0Rotta per casa di Dio?
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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“Come diventare fantasma”: storia vera di Mauro Repetto (e un po’ di leggenda)

Sparire. In un mondo iperconnesso, dove la condivisione del privato si è imposta come norma e ogni cittadino medio è diventato un personaggio pubblico, sparire, mettersi da parte, è un atto rivoluzionario.

Miti a bassa intensità

A un certo punto, alle soglie dell’età adulta, la mia vita è stata scossa da un’ossessione: quella di rintracciare una popstar scomparsa dal mondo dello spettacolo italiano da più di vent’anni. Era una fissazione che non riuscivo a spiegarmi, ma che era a tal punto cresciuta in me da essere diventata un tratto ben distinto della mia personalità. Quali risposte avrebbe potuto darmi? Non lo sapevo ancora. Ma fare chiarezza sulle ragioni di quella sparizione mi avrebbe aiutato a sopportare meglio i tempi che stavamo vivendo, tempi in cui era diventato chiaro a tutti che non avremmo mai vissuto il mondo che da bambini, negli anni Novanta, ci era stato promesso.

Quando penso alla storia di Mauro Repetto mi viene in mente il mito di Icaro, il giovane che voleva volare in alto con un paio di ali di cera e con quelle – amante solo dell’eccesso – si spinse sempre più vicino al sole. Nella storia di questo personaggio si sovrappongono due archetipi, che sono poi la faccia della stessa medaglia: quello del sognatore sconfitto per il suo troppo sognare e quello dell’illuso, il Don Chisciotte che si scaglia contro qualcosa che in realtà non c’è, alla ricerca di un mondo promesso che non è mai esistito. 

I miti sono racconti a cui affidiamo il compito di dare un senso alla realtà che ci circonda, storie che «fanno da ponte tra noi e il cosmo». Se in alcune epoche erano tramandate come parabole sacre, oggi queste storie sono diventate di consumo quotidiano, sono entrate nelle nostre televisioni e sugli schermi dei nostri computer: si ripetono in vesti diverse, ma permane in loro qualcosa di universale. Quello di Repetto – direbbe lo studioso Peppino Ortoleva – è un “mito a bassa intensità”, un mito moderno nato nella società dei consumi, e proprio per questa natura mitica la sua vicenda è dura a essere dimenticata. 

Dopo aver letto il saggio di Ortoleva sui miti del mondo contemporaneo un po’ mi sono spiegata le ragioni della mia ossessione per la storia della seconda metà degli 883. Avevo bisogno di sapere come si fosse sentito quel ragazzo a inseguire il sogno di qualcosa che non c’era e che però la narrativa hollywoodiana gli aveva passato come possibile; ma soprattutto, quello che avrei voluto sentire da lui era la storia del suo mondo dopo lo schianto. Che fine fanno i Gatsby che non ci hanno rimesso la pelle?

Sparire

Sono le vacanze di Pasqua del 1994 e gli 883 stanno preparando un nuovo album, il terzo, dopo aver rilasciato una raccolta remix dei loro precedenti successi che avrebbe raggiunto le 270 mila copie. A sessione finita Mauro Repetto dice all’amico e frontman Max Pezzali che non sarebbe tornato in studio di registrazione la settimana successiva. Lo fa così, senza fornire ulteriori spiegazioni, e se ne va. Da quel momento Pezzali prosegue da solo e del “biondino degli 883” per un po’ si perdono le tracce. Da questo momento gli 883 diventano nel tempo un progetto capace di cantare la nostalgia di un’epoca come nessun altro, a partire da un singolo come Gli anni fino alla canzone Come deve andare pubblicata da Pezzali solista nel 2005. In questa canzone compare – oltre all’imperfetto, tempo verbale della nostalgia per antonomasia – perfino un passato remoto. 

Andando via nel weekend del Venerdì Santo, Mauro Repetto è riuscito a portare via dagli 883 lo sguardo sul presente e quella spinta giovanilistica a inseguire il futuro, sempre in avanti, con incoscienza, sfuggendo alla trappola nostalgica tipica del tardo-capitalismo che Simon Reynolds qualche anno dopo avrebbe descritto in Retromania (2010). Un continuo ritorno nel conforto del già visto in un momento storico in cui niente sembra più familiare, e si fa fatica, e ci si sente perduti.

Anche se è rimasto fuori dalle scene per lungo tempo, il nome di Mauro Repetto non ha mai perso in popolarità, soprattutto in certi ambienti della scena musicale underground. In un mondo di presenzialisti e di overexposure la sua assenza aveva, per così dire, accelerato il suo processo di trasformazione in mito e quell’abbandono era diventato simbolo di una goffa ribellione romantica nei confronti dello star system capitalista che lo voleva invece inchiodato al ruolo di spalla.

Che fine ha fatto il “biondino” degli 883? Scrivevano i magazine per teenager periodicamente, mentre di muretto in muretto le comitive si scambiavano ipotesi. Poi qualcuno a un certo punto ha creduto di averlo visto impersonare la maschera di Pluto in una parata sulla main street di Disneyland Paris e da allora il mito si è fatto leggenda metropolitana. Qualche quotidiano ha ripreso perfino la notizia senza citare la fonte dell’informazione, enfatizzandone ancora di più la natura leggendaria.

American Dream

Repetto aveva esordito accanto a Max Pezzali già nel 1988 sul palco del programma 1,2,3 Jovanotti, trasmesso su Italia Uno e registrato al Rolling Stone di Milano. A questo punto i due ragazzi di Pavia stanno ancora sperimentando, per l’occasione si fanno chiamare I Pop e cantano una canzone scritta da loro in inglese – Live in the Music – che assomiglia a un pezzo dei Beastie Boys ed è piena di oh, hey, yeah che accendono il pubblico. 

In quel momento non c’è un leader, non c’è una spalla: sono due amici vestiti con una giacca di pelle e un giubbino da baseball, gli occhiali e i cappellini sulla testa che a stento li rendono riconoscibili, secondo una moda che forse entrambi credono appartenere ai rapper americani di quel periodo, quello di Michael Jordan coi Chicago Bulls. 

Per arrivare agli 883 ci vorranno due anni, un periodo giusto e necessario ad abbandonare i panni degli altri per indossare i propri. La coppia Repetto-Pezzali comincia a comporre in italiano e all’interno di una cameretta di Pavia prendono vita così i due album più iconici degli anni novanta italiani: Hanno ucciso l’uomo ragno (1992) e Nord, Sud, Ovest, Est (1993). I due dischi raccontano il mondo di un piccolo centro che inizia a fare i conti con le conseguenze della società consumistica più spinta, quella delle marche e dei telefonini incarnata invece alla perfezione dal gruppo dei paninari, una sottocultura tutta italiana ispirata agli yuppies americani figli dell’immaginario di American Psycho

Ci sono loro, i ragazzi col bomber Moncler e la cintura Charro all’ultima moda, e dall’altra parte Max e Mauro, un po’ perdenti e un po’ sognatori, che si vedono soffiare le ragazze sotto al naso; altre volte invece gli va bene e la felicità è sempre qualcosa da condividere col gruppo degli amici, al bar, in strada o a una festa (a cui chiaramente si va in macchina, e non si trova il posto, etc.). 

Tra quella prima prova che scimmiottava in modo sbilenco altri artisti più famosi e questo esordio del tutto sui generis di neorealismo da discoteca, il filo rosso è lo sguardo di due ragazzi di provincia verso un’America che rappresenta l’Eldorado, un luogo dove i loro sogni possono realizzarsi, anche se non si sa poi neanche troppo bene quali siano. 

In quegli anni Mauro Repetto accanto all’amico ha coperto i palchi dei programmi televisivi più in vista d’Italia: mentre Pezzali cantava timidamente, con le braccia pesanti e impacciate adiacenti al corpo semi immobile, Repetto invece ballava, ballava con un forsennato muovendosi per entrambi, i capelli biondi a mezza lunghezza che gli andavano sulla faccia, le braccia e il bacino che sembravano essere ovunque. Repetto “il biondino”, Repetto “il ballerino”. Nell’immaginario italiano diventa subito simbolo di nonsense: perché se ne sta lì? Qual è il suo ruolo? Si chiedevano le persone da casa, e a chiederselo erano anche i produttori, il team di Claudio Cecchetto che a un certo punto considerò l’ipotesi di sostituirlo con un altro talento rampante di quegli anni, Rosario Fiorello, perché potesse almeno cantare, mentre Repetto avrebbe continuato a scrivere.

Molliamo tutto e ce ne andiamo a New York, dice un verso di Con un deca (1992), una canzone in cui i ragazzi si lamentano dei claustrofobici giri nel piccolo centro con due discoteche e centosei farmacie. Così a un certo punto Mauro Repetto decide di fare quello che aveva in mente da sempre, fin dall’inizio, da quando ragazzino a pancia in sotto passava pomeriggi a guardare la tv: solo in America avrebbe potuto essere se stesso. E questa volta, grazie al successo degli 883, sarebbe partito con molto più di un deca.

Scavare

Un’estate ho giocato ai dati noti. Mi avevano insegnato a farlo alle elementari per risolvere i problemi di geometria, ma per fortuna era il 2012 e avevo internet. 

La presenza di Mauro Repetto è disseminata sul web compresente agli elementi della sua stessa leggenda. 

Per festeggiare i vent’anni dell’album di esordio Hanno ucciso l’uomo ragno la Warner Records aveva rilasciato un cofanetto di remix in cui Pezzali viene affiancato da artisti più giovani in una serie di featuring. Nel progetto era entrato a far parte anche un nuovo singolo, Sempre noi, che Pezzali canta insieme a J-Ax, ed ecco che per il video di questa canzone Mauro Repetto rientra nei radar. 

All’inizio si fatica a riconoscerlo, ha le spalle grandi di un culturista e i capelli corti, che non può più muovere sulla faccia con colpi sinuosi e ribelli, come faceva nei frame di Sei un mito. Lo inquadrano all’interno di una sala Karaoke mentre ripete col labiale le parole cantate dall’ex compagno, in un’altra scena esterna. Anche questa volta lo hanno relegato al ruolo dell’attore: la spalla, un dettaglio prezioso per incrementare la macchina nostalgica di chi lo ricordava vent’anni prima.

Ma cos’era successo in tutto questo tempo? Tra quelle vacanze di Pasqua del 1994 e l’estate del 2012, che cosa si era nascosto dietro la leggenda di Mauro Repetto?

Parte della sua rocambolesca storia se ne sta sotto gli occhi di tutti nel suo primo e unico album da solista pubblicato nel 1995 dal titolo Zucchero filato nero. Il disco è un documento da cui è possibile ricavare informazioni sul periodo successivo alla separazione dall’amico Max. In particolare, la canzone Brandi’s Smile racconta di quando Mauro si è messo su un aereo per New York alla ricerca di una modella di nome Brandi, per la quale aveva perso la testa dopo averla vista su un giornale durante la settimana della moda di Milano. Il suo sogno era quello di fare un film e scritturarla come protagonista, poi ovviamente conquistare il suo amore. Il testo della canzone non risparmia i dettagli disastrosi di quanto successo dopo:

m’han consigliato un avvocato per farmi fare sto film qua/
vuole ventimila dollari per trovare un produttore/
che investa il suo denaro per farmi conoscere il mio amore/
mi sognavo giorno e notte le battute e i movimenti
insegnarti a recitare, insegnarti tutti gli accenti/
tu attrice io regista l’Italia chi l’avrebbe più rivista
un signore americano, mister Repetto col futuro in mano

Dopo aver perso tutti i soldi affidati al sedicente avvocato, l’ex popstar si iscrive alla New York Film Academy, poi rientra in Italia. La corsa alla frontiera si era ridotta a un fallimento, ma Gatsby-Repetto era riuscito a tenersi stretta la pelle cambiandola. 

È a questo punto che la storia sfuma in aneddotica e si trasforma in leggenda metropolitana. 

In quegli anni, del resto, non era molto difficile mettere in giro strane voci, come quella che Mauro Repetto fosse finito a Disneyland Paris e, imprigionato in un costume da Pippo, si desse da fare nelle parate su Main Street. 

La verità però è un’altra, e neanche troppo distante: Mauro Repetto faceva il Cow boy, poi – ci tiene a specificare – si è occupato della produzione di Special Events, ma solo dopo la laurea in lettere all’Università di Pavia: indirizzo cinema, con una tesi su Eros & Tanatos nelle toilette nei film di Brian De Palma.

Queste cose me le racconta lui in persona, quando finalmente – un anno dopo l’inizio delle mie ricerche – sono riuscita a incontrarlo a Parigi nella primavera del 2013. 

Un pub in Rue de la Roquette

Mi aveva detto in un’email che avrebbe parlato con me volentieri, tuttavia avrei dovuto rispettare alcune condizioni: non avremmo dovuto toccare la sua esperienza con gli 883. 

Se sulle prime questa richiesta mi era sembrata dettata da una forma di risentimento, in verità oggi penso fosse del tutto coerente al suo personaggio, quello di un uomo incapace di voltarsi verso il passato e programmato solo per avere uno sguardo in avanti, verso il futuro.

Abbiamo cominciato col parlare di cinema, poi, a poco, a poco, sono riuscita a portare il discorso sulla questione che mi stava a cuore. La sua voce, col suo inconfondibile accento di Pavia, è ancora impressa sul nastro del mio registratore a quasi dieci anni di distanza.

«Mi hai detto che ti interessano gli anni Novanta. Sono consapevole oggi di quanto le serie televisive di allora, come tutta la cultura pop che ci arrivava da oltreoceano, ci abbiano colonizzato. Da qui è nata la delusione: l’impossibilità per la maggior parte di noi ragazzi-spettatori di attuare quel tipo di vita in un contesto così palesemente altro, che era poi quello della provincia italiana.

Beverly Hills 90210 può causare insolazioni potentissime. Dopo aver creduto al verbo del 90210 c’è chi ha perso un milione di dollari sulle spiagge di Los Angeles nel tentativo di realizzare quella vita che ci era stata così subdolamente promessa. 

Guardiamo a Spike Lee: nella parte conclusiva di Do the right thing i personaggi si tirano dei dollari addosso, con sdegno. Erano immaturi per prendere quel malloppo, sono loro in effetti ad aver bruciato tutto, e il 1989, come gli anni a seguire, sono stati esattamente così. 

Ci sono una serie di semi tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta che per la mia immaturità non sono riuscito a far germogliare subito, ma che mi ritrovo ora tra le mani sotto forma di fiori».

Mi mostra le foto dei suoi figli: una bambina che si stringe da sola in un abbraccio, accanto alla Venere di Milo che non mi è mai sembrata più sola; un bambino sul lungomare di Miami Beach, con gli occhiali scuri e un broncio da rapper. 

Quel giorno abbiamo ordinato vari cocktail. Li sceglievamo in base al nome, non sempre erano buoni ma il godimento, m’insegnava, stava proprio nell’immaginarne il sapore, nell’attesa. 

Il giorno in cui ho incontrato Mauro Repetto ho creato un corto circuito tra il mito e l’uomo, venendo meno a uno dei punti fondamentali che tiene insieme miti moderni e miti del passato: l’assenza dal mondo, l’esistenza in un universo sospeso. Eppure, a pensarci bene, non era un’altra forma di assenza quella della persona che mi stava davanti? 

Riluttante a parlare del passato e sempre con gli occhi puntati verso un sogno che deve ancora arrivare a toccare, la sua è una presenza/assenza che mi ricorda proprio uno dei personaggi del monologo teatrale The Personal Coach, che Repetto aveva messo in scena l’anno prima, in un piccolo teatro di Parigi.

Trascrivo dal mio registratore.

«Mi ha fatto ridere immaginare che il mio Personal Coach – quello che mi dice come fare i trecento metri, come fare le trazioni eccetera – avesse una compagnia di grandi esperti, per esempio, in Making Love Faces. Personalmente mi sarebbe piaciuto andare a lezione di Espressioni e Smorfie Quando Si Fa l’Amore. Poi mi è venuta in mente un’altra cosa: hai mai fatto caso a quelle persone silenziose che se ne stanno sedute in metropolitana e a stento ti accorgi della loro presenza? O sui cavalcavia, questa gente che osserva le macchine passare e se ne stanno lì, immobili solo a guardare senza essere viste. Mi sono immaginato che quelle persone avessero preso un corso su Come Diventare Fantasma. Non ne potevano più delle loro vite e avevano sentito il bisogno improvviso di sparire, pulviscolizzarsi. Che bella maniera di ricaricare le batterie quella di sparire prima di diventare finalmente qualcuno.»

Come Diventare Fantasma. Sparire. In un mondo iperconnesso, dove la condivisione del privato si è imposta come norma e ogni cittadino medio è diventato un personaggio pubblico, sparire, mettersi da parte, è un atto rivoluzionario. Quando lo sguardo al passato rischia di immobilizzarci nella contemplazione delle nostre cadute tanto quanto nella nostalgia di ciò che è stato, scendere dal palco e lavorare su un nuovo modo di immaginarsi il futuro diventa una strategia concreta di sopravvivenza. Che significa: smettere per una buona volta di credere che quelle ali di cera ci porteranno in alto; ma anche: avercela con il padre che ce le ha costruite non ci porterà da nessuna parte.

Per anni ho tenuto dentro di me il ricordo di questo incontro come qualcosa di surreale, a tratti stentando a credere che fosse realmente avvenuto. Quando un giorno, lontano nel tempo e nello spazio, ho ritrovato i nastri che per anni avevano custodito le parole del nostro incontro, gli ho scritto di nuovo. Sembrava felice di sentirmi, e a saperlo bene sono stata bene anch’io. Gli ho ricordato, scherzando ma non troppo, che nel 2022 sarebbero passati trent’anni dalla morte dell’Uomo Ragno. 

«La scriviamo questa storia?» gli ho chiesto.

E lui, il supereroe che sempre e solo guarda avanti, e mai al passato, ha detto no. Le biografie, mi ha ricordato, puzzano di mutande vecchie, sono solo per i morti, e lui come artista sta appena cominciando.

 

 

Copertina a cura di Demi Straulino

Olga Campofreda
Vive a Londra, dove ha conseguito un PhD in Italian studies (UCL). Come ricercatrice si occupa di rappresentazione della giovinezza e romanzo di formazione, controcultura e culture giovanili. È autrice della monografia “Dalla Generazione all'Individuo: giovinezza, identità, impegno nell'opera di Pier Vittorio Tondelli” (Mimesis, 2020) e del reportage narrativo “A San Francisco con Lawrence Ferlinghetti. Viaggio oltre la Beat Generation” (Giulio Perrone Editore 2019). I suoi articoli sono apparsi su Doppiozero, minima&moralia, Ultimo Uomo, Zarina newsletter, La Balena Bianca, Dude Mag. Collabora con il Festival of Italian Literature in London (FILL). Lavora per la nazionale di scherma della Gran Bretagna.
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