Cracovia. L’arte di costruire le persone.
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Cracovia. L’arte di costruire le persone.

«Non posso credere che Gloria sarebbe capace di introdursi di notte nella mia soffitta per derubarmi degli attrezzi. Certo, mi ha ostacolato in molti modi, ma ha avuto sempre cura di riordinare.»

 «Noi siamo automatismo non meno che spirito»
Pascal

«Che ci sarà in me, che tutti sono tentati di impartirmi una lezione e io non so mai di preciso se non ne abbiano il diritto.»
L’uomo difficile, Hugo von Hofmannstahl

 

1. Il carretto del futuro

Questo è il carretto del futuro, una mia recente invenzione. Soffiando attraverso il tubo catodico potrete far muovere le ruote senza necessità di trascinarlo, in più avrete agevolmente accesso a tutti i palinsesti notturni di Cracovia. Potrete star seduti comodi sul vostro carretto, senza sobbarcarvene il peso, e godervi i programmi che desiderate. Il che, considerate, vi distrarrà ulteriormente nel caso di lunghi tragitti.

Adeguarsi alle linee, alle geometrie di superficie; non fa per me! Ho il polso che scricchiola e settant’anni in una soffitta color brodo di pollo.

Gloria? Gloria sei tu? No, non c’è nessuno.

Se solo si potesse recuperare l’intransigenza della gioventù. Dopo appena un’ora di lavoro occorre già smettere, prendersi una breve pausa. Col carretto certamente si potrà attraversare senza fatica il lungo corridoio fino allo stanzino degli attrezzi, dimezzarne la lungaggine, tornandomene in soffitta con ciò che mi serve. Tenersi vispo e in compagnia.

Nel mondo ci sono un tavolo e una vite. Il tavolo e la vite stanno in questa relazione tra loro: la vite è sul tavolo. Io ho preso parte alle guerre, sono diventato un anacoreta. Non ricordo però dove ho messo le posate pulite.

Non posso credere che Gloria sarebbe capace di introdursi di notte nella mia soffitta per derubarmi degli attrezzi e delle posate, rendendomi poco a poco pazzo. Certo, mi ha ostacolato in molti modi, ma ha avuto sempre cura di riordinare.

Non che il carretto sia inutile, è che ho il fiato corto. In un certo qual modo… non si fa prima per niente.

 

2. L’apologista a gas

L’apologista è una sagoma di ghisa e acciaio. Munita di rullino di carta, inchiostro nero e bombola a gas. A elevate temperature, può applaudire e stampare fino a dieci pagine in mia difesa ed elogio.

«Questo uomo, questo costruttore così brillante, formatosi all’Università più prestigiosa di Cracovia, l’Akademia Krakowska, un ingegnere… un uomo così brillante, intanto ha trascurato tutto, per mettere il suo ingegno al servizio di quanti non hanno il suo ingegno e vivono con il poco magro aiuto dei cieli; e nonostante le sue invenzioni potrebbero aiutare centinaia di buoni cittadini, vi è una certa spietatezza del tutto! Una donna lo ostacola. È proprio vero che non si riconoscono mai le fortune della nostra vita…»

A volte, devo dire, e a condizione che il rullino non si inceppi, si tratta di un’allegra compagnia. Sarebbe difficile ricostruire l’intuizione e il percorso creativo che ha portato alla sua realizzazione. Dietro quello che i più pigri considerano «un colpo di genio» gli osservatori seri, nemici delle facili spiegazioni, troveranno decenni di lavoro e accumulo di idee parzialmente scartate, parzialmente riviste… un incessante ritorno dello sguardo sulle sue fantasie. Per sintesi, a ogni modo, si può dire che il modello originale sia stato creato qualche anno fa dopo un litigio con mia moglie. Sebbene ciò non sia per nulla esaustivo.

 

3. Le ragazze-automa

Siccome mia moglie è scomparsa, eppure deve essere da qualche parte nel castello, solo che avercela la pazienza di cercarla, siccome questo, e comunque aveva già da anni deciso di non parlarmi, sto facendo lo sforzo di ricordarmi come mai sia così facile smettere di volermi bene.
Ho creato una bambola del tutto identica ad Amalia, la mia prima ragazza. Non ha significato poi tanta fatica, Amalia era alta poco più di una poltroncina da salotto. Le ho messo una batteria con altoparlante e le ho chiesto un po’ Amalia, non sei quasi invecchiata, e come mai mi lasciasti? Ma quella si è messa a urlare E com’è che ho così a cuore le tragedie degli altri! E com’è che ho così a cuore le tragedie degli altri!
Perché non la smetteva e mi sembrava turbata l’ho dovuta spegnere. Le ho tolto la batteria e com’è che ho così a cuore… s’è interrotta.

Ho costruito una bambola e credo sia Lucrezia. Lucrezia mi amava ma non me n’ero accorto. Per un anno la trovai ogni giorno ad aspettarmi alla segreteria dell’Università di Cracovia. Per una ricerca sui fluidi amorfi passammo alcune settimane insieme. Quindi me ne innamorai anche io. Dopo alcuni giorni, infine, mi lasciò. Lucrezia, le dico, e come mai.

 

4. Casa basculante

«Grazie per avermi invitato presso la vostra prestigiosa accademia. Come saprete alcuni inventori coevi sono impegnati nella costruzione di lunghi bastoni a ventosa per poter afferrare bibite senza alzarsi, non riflettendo sulla scomodità di possedere un bastone così lungo, sull’impossibilità di poterlo spostare da una stanza all’altra; ho risolto a monte quelli che sono limiti evidenti di siffatta creazione con la Casa basculante.»
«Clap clap clap.»
«Grazie.
«Che ne pensate, voi due? Si tratta, certo, solo di una prima bozza, il discorso sarà più lungo, ma ci tengo a essere pronto per quando mi inviteranno in accademia.»
«E com’è che ho così a cuore le tragedie degli altri…»
«Amalia!»

A volte credo di sentire mia moglie Gloria che mangia. Sa essere molto rumorosa quando mangia e per questo non mi sembra affatto improbabile sentirla fino a qui. Spilucca con la bocca aperta e succhia i brodini e le passate. A me non dà fastidio. Quando penso di sentirla mi metto in ascolto, cerco di capire in che stanza si trovi. Se mi stendo sul pavimento, con l’orecchio sulle assi di legno, posso indovinare cosa sta mangiando. Certo, non ho nessuna prova. E chissà perché proprio pollo.

Le mie lettere ritornano indietro. Io credo che l’Università non abbia inteso che chi gliele invia sia stato uno dei loro studenti più promettenti e premiati. Certo qualche funzionario deve aver letto le lettere e deciso di scartarle, ma quale funzionario, con quale istruzione e conoscenza del passato dell’Università, abbia preso questa decisione e per quale motivo non potrò saperlo. So, però, che la dedizione dell’accademia spinge i suoi impiegati a lavorare fino a tardi e dopotutto loro non hanno la tempra dei propri superiori, cosicché non reputo inverosimile che di tanto in tanto qualche funzionario, stremato, avverta il bisogno, soprattutto di sera o di notte, di accelerare il lavoro e far solo finta di aver aperto ed esaminato le lettere giunte, confidando di trattare cose di poco conto. E così si spiegherebbe tutto. Occorrerebbe portargli ciò che ho creato in questi anni, potrebbero altrimenti pensare che io abbia esagerato nel descriverle. Ma come? Mi accompagnerebbe, Gloria?

 

5. La lampada a vapore

Stanotte ho avuto un mancamento mentre rifinivo l’accenditore d’innesco della lampada a vapore. È stato il sodio! Mi sono steso e ho sfogliato la rivista «Wszechświat». Ho scoperto che la lampada esiste già. Che io abbia letto l’articolo e me lo sia scordato? E se pure avessi avuto la stessa idea senza leggere affatto niente di niente al riguardo, mi sentirei forse un po’ più sollevato?

Alcuni giorni il tempo si affaccia vuoto. Poche idee, nessuna voglia di prendere il saldatore in mano neppure per completare quelle già incominciate. E che faccio, allora?
Ho chiuso in un vecchio baule di Gloria tutti i numeri di «Wszechświat». Curo il mio diario, di modo che non si possano avere dubbi sulle date precise delle mie creazioni e sapere, altresì, quali, faticose e ripetute prove, mi hanno condotto e come a ciascuna di esse.
Scrivo lettere per l’Ufficio brevetti di Cracovia. Faccio ordine in soffitta. E questo è quanto.

Non amo la solitudine ma neppure rimpiango i continui lamenti di Gloria. Il televisore è un buon rimedio, siccome so che le strilla non sono rivolte a me.

Non ho sentito cenare Gloria ieri, né l’altro ieri. Dovrei scendere a controllare. Non che sia preoccupato, ma la mia dispensa di legumi sta terminando.

 

6. Il pacificatore

Ho inventato una cosa ma non so di che si tratta. Avrei voluto costruire qualcosa di degno, ma temo sia finito il tempo in cui potevo farlo. È da anni che mi lamento che finisce. Dovevo riparare lenti, come diceva Gloria. Ma io volevo costruire treni a geometria non euclidea, cucine a superfici non orientabili, lampade a vapore. Amalia e Lucrezia mi hanno dato la stessa risposta, e io proprio non la capisco.

Dopo mesi chiuso in soffitta, mi sono messo a cercare mia moglie per il castello. L’ho trovata in un salotto a cucire. Prima di entrare, l’ho spiata. Con i suoi occhialetti tondi si addormentava a tratti sullo sferruzzamento. Siamo vecchi in una casa mal illuminata. Sono entrato, lei m’ha visto, ha fatto finta di niente. Le ho messo sul tavolino la mia ultima invenzione, mi sono stretto la cinta della vestaglia, un po’ a disagio. Ho inventato una cosa e non so cos’è, a cosa possa servire. È l’ultima! Non ti torturerò più. Volevo dirle. Ma la cosa si è aperta, ha fatto un giro su sé stessa, ha fischiettato due volte. E Gloria è scoppiata a ridere.

Federica Sabelli
Federica Sabelli ha pubblicato su “Verde”, “Altri animali”, “Carmilla, Retabloid”. Un suo racconto è uscito nell’antologia “Vocabolario minimo” (Wojtek). Ha fondato “Tuffi rivista”.
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