Scrivere storie per correggere la realtà
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 maggio
TBA
TBA
06 giugno
TBA
TBA
07 luglio
TBA
TBA
08 agosto
TBA
TBA
09 settembre
TBA
TBA
10 ottobre
TBA
TBA
11 novembre
TBA
TBA
12 dicembre
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
28116
https://www.dudemag.it/2022/scrivere-storie-per-correggere-la-realta/

Scrivere storie per correggere la realtà

Col riscaldamento globale che avanza e la chiamata alle armi degli scrittori, in anni recenti si è tornati a discutere se la narrativa possa essere uno strumento al servizio del cambiamento oppure no.

Great Smoky Mountains, un bambino di nove anni e suo padre in campeggio nel bosco, distesi tra la nuda terra e la volta celeste. Il primo sveglia il secondo nel cuore della notte: «Quante stelle hai detto che ci sono?». L’uomo conosce la risposta, di mestiere fa l’astrobiologo: lo pagano per cercare segni di vita nello spazio. «Cento ottilioni», un uno seguito da ventinove zeri. «E quante hanno pianeti?». La maggior parte uno o più di uno, ma chi lo sa: ogni giorno se ne scoprono di nuovi. «Solamente la Via Lattea potrebbe avere nove miliardi di pianeti simili alla Terra nelle zone abitabili delle sue stelle». Il cosmo è zeppo di galassie come la nostra, e pare addirittura che l’universo in cui fluttuiamo sia solo uno dei tanti, forse uno tra infiniti altri. Di là dell’orizzonte ci sono più pianeti di quanti se ne possano anche solo mappare e catalogare. Con un problema ovvio, però: «Papà? Con tutti quei luoghi in cui vivere? Come mai non c’è nessuno da nessuna parte?». 

Comincia grosso modo così Smarrimento (La Nave di Teseo, 2021), il nuovo romanzo di Richard Powers, con un padre e un figlio all’addiaccio a interrogarsi sul cosiddetto paradosso di Fermi: dato tutto lo spazio abitabile dell’universo, il cosmo dovrebbe brulicare di vita e di civiltà, e invece niente. Silenzio. A parte noi terrestri, non sembra esserci proprio nessun altro là fuori. Com’è possibile?

In realtà padre e figlio, Theodore e Robin, si trovano lì a scrutare il cielo stellato perché hanno un lutto da elaborare assieme: sbandando con l’auto per non investire un opossum, Alyssa è morta in un incidente stradale e ha lasciato uno vedovo di moglie, l’altro orfano di madre. Crescere il figlio da solo è per Theodore come scalare una montagna che ogni giorno s’innalza più di quanto lui la possa risalire. Robin è un bambino “diverso”, problematico gli dicono gli insegnanti, con un’introversione e un’immaginazione sopra la media. Di tutti gli animali quello che predilige è il nudibranchi – una preferenza che da sola caratterizza il personaggio più di mille aggettivi. I medici ritengono abbia un disturbo dello spettro di Asperger; per il padre, invece, Robin è soltanto un giovane Holden: «strano come chiunque», «oppresso dalla storia del mondo» proprio come lo era sua madre, attivista in un’ONG per la difesa dei diritti degli animali. 

Uomo e un bambino sdraiati su un tappeto, anonimo, 1920 – 1930. Fonte Rijks Museum.

Come Alyssa, Robin è infatti preoccupato per la sorte degli altri esseri viventi, teme per l’imminente collasso della biosfera a causa di riscaldamento globale e distruzione degli ecosistemi. Tutto nel suo disagio fa pensare a una chiara manifestazione di eco-ansia, anche se la parola non compare mai nel libro di Powers. A scuola Robin si è messo nei guai dopo un litigio con un compagno, ma Theodore non vuole saperne delle terapie farmacologiche consigliate dagli specialisti. Per quietarlo l’ha portato nel bosco in cui veniva un tempo con Alyssa, e tutto il libro non è che la disperata ricerca da parte del padre di una normalità che possa placare i demoni del ragazzo.

Il rapporto padre-figlio/a è il motore di molte delle storie di Powers: una signature move che ricorre così spesso da sembrare quasi un feticcio, quella diade perfetta e in verità idealizzata rispetto alla quale la madre non è che una variabile esterna. Nei libri di Powers abbondano padri contorti ma ispirati e a loro modo geniali, che crescono i figli iniziandoli a passioni soverchianti ed esasperandoli a suon di rompicapi, indovinelli e nozionismi, con l’intento di farne emergere anche i talenti più nascosti. Un culto così sfacciato per la figura paterna è quantomeno bizzarro per uno scrittore che con la moglie ha scelto il “birth strike” e di figli, superati ormai i sessantaquattro anni, non ne avrà mai nemmeno uno. Eppure, come ha rilevato Andrea Zanni, Smarrimento può essere considerato ad oggi il più importante romanzo sull’essere genitori nell’epoca del cambiamento climatico: quel tempo in cui i figli ti informano risoluti che sciopereranno dalla scuola ogni venerdì perché il clima è in crisi e i governi non se ne curano a sufficienza. Nel romanzo ci imbattiamo in un padre che cerca la vita in pianeti lontani, forse colonizzabili dagli esseri umani, e un figlio che vorrebbe salvare la vita che c’è qui, sulla Terra, il solo pianeta in cui al momento siamo certi che la vita esista. 

È l’ennesimo cortocircuito attorno al quale Powers edifica la complessa architettura delle sue narrazioni, calando come ogni volta al centro del racconto personaggi difformi e cervellotici, iper-focalizzati, il più delle volte scienziati di professione o autodidatti interessati di arte o di scienza, spesso e volentieri autistici o neurodiversi. Maschere atipiche, caricaturali, ma che in un certo senso rispecchiano un po’ tutte la personalità poliedrica dello stesso Powers: un generalista appassionato di fisica, informatica e musica eppure poco incline alla specializzazione dei saperi, che alla claustrofobia delle scienze accademiche ha preferito la “visione aerea” della letteratura, perché scrivere è la sola attività che ti permette di vivere indirettamente tutte le vite che vorresti senza per forza sceglierne una sola.

Considerato da molti uno scrittore per scrittori, un narratore straordinariamente eclettico ma persino sovrabbondante nei moti di intellettualismo, negli anni Powers ha raccontato con solidità invidiabile di intelligenza delle macchine, editing genetico, realtà virtuale, neuroscienze, psicologia cognitiva; da ultimo di alberi, vita nello spazio e perdita della biodiversità. La ricerca che sta conducendo al confine tra scienza e letteratura lo porta a interessarsi soprattutto di ibridazione tra sistemi biologici e tecnologici, che si tratti di reti neurali artificiali, di informazione contenuta nel codice genetico o dei segnali biochimici con cui gli alberi di una foresta comunicano tra loro. Non è facile trovare così tanta scienza di frontiera nei romanzi, men che meno così ben raccontata, anche se ormai dovrebbe essere evidente come la letteratura del Ventunesimo secolo non possa più davvero farne a meno. 

Qualche anno fa, recensendo un altro romanzo di Powers, Generosity (2011), Christian Raimo azzardava un paragone con alcuni giganti a cavallo tra Otto e Novecento: «pensate cosa sarebbero uno Svevo, un Joyce o una Woolf che non avessero letto Freud?». Pensate all’ambiguità di uno scrittore che si dimentichi oggi della complessità mostruosa della nostra realtà, fatta di banche dati e gasdotti, transazioni finanziare che scorrono lungo cavi nei fondali oceanici e livelli di carbonio nell’atmosfera più alti dai tempi del Pilocene; una realtà che sarà presto rivoluzionata da carne sintetica, turismo spaziale e metaversi. Powers è il “mago” del science writing perché non inventa proprio nulla, non scrive di fantascienza: lavora nel solco della tradizione realista americana attingendo i saperi dalla ricerca scientifica di punta, studiandoli fin tanto che gli basta, poi inglobandoli nei suoi racconti. È in storie imbevute di scienza che Powers va a caccia del misterioso, del commovente, del sacro, del sublime – e ogni volta li trova.

Dopo undici romanzi modernisti sul Ventesimo secolo – «l’età della guerra totale, dell’apoteosi della macchina e della produzione industriale», come l’ha descritto lui stesso – Powers intendeva scrivere qualcosa di diverso, al passo col clima post-modernista del nuovo millennio, e così ha lavorato per sei anni a Il sussurro del mondo (2019). Al di là del Pulitzer e del successo di pubblico, il libro ha rappresentato per lui un punto di svolta creativo: il passaggio da storie incentrate sulle tensioni interiori di un singolo personaggio (romanzo psicologico) e sulla relazione tra più personaggi coi loro rispettivi sistemi di valori (romanzo sociologico o politico), a storie di rimedio al mito dell’eccezionalismo umano che mettessero al cuore della narrazione il rapporto con i non-umani – una sorgente narrativa pressoché ubiqua nella letteratura classica, ma andata quasi del tutto perduta in quella moderna. 

In mezzo a tanto proliferare di climate fiction distopica ed eco-fiction che cerca di cavalcare l’hype del momento, Powers scrive oggi con l’obiettivo di minare l’antropocentrismo basale della nostra cultura, anche e specialmente di quella letteraria. «Il mondo sta crollando e la psicologia comincia a sembrare un po’ un lusso», ha dichiarato all’uscita del suo nuovo libro. «Come abbiamo perso il senso di vivere qui sulla Terra? Come siamo diventati così alienati ed estraniati da tutto il resto del vivente? Come ci siamo convinti di essere l’unico giocattolo interessante nel villaggio e l’unica specie degna di vivere all’ombra del sacro?».

Smarrimento dà l’impressione di essere meno robusto, meno riuscito de Il sussurro del mondo, ma prosegue nella stessa rotta ostinata e ha con quello molti punti in comune, a cominciare dalla sua traiettoria tragica – a giudizio di alcuni critici, persino “soffocante”. Ad avvicinare i due romanzi è soprattutto la conversione all’ambientalismo che in entrambi ribalta l’arco narrativo dei personaggi principali. Powers ne tratteggia profili disparati – l’orfano di madre come Robin, il professore di psicologia come Adam, la coppia in stato vegetativo come i Brinckman… – perché in fondo chiunque può fare attivismo, in una forma o nell’altra, finanche al punto di arrivare a forzare i perimetri della legge. Ne Il sussurro del mondo, ad esempio, Powers ha preso spunto dalle “Timber Wars” degli anni ’90 per raccontare le vicende di un manipolo di eco-attivisti radicali che si accampano sugli alberi, fanno disobbedienza civile, organizzano azioni illegali di sabotaggio delle segherie.

A un certo punto di Smarrimento, invece, compare in TV l’attivista quattordicenne Inga Adler, autistica anche lei e «dal viso ovale con le treccine tirate», promotrice di una sorta di «pedalata climatica» per protestare contro l’impegno insufficiente dell’Unione Europea nella mitigazione delle emissioni di gas serra. Il riferimento a Greta Thunberg è talmente palese da risultare peggiorativo, superfetatorio proprio come gli altri rimandi diretti all’attualità – il cameo al negazionismo climatico di Trump, il gelo diplomatico tra Stati Uniti e Cina, un virus pandemico che causa morie negli allevamenti di bestiame.

La forza del libro sta invece negli inserti scientifici che Powers ci riversa diffusamente all’interno, come appunto il paradosso di Fermi che fa da filo conduttore a tutto il racconto. Abbiamo trovato esseri viventi ovunque, qui sulla Terra, anche nelle nicchie ecologiche più inimmaginabili: sopra il punto di ebollizione e sotto quello di congelamento, in ambienti impervi per salinità, acidità o radioattività, dentro le rocce e nelle viscere vulcaniche, persino nella gelida oscurità del benthos. Esseri anaerobici, idrozoi a centinaia di chilometri di profondità sotto spesse banchise di ghiaccio, estremofili apparentemente inerti, simbionti appesi alla parete batterica o immersi nell’intestino animale, cianobatteri che resistono al disseccamento e lumache con gusci di ferro che non vengono fusi dalle sorgenti idrotermali. Esistono licheni che abbiamo mandato in orbita per diciotto mesi e sono tornati vivi, tardigradi che nella loro forma di spora sono sopravvissuti per giorni a radiazioni micidiali – creature in tutto e per tutto aliene. Se la vita sulla Terra riesce a sopravvivere in condizioni tanto estreme, allora potrebbe aver attecchito in chissà quanti altri pianeti. L’universo ha il potenziale per essere gremito di esseri viventi di ogni sorta: perché non ne scorgiamo nemmeno l’ombra? 

«Gran parte dell’esistenza», spiega l’astrobiologo Theodore nel romanzo, «si presenta in una delle tre varietà: nessuna, una, infinita». O noi terrestri siamo gli unici in tutto il cosmo, o siamo circondati da una miriade di “folli vicini di casa” che non abbiamo ancora avuto l’occasione di incontrare. Capita di tanto in tanto che anche i migliori ricercatori al mondo si lascino suggestionare dall’avvistamento di entità anomale nello spazio profondo, e tuttavia sembra che al momento le uniche evidenze scientifiche di esistenza extraterrestre siano le tracce di microbi criptoendolitici ritrovate dalla NASA nel meteorite marziano Allen Hill 84001. Briciole di vita, forse soltanto una congettura, eppure come scrive lo stesso Powers sarebbe sbagliato confondere l’assenza della prova con la prova dell’assenza. È esattamente per questo motivo che nel mondo reale fuori dal romanzo si continua a finanziare la ricerca in astrobiologia, una scienza relativamente giovane e dalle fortune alterne. Per questo, e per il sogno escapista di localizzare un “pianeta gemello” che possa essere sfruttato, terraformato e infine colonizzato dagli esseri umani in un grande esodo interplanetario, se mai la Terra dovesse essere condotta al collasso. A detta di Massimo Sandal, si tratta delle due ossessioni che ci accompagnano da quando abbiamo cominciato a mettere il naso fuori dall’atmosfera terrestre: «la fine della nostra solitudine, se vita c’è già. E se non c’è, una via possibile di fuga dalla sfera azzurra su cui siamo intrappolati».

Viviamo oggi nel pieno di nuova corsa allo spazio: a settimane SpaceX dovrebbe mandare in orbita il suo nuovo Starship, il razzo più grande che l’umanità abbia mai tentato di far decollare. Da anni l’Arch Mission Foundation spedisce oltre l’orbita terrestre dei compact disc con informazioni sulla civiltà umana e sulla biologia terrestre per attirare l’attenzione degli altri possibili inquilini del cosmo. Presto punteremo verso l’alto anche il Giant Magellan Telescope, l’Extremely Large Telescope e il Thirty Meter Telescope, tra i più potenti mai costruiti, e manderemo là fuori TOLIMAN e il Nancy Grace Roman Space Telescope dopo aver già lanciato Webb, telescopi spaziali decine di volte più precisi dei predecessori Hubble e Kepler, che già hanno rivoluzionato la ricerca di esopianeti potenzialmente provvisti di acqua allo stato liquido.

Nel romanzo di Powers, l’astrobiologo Theodore è pressato dalle esigenze della politica per il trasferimento tecnologico delle sue scoperte: dovrà viaggiare fino a Washington per salvare la ricerca della vita nell’universo e convincere il Congresso a non sospendere i finanziamenti per la costruzione di “Earthlike Planet Seeker”, un telescopio con base sullo spazio del tutto simile a TOLIMAN e Webb. A motivare Theodore, però, non è la ricerca di una Terra di riserva: «tutto sembra diverso su pianeti diversi. Ecco perché dobbiamo trovarli». È come se per lui la vita avesse una direzione, si potrebbe dire un fine: emerge con difficoltà, ma poi è dappertutto. Basterà «trovare qualunque traccia in qualunque posto, e sapremo che l’universo vuole la vita».

Tutte le sere, prima di coricarsi, Theodore e Robin si imbarcano in un viaggio intergalattico che li porta a visitare con la mente pianeti immaginari – «storie della buonanotte sulla vita aliena», le chiama Powers, che con ogni probabilità si è ispirato a Le città invisibili di Calvino. Su Isola, ad esempio, la vita c’è ma non si vede. Dvau ricorda la Terra ma appare un pianeta morto, o forse è soltanto ancora troppo giovane per ospitare creature animate, mentre su Tedia la vita è morta e resuscitata mille a una volta, con periodi di grazia tra un cataclisma e il successivo. Una sera padre e figlio atterrano con l’immaginazione su Mios, che generò una civiltà in grado di approdare su nuovi pianeti, costruire nuove navicelle spaziali, partire per nuove esplorazioni, diffondendosi in tutta la galassia senza ancora avere un motivo per farlo. Potrebbe essere l’epopea di noi terrestri, o forse no.

Cercare esseri viventi là fuori può sembrare un’impresa ingenua e irragionevole, uno scialo di risorse futile e illogico se considerato alla luce della sesta estinzione di massa cui vanno in contro i terrestri non-umani. Oppure al contrario: scoprire forme di vita altrove potrebbe fornirci un alibi impietoso per l’annientamento cui stiamo condannando le altre specie di questo pianeta. Se c’è vita nello spazio, non è poi tanto grave che ne perisca un poca qui, in questo angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso. Presto sparirà la metà dei terrestri non-umani ma di fronte ai nostri potenti telescopi appariranno gli alieni, si spera, e col bilancio della vita nel cosmo torneremo in pari. Nel romanzo Robin non ci sta, in un empito di realismo e buon senso smonta le fondamenta contraddittorie su cui poggia l’intero progetto dell’astrobiologia: «come potremmo mai conoscere gli alieni? Non conosciamo neppure gli uccelli». Per manifestare contro il collasso della biodiversità si è deciso a disegnare tutta l’evoluzione della vita sulla Terra su uno striscione di due metri e settanta, ma è come dichiarare guerra ai mulini, e il ragazzo sprofonda di nuovo nella rassegnazione. 

Per salvarlo dalla depressione che lo assedia non bastano né l’arteterapia né l’attivismo, nemmeno l’effetto dei bivacchi nel bosco dura a lungo, così Theodore si risolve a inserirlo in un programma sperimentale di “neurofeedback decodificato”, una tecnica di imaging cerebrale in grado di allineare gli stati emotivi dei partecipanti cui un tempo si era sottoposta anche la madre Alyssa. Quello che il ragazzo scopre nella ricerca di un suo posto nel mondo è che noi umani non andremo mai da nessun’altra parte, l’evoluzione non ci ha selezionati per vivere lontano da qui. È sufficiente rimanere un anno sulla Stazione Spaziale Internazionale e gli occhi cambiano forma, i geni si modificano, si alterano la circolazione del sangue e il sistema immunitario. È anche probabile che non troveremo mai nessuno di simile a noi nell’universo: almeno nulla di più complesso dei batteri, come postulato dalla Rare Earth hypothesis dell’evoluzionista Peter Ward e dell’astrobiologo Donald Brownlee. L’intelligenza genera crisi, cambiamento e sconvolgimento, scrive Powers, fino al punto di condurre al declino lo stesso pianeta che l’ha resa possibile.

Quella dell’intelligenza come acceleratore della rovina è una tesi macchiata da un certo determinismo fatalista, ma sostenuta tra gli altri anche da Jared Diamond, che si limita ad analizzare l’unico caso studio a noi noto: la Terra. In quattro miliardi e mezzo di anni di evoluzione della vita su questo pianeta, solo una specie è stata capace di fabbricare strumentazione spaziale e di mandare dei segnali nel cosmo. Per farlo, però, ha dovuto acquisire una forma di intelligenza che potrebbe finire per divorarsi il mondo intero. Una civiltà capace di esplorazioni spaziali consuma troppo, cresce a scapito delle altre specie e devasta l’ambiente, perciò ha breve durata: il grande filtro che blocca l’emergere della vita complessa potrebbe non essere all’inizio dello sviluppo ma alla fine, non dietro di noi ma davanti. La soluzione al paradosso di Fermi, il tappo evolutivo che farà regredire la complessità della vita terrestre, si chiama cambiamento ambientale antropogenico. Siamo la prova della nostra solitudine.

Col riscaldamento globale che avanza e la chiamata alle armi degli scrittori, in anni recenti si è tornati a discutere se la narrativa possa essere uno strumento al servizio del cambiamento oppure no, se sia giusto o almeno possibile scrivere storie per correggere la realtà, se l’impegno e l’utilità iniettati nei romanzi non portino quasi inevitabilmente a della cattiva letteratura. Da Il sussurro del mondo in avanti, Powers ha cominciato a fare della propria scrittura una forma dichiarata di ambientalismo letterario, ed è stato per questo accusato di essere uno scrittore bacchettone, paternalistico e in cattedra, uno stilita sopra l’albero che coi suoi libri pretende di correggere le sorti del pianeta. Non è una critica fuori luogo: la grande letteratura sfiora la morale solo tangenzialmente, l’accarezza tra le righe senza mai farne il combustibile delle proprie storie. “Describe, don’t prescribe” è il mantra che si ripete a sfinimento nelle scuole di scrittura americane, in cui per altro lo stesso Powers si è formato e ora insegna. Raccontare tenendosi alla larga dalle attitudini moraleggianti è un principio guida ragionevole per chiunque abbia l’ambizione di fare letteratura, anche se come ogni principio guida non dovrebbe mai essere reificato in un dogma. Ed è esattamente in questo scarto, in questa zona grigia tra letteratura scientifica e attivismo, che Powers ha deciso di collocarsi.

Nel loro Medusa. Storie dalla fine del mondo (per come lo conosciamo) (2021), Matteo De Giuli e Nicolò Porcelluzzi sono dell’idea che se i romanzi hanno un fine è quello dello smarrimento – guarda caso – e non quello di irradiare un messaggio morale, perché “scrivere è tentare di raccontare la realtà come se la si vedesse per la prima volta”. Ecco: Powers racconta il mondo come se ci fossimo appena svegliati da un lungo sonno, un sonno durato secoli, e aprendo gli occhi ci accorgessimo di quanta vita ci respira attorno, chiamandoci a sé. Ci riesce così bene che è diventato per tutti più difficile scrivere, dopo aver letto i suoi romanzi, anche per chi non intende operare in quella terra di confine che divide la scienza dalla letteratura e la letteratura dall’attivismo.

In Smarrimento c’è un momento in cui Robin immagina di applicare il neurofeedback alla scansione cerebrale di un cane, per riconnettere mentalmente il pensiero umano a quello animale: «un giorno o l’altro impareremo di nuovo a praticare il training in questo luogo vivente, e rimanere immobili sarà come volare». Non sentiremmo più il bisogno di andare in cerca di altri pianeti, o anche solo di altri esseri viventi nello spazio. Qui sulla Terra c’è già abbastanza di stupefacente da perderci la testa. Qualcosa per cui valga la pena cominciare a fare un po’ di ambientalismo.

 

In copertina: uomo vicino al tronco di una sequoia gigante nel Big Basin State Park in California, Andrew P. Hill, 1900 – 1922– Fonte Rijks Museum.

Alessio Giacometti
Dottorando in scienze sociali all’Università di Padova. Suoi testi sono stati pubblicati su “Il Tascabile”, “Zanichelli - Aula di Scienze”, “Radar Magazine”, “Singola” e altre riviste.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude