Quando tutto finì
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Quando tutto finì

«Non iniziamo a dire stupidaggini, Sara, non siamo maledetti.»

L’odore della salsedine era meno forte quella sera. Le radiazioni erano state così intense nell’ultimo periodo che l’acqua aveva preso un colore verdastro e il sale che galleggiava nell’aria era quasi del tutto scomparso; il che da un lato era un bene: odiavamo la salsedine; dall’altro, tutti si rendevano conto del perché. 

Matias mi chiamava a gran voce. Poggiavo sul davanzale della nostra casa, con i gomiti sul legno che si intorpidivano, ma non me ne curavo. 

Non mi mossi finché non arrivò arrampicandosi sulla scala di legno che avevamo costruito. 

«Non ci puoi fare niente, e lo sai. Nessuno ci può fare niente.»

Matias si fermò ai piedi della staccionata. Voleva assicurarsi che andassi con lui. 

La nostra casa di legno dava su di una baia, sarà stata lunga massimo due chilometri, ma era sufficiente per quello che chiedevamo. A una decina di metri dalla battigia, abbastanza lontani così che il mare non potesse toccarci, c’erano gli altri, tutti in cerchio intorno a un falò che iniziava a prendere forma. Cristian, Matt e Sara mi salutarono con sorrisi accennati. 

«Finalmente ce l’hai fatta», disse Matt. 

Dacché lo conoscevo, Matt aveva sempre avuto un caratteraccio. Anche grazie a lui non c’era stato recentemente un bel clima all’interno del gruppo. 

«Dobbiamo dare tempo a noi stessi», diceva Matias quando ne parlavamo, in disparte. 

Cara, invece, mi venne incontro e posò le sue lunghe braccia intorno alle mie spalle. Pochi minuti più tardi eravamo seduti intorno al falò, mentre della carne rossa sfrigolava. La birra era calda, non avevamo più elettricità da un pezzo. 

Matt aveva portato la sua vecchia radio. Era un regalo del nonno, o così ci aveva sempre raccontato. Nessuno gli aveva mai creduto più di tanto. C’erano soltanto due stazioni che ancora trasmettevano qualcosa. Ci volle un po’ perché ci accorgessimo che la prima ripeteva sempre le stesse cose. Erano registrazioni dei tempi prima della Grande Caduta. Pur non potendo comprendere appieno che cosa avevano significato per quelli venuti prima, ci eravamo interessati morbosamente. Con il tempo l’interesse era stato sostituito dalla tristezza e da una malinconia che non ci apparteneva e così non l’ascoltammo più. 

La seconda trasmetteva solo di sera, dalle sette, vecchie canzoni intervallate da annunci del doomsday. Nessuno ci credeva più, perché tutti già lo sapevano. 

Matt e la sua vecchia radio, un corpo in legno con rifiniture in metallo lucido. Sembrava proprio essere stata di valore.

«Conoscete chi canta?» chiese Matias. «Dovrebbero essere gli Oasis… no?», rispose Cristian guardando noi altri.

«Chi sono gli Oasis?» domandò Cara. 

«Come fai a non sapere chi sono?» intervenne Sara che di recente aveva sviluppato una certa attitudine nei confronti dell’unica altra ragazza. «Non erano certo famosi come gli Stones o i Beatles…», continuò. 

«Questa doveva essere famosa se la passano ancora», disse Cristian interrompendo una possibile escalation.

Storicamente eravamo tutti bloccati all’inizio dei duemila.

La baia che abitavamo era nostra. Non c’erano altri, giacché gli ultimi dell’isola li avevamo uccisi noi. Spesso inventavamo storie sulla gente che ci aveva abitato prima. Nessuno si azzardava a dire che non fossero vere: era una concessione reciproca del gruppo. Naturalmente, noi lo sapevamo. Nessuna falsa memoria avrebbe rovinato le poche sicurezze che ci rimanevano. 

Ci piaceva fumare quando eravamo in gruppo, mai da soli.

«Passami i fiammiferi», dissi a Matias.

«Mai una volta che ti porti i tuoi, no?»

«Li ho finiti.»

«Di già?» e mi guardò con sconforto.

Sì, e anche le sigarette non avrebbero tardato a finire. Le avevamo portate dal continente, quando ci stabilimmo sull’isola. Ero rimasto con un misero pacchetto che presto avrei calciato in mare. Quella melma se lo poteva pure prendere. Tanto non avremmo avuto poi molto più tempo per fumare. 

Le serate andavano avanti così: tutti intorno al falò, con l’odore e lo sfrigolio della carne e con vecchie canzoni, dalla radio di Matt, che quasi nessuno più ricordava. Amavo osservare di nascosto come Cara faceva uscire densamente il fumo dalla bocca. Le dava un’aria mistica. 

La baia l’avevamo ereditata. Dopo esserci stabiliti qui avevamo scoperto una decina di uomini e donne. 

Dopo del tempo venne fuori che non sarebbero potuti sopravvivere ancora a lungo. Non almeno come noi immuni. 

Il che ci diede lo slancio morale necessario per ucciderli. Ci potemmo così insediare stabilmente nel pezzo di terra tra la boscaglia e la spiaggia. Nel giro di un mese avevamo eretto la casa di legno dalla quale spesso lasciavo che il mio sguardo si perdesse sull’orizzonte. Qui il cielo incontrava un’infinita distesa neroverdastra di mare fin troppo acido.

Ci addormentammo così sulla sabbia, con la Luna alta e le cicche delle sigarette che ancora bruciavano. 

Nel torpore del sonno mi accorsi di avere ancora la mano intrecciata a quella di Cara. Era così ogni volta: il Sole mi svegliava prima degli altri, e io che non avevo voglia di aprire gli occhi mi godevo la sabbia tra i piedi, il calore della mano di Cara. 

Non si contavano più le stagioni. Vivevamo in una incessabile estate. Per quanto fantastico, ci ricordava Matias, era solo l’ultima delle disgrazie che ci avrebbero ucciso. Era intelligente Matias, non meritava di morire.

La temperatura scese bruscamente.

Notai che, impercettibilmente, il corpo addormentato di Cara aveva rafforzato la stretta intorno alla mia mano. Sentii i respiri farsi affannosi e poi la voce di Matias chiamarci: «Ragazzi…».

Ce lo ritrovammo davanti. Stava fermo ad aspettare che ci svegliassimo. Quanto tempo era stato così? Lo conoscevo, così come lo conoscevano tutti, attraverso i miei sogni e attraverso i racconti dei loro. Sapevamo che non era un caso, che presto sarebbe davvero arrivato.

Aveva i piedi nell’acqua, ma sembrava che quella melma non gli facesse alcun effetto. Ciò che si presentava davanti a noi poteva rassomigliare a una di quelle divinità egizie con il corpo umano e la testa da animale. Solo più eccentrico, più agghiacciante. Un lungo becco nero da upupa; un crinale nero con punte arancio che lo attraversava fino alla schiena. Gli occhi piccoli ma accesi dalla rabbia.

Quando pronunciò le prime parole, non in pochi tra di noi avrebbero creduto di sentire versi di uccelli. 

Entro la fine di questa giornata morirete due volte. 

Una fitta coltre si levò dal mare e il demone sparì. 

«Ve l’avevo detto che sarebbe venuto», gridava Sara. Matt girava in cerchio. «Lo sapevamo, l’avevamo sognato e non abbiamo fatto niente.» Cosa avremmo potuto fare, del resto.

«Ce ne saremmo dovuti andare da questa cazzo di isola», inveì Cristian. 

«Non avremmo dovuto uccidere quegli indigeni», ora Sara stava urlando, non se ne rendeva conto, «ve l’avevo detto che erano tutti dei santoni o chissà cosa.»

Cara era rimasta in silenzio e sempre più tremante si avvicinava. Sentii subito il desiderio di allontanarla da me. Mi alzai di scatto.

«Non iniziamo a dire stupidaggini, Sara, non siamo maledetti.»

«Lo abbiamo o non lo abbiamo sognato tutti quanti? » E con questo Sara si alzò e si diresse verso la casa. 

Cristian la seguì. Accennai delle scuse e me ne andai. Avevo bisogno delle mie sigarette. C’era un pacco su, nella casetta di legno. Presi a correre attraverso la spiaggia, il bosco di pini, le dune. Sentivo una pressione, come se dovessi sbrigarmi, come se non avessimo avuto più tempo.

Appoggiai la testa tra le mani e mi concentrai sulle punte dei gomiti. Tastai le mie guance ruvide, i capelli sporchi e ricordai che il posto della casa l’avevamo scelto io e Matias. 

Potevo sentire il rumore della risacca sulla sabbia. Suoni come quello innescavano catene non sequenziali di ricordi di com’era stato tutto prima; potevo richiamare il sapore dell’aria salmastra affogarmi le narici e quel brivido di freschezza ogni volta che la risacca sommergeva le caviglie. 

Con l’amaro ancora in bocca, lanciai ciò che restava della sigaretta nella boscaglia e rientrai in casa. Andai a stendermi in camera. Ancora nessuno era tornato.

Nel silenzio della stanza dei lampi di luce iniziarono a proiettare striature violacee sui muri. Mi guardai attorno: porte e finestre erano scomparse. Provai ad alzarmi e sentii delle leggere scosse elettriche sotto i piedi. Mi trovavo in una stanza di fulmini.

Iniziai a battere i pugni contro le pareti. Fino a quando un fulmine, partito dall’angolo opposto del cubo che era diventata la mia stanza, non mi raggiunse e colpì. Carbonizzò prima la pelle, quindi i muscoli, gli organi vitali, le ossa. Ero morto.

Un numero imprecisato di giorni, settimane o mesi dopo, ancora nel letto, tutto manteneva quelle striature viola. Corsi in direzione della spiaggia: volevo andare a riabbracciare Cara; fossimo morti l’avremmo fatto mano nella mano come tutte le cose della nostra vita.

Decisi che il buco nel petto non doveva essere importante e così andai in spiaggia, dove la notte prima avevamo acceso il falò. Qui vi trovai due scheletri distesi, uno dei due sembrava ancora perdere sangue, lentamente allargando la pozza nella quale si bagnava. 

Iniziai a piangere temendo si trattasse dei corpi di Cara e Matias. Sembrava che l’intera spiaggia si stesse macchiando. La sabbia trasudava di rosso.

La foschia si alzò copiosa dal mare e di nuovo comparve il demone uccello.

Qualcosa mi sollevò e mi ritrovai appeso in aria, una decina di metri dal suolo, in caduta verso un altro cubo, colmo d’acqua. Quando ci caddi dentro, già sapevo. 

Mentre mi dimenavo per rompere il vetro, mi mostrò quella che era stata la morte dei miei compagni. 

Alla mia destra potevo vedere il corpo di Cara dimenarsi tra le fiamme. Mi dimenai più forte anche io. Poco più in là Matias, legato a una trave, veniva smembrato e riassemblato. Non una nota di dolore usciva dalla sua bocca. Matt, di fronte a me, chiuso in un altro cubo, si stringeva le mani al collo.

Alla mia sinistra, invece, due tombe costituivano la tragica fine di Cristian e Sara. Se avessi potuto scegliere, seppellito vivo sarebbe stata l’ultima delle mie morti.

Annaspavo e più annaspavo più acqua inghiottivo, più il petto bruciava, più la vista mi si annebbiava, meno morivo.

Il tempo passava e nessuno di noi esalava l’ultimo respiro.

 

In copertina: De Dood, Simon Fokke, 1722 – 1784.

Davide Cantelmo
Nato nel 1995 a Lecce, dal 2014 vive e lavora a Londra. Ha conseguito una laurea in giornalismo e una in regia cinematografica, nel frattempo coltiva la sua passione per la scrittura creativa di racconti, film e tv.
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