dischi, ora Carosello Records cura la distribuzione del tuo lavoro. Questo interessamento di una casa più grande ti ha messo pressione o hai solo pensato di poter avere un feedback diverso o un bacino di utenza più allargato per quello che scrivi e produci?

Quando mi è stato detto da Sbaglio che era arrivata la chiamata di Carosello ovviamente è stata una sensazione pazzesca e una soddisfazione enorme. Avevo iniziato a suonare per gioco con Sbaglio Dischi e inizialmente non ci credevo troppo nemmeno io. Vedere che qualcuno aveva riconosciuto questo sforzo e piccolo talento sicuramente ha generato delle pressioni, ma anche tanta motivazione e consapevolezza di star andando nella direzione giusta, anche se so che ho ancora tanto da dare.

Un piccolo spoiler sul disco che hai in cantiere?

A dire il vero il disco sarebbe dovuto uscire in primavera, poi per vari motivi il tutto è stato rimandato prima dell’emergenza Covid. Probabilmente lo rilanceremo in autunno, posso solo anticiparvi che oltre ai singoli potrebbe uscire un nuovo videoclip. Stiamo ragionando bene sul lancio.

Magari con un bel live…

 Speriamo, sì!

Simo Costa
Simo Costa
Simo Costa, classe '96, vive e studia a Roma al Centro Sperimentale. Suona in giro e gli piacciono quei fumetti che si leggono al contrario.
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