Uno degli eventi sportivi più famosi degli ultimi cinquant’anni, omaggiato da uno sceneggiato televisivo e da un lungometraggio, prende il nome di Miracle on Ice. Ad affrontarsi, nell’arena di Lake Placid, durante la XIII edizione dei Giochi Olimpici Invernali, la famigerata squadra sovietica ed un branco di sbarbatelli studenti universitari in rappresentanza degli Stati Uniti d’America. Come ogni storia hollywoodiana a lieto fine, furono proprio quest’ultimi a vincere l’ incontro decisivo e a togliersi di dosso l’etichetta di underdogs.
Qui finisce la magia e si passa alla realtà dei fatti. L’URSS è stata la nazione che più di tutti ha rivoluzionato il modo di fare hockey. Lo ha fatto, sotto la guida di Anatoli Tarasov, personalmente selezionato da Stalin, il quale ha riformato il sistema di allenamento (inserendo tecniche ricavate dal balletto, dagli scacchi, dalla ginnastica e del bandy, un ibrido tra calcio ed hockey), ha imposto un controllo totale su ogni aspetto della vita degli atleti ed ha obbligato i giocatori a vivere in simbiosi per la maggior parte dell’anno.
Tutto ciò ha generato una magnifica squadra, capace di giocare un hockey spettacolare, a tratti anarchico, che trasformava il grigiore dell’apparato e della steppa in una proiezione su ghiaccio della fantasia tipica degli Harlem Globetrotters o del futebol verdeoro. Il palmares del team russo, nel tempo, si è arricchito in modo inverosimile, raccogliendo qualcosa come 19 titoli mondiali, 7 ori olimpici e 27 campionati europei. Mai nessuno come loro.
Ed è proprio sotto il peso di tale responsabilità che Vladimir Putin ha affidato la rinascita del movimento hockeistico russo, schiacciato dal peso dei dollari nord americani, nelle mani del più grande di tutti, il difensore e ministro dello Sport Viacheslav “Slava” Fetisov con un unico obiettivo: alimentare l’orgoglio nazionale attraverso i successi sportivi.
Che sia questo l’ennesimo passo (indietro) verso la versione 2.0 della Guerra Fredda?
