0La nostalgia si sta prendendo tutto, anche il futuro
Ci prendiamo qualche giorno per ripartire
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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La nostalgia si sta prendendo tutto, anche il futuro

Proviamo sempre più nostalgia e non la proviamo più solo per il passato remoto, ma anche per quello recente e per eventi ai quali non abbiamo mai assistito. Cesare Cremonini, ad esempio, in un’intervista al Corriere, ha dichiarato che “la nostalgia più profonda è per quello che non si è vissuto” [1]. Il tempo di […]

Proviamo sempre più nostalgia e non la proviamo più solo per il passato remoto, ma anche per quello recente e per eventi ai quali non abbiamo mai assistito. Cesare Cremonini, ad esempio, in un’intervista al Corriere, ha dichiarato che “la nostalgia più profonda è per quello che non si è vissuto” [1]. Il tempo di latenza[2] della nostalgia si sta accorciando, ovvero, secondo la definizione che la fisiologia da di questo termine, “tra l’applicazione di uno stimolo (nel nostro caso un vissuto) e la manifestazione della corrispondente reazione (nel nostro caso la rievocazione nostalgica)” l’intervallo sta diventando via via inferiore.

Molti degli studi fatti concordano nel dire che la causa di questa diffusione è il progresso, che accelera il ritmo delle esperienze e causa una sorta di scollamento dal presente, sempre più inaccessibile e insufficiente. Jorge Luis Borges e Fredric Jameson hanno parlato di “nostalgia del presente” perché avevano capito che la nostalgia stava diventando una vita d’accesso privilegiata alla contemporaneità, “un sentimento del presente”[3]. 

L’esito plausibile di questo processo è la nostalgia del futuro, e ci sono ottime ragioni per pensare che esista già. Il futuro è meno distante di quanto si pensi, così poco distante che, ad esempio, tra qualche anno grazie a brevetti che prevedono la creazione di fotografie artificiale a partire da keywords saremo in grado di sfogliarlo su un album di fotografie esattamente come il passato. Sarà una forma di archeologia attraverso la quale raggiungere il nostro contemporaneo – di qualsiasi cosa si tratterà. 

 

Nostos – viaggio di ritorno – e algos – dolore, patimento: una nobile origine etimologica greca per uno dei sentimenti più potenti che siamo capaci di provare? Falso. La parola nostalgia ha poco meno di quattrocento anni di età ed è solo pseudo-greca, coniata nel 1668 da Johannes Hofer in occasione della sua tesi di laurea in medicina[4] per indicare la patologia dalla grave sintomatologia depressiva – con esiti anche letali – che affliggeva i soldati mercenari svizzeri costretti ad anni di lontananza dai loro luoghi d’origine.

Malgrado l’origine relativamente recente, si tratta di un sentimento che coinvolge l’essere umano nel profondo, anche a livello fisiologico. Scansionando un cervello umano mentre prova nostalgia si è notato che sono attive le zone dell’ippocampo e dell’amigdala, aree primitive che governano il sistema nervoso autonomo, quello dedicato alle attività inconsce. L’impatto fisiologico della nostalgia giustifica sia l’effetto che questo sentimento ha sul nostro corpo (sappiamo tutti che la nostalgia può modificare il nostro stato d’animo, indirizzare le nostre azioni o farci precipitare in uno stato di irreversibile inedia), sia la sua potenza (la nostalgia ci muove come una totalità, è un impulso mentale che coinvolge il nostro intero corpo). È un sentimento drammatico, ma dolce e, addirittura, desiderabile, perché ci fa sentire tutt’uno con noi stessi, ci “coccola” e ci circonda di un ambiente privo di spigoli in cui siamo liberi di muoverci ad occhi chiusi, prede del languore.

 

Il XXI secolo rappresenta un punto di svolta per il sentimento nostalgico. Uno degli studi più approfonditi sul tema, The future of nostalgia di Svetlana Boym, si spinge ad affermare che è in corso “un’epidemia di nostalgia” e comincia constatando che “il XXI secolo è iniziato con un’utopia futuristica ed è finito con la nostalgia. […] Il progresso, non si sa come, ma non ha curato la nostalgia, anzi l’ha esacerbata”.

I social Network sono uno dei luoghi in cui questa esplosione è più evidente. Instagram è nato offrendo filtri vintage agli utenti da applicare sulle loro fotografie, su TikTok l’hashtag #2000sthrowback ha un miliardo e mezzo di visualizzazioni, Facebook si sta lentamente trasformando in un archivio dei ricordi di gioventù dei suoi utenti e quest’ultima funzione potrebbe presto diventare il suo core-business, grazie al fatto che la maggior parte delle foto che conserva non ci sono da nessun altra parte.

In The future of nostalgia l’autrice sostiene che ad allargare la nostalgia ben oltre i suoi consueti confini temporali sia stata l’ossessione per il progresso. Quest’ultimo è “il primo concetto genuinamente storico che riduce la differenza temporale tra esperienza e aspettativa a un singolo concetto”, cioè che inserisce fattivamente il presente all’interno di una “corrente” in cui si mescola sia con il passato sia, in particolare, con il futuro. Questo effetto del progresso ha una conseguenza importante: se andiamo alla ricerca del futuro seguendo un ideale di progresso non troveremo nulla di veramente diverso dal presente. È questa la più profonda contraddizione di ogni progressismo. 

Il saggio di Svetlana Boym contribuisce a comporre il ritratto di una nostalgia pervasiva e capillare, dai media, al cinema, ai prodotti di consumo[6].  

Una prima caratteristica della nostalgia oggi è che non viene più suscitata solo da ciò che abbiamo vissuto, ma anche da esperienze con le quali siamo stati in contatto solo attraverso lo schermo di un dispositivo elettronico. È possibile fare leva sulla nostalgia degli anni ’70 anche se ci si rivolge a un’audience composta da millenials, grazie al fatto che oggi registriamo come esperienza vissuta anche gli stimoli che riceviamo sul web o attraverso i media, e non sono pochi. L’identità stessa è composta da una mistura di vissuto “reale” e “virtuale”, o meglio “cronistico” (cioè vissuto nel nostro tempo) e “anacronistico” (cioè proveniente da tempi in cui noi biologicamente non eravamo presenti). L’esperienza digitale ha delle somiglianze con quella nostalgica, perché i nostri sensi non sono coinvolti direttamente ma solo attraverso una rievocazione mediata dall’immaginazione. È come guardare uno show di cucina alla tv: ci si trova con l’acquolina in bocca, immaginiamo il sapore del piatto, il profumo e la consistenza, senza che nulla di tutto questo sia realmente presente. Riportare alla mente un’ottima cena ha un effetto paragonabile. La mole di esperienze simili che facciamo oggi, fa sì che esse diventino qualcosa di più di occasioni marginali, cioè veri e propri elementi di vissuto. L’artista Riccardo Benassi chiama Morestalgia la nostalgia “aumentata” che si genera dalla combinazione di questi due tipi di vissuto: come la “realtà aumentata”, “la nostalgia aumentata, Morestalgia, è basata sul fatto che “le nostre menti sembrano indotte a processare eventi offerti da schermi di dispositivi portatili come vita vissuta e, facendo così, a usurpare l’abilità del corpo di attuare cicli regolari di ispezione sensoriale”[7].

 

Dopo aver constatato che la nostalgia si sta diffondendo sempre di più e che coinvolge anche esperienze virtuali, un altro fenomeno singolare: se ne sta accorciando anche il  tempo di latenza:tra un evento e la sua rielaborazione nostalgica trascorre sempre meno tempo. “È possibile già avere nostalgia del 2016?” si chiede Vincenzo Marino su Vice. Evidentemente sì, perché “un terzo dei soggetti tra i 18 e i 34 anni presi in considerazione da uno studio inglese, dichiara di provare nostalgia di un periodo vicino al 2020”. L’articolo di Marino fa intendere che la nostalgia è molto più  alle nostre spalle di quanto immaginiamo. È come se l’esperienza del presente si fosse scollata dalla sua qualità immediata, che da un lato ne garantiva la bontà e dall’altro esprimeva in pieno il nostro essere senzienti.

Seguendo l’indicazione di Borges e Jameson[8], possiamo dire che la nostalgia sta diventando una chiave d’accesso al presente. Per motivi di cui abbiamo già parlato – la crescente rapidità del ritmo di vita, l’onnipresenza di dispositivi elettronici, la dipendenza da immagini e la scarsa propensione alla cura della nostra ricettività sensoriale – viviamo in un presente distaccato, fantasmatico, che “lagga”. Rimaniamo voltati verso il frame precedente che è sparito troppo in fretta o di cui ci è sfuggito qualcosa perché era troppo pieno (e allora la nostalgia fa da filtro) o troppo vuoto (e allora fa da integrazione, coinvolgendo l’immaginazione per ricomporre uno scenario sostenibile e gratificante).

 

Ecco che dal passato, al presente, la nostalgia transita verso il futuro imponendosi come via d’accesso agli eventi ancora a venire.

Sembra controintuitivo, ma non è irragionevole per tre motivi:

Per prima cosa la nostalgia ha la capacità di convertire in positivo il negativo, rimodula le nostre esperienze, smussando il vissuto e integrandolo con elementi immaginari per conciliare la nostra resilienza rispetto ad esso. La nostalgia rende più conciliante un vissuto che contiene elementi di angoscia e paura. Il futuro oggi si sta colorando di tinte simili, quindi c’è la possibilità concreta che nei suoi confronti si attivino le stesse strategie compensatorie che sperimentiamo rispetto al passato e al presente.

In secondo luogo se l’espansione della nostalgia è legata al progresso, e il progresso ha la peculiarità di generare un tempo storico in cui il passato, il presente e il futuro stanno sotto lo stesso concetto, allora è logico pensare che essa si rivolgerà anche al tempo a venire come naturale processo di osmosi interno al progresso stesso.

Infine il futuro è un luogo che abitiamo da tempo, quindi non è così difficile pensare di averne nostalgia. Nel corso del secondo Novecento, come mostra bene Svetlana Boym mescolando ricordi d’infanzia all’indagine filosofica, il futuro era pieno di proiezioni realistiche. Dai media più rudimentali e dalla letteratura arrivavano immagini di un futuro già abitato dall’uomo, che chiedeva a ogni cittadino un passo avanti rispetto al proprio presente per prendere posto all’interno del mondo a venire. Il cinema e la letteratura hanno avuto un ruolo fondamentale per popolare il futuro, futuro che in molti casi corrisponde agli anni in cui viviamo ora. Molti romanzi di fantascienza del secolo scorso erano ambientati proprio oggi, alle porte del ventunesimo secolo, e anche se le loro descrizioni del nostro presente ci appaiono errate e anacronistiche, hanno contribuito a formare lo spirito – spesso ottimista – con cui è stato affrontato il nostro secolo. Oggi dell’ottimismo che ha segnato la visione del futuro nel secolo scorso non c’è più traccia.

Quel futuro, però, è ancora l’unico che conosciamo e che siamo in grado di vedere. Ci rimane allora la nostalgia. Nostalgia per un tempo che sappiamo già che ci scorrerà addosso senza fare attrito. Nostalgia per una “forma del tempo”, la progressività, che più inizia a mostrare segni di cedimento, più appare sotto il velo di una patina nostalgica.

Le conseguenze di questo processo sono molte, e di alcune possiamo già avere un’idea osservando alcune forme d’ansia legate proprio alla difficoltà di rapportarsi al futuro in modo attivo e propositivo[9].

 

Se queste argomentazioni sembrano astratte – si tratta pur sempre di proiezioni, interpretazioni e supposizioni – c’è un fatto che aiuta a concepire con estrema concretezza l’idea di nostalgia del futuro.

 

La nostalgia spesso viene evocata da fotografie: tornare indietro nella galleria del cellulare, vedere i compleanni scorrere, gli affetti vicini cambiare, le persone più giovani e anche noi stessi; tutto questo risveglia i nostri sentimenti nostalgici. Lo stesso vale per una sera passata a scorrere vecchi album di foto. Proviamo nostalgia guardando vecchie foto perché in un batter d’occhio siamo di nuovo lì, dove eravamo anni prima, anche se non ci possiamo davvero andare.

Presto questi riti individuali e collettivi non saranno riservati alle memorie passate, ma anche alle memorie future. Google, per citare l’attore più noto, ha già brevettato strumenti che usano l’intelligenza artificiale per creare immagini fotografiche a partire da keywords. In altre parole è del tutto plausibile che tra non molto avremo la possibilità di dare forma fotografica al futuro, come se al suo tempo nostro padre avesse potuto fotografare se stesso a bordo di una navicella spaziale tipo Star Trek. Il futuro che abitiamo potrà essere fotografato e sarà un grosso problema distinguerlo dalla “realtà” o dalle fotografie della “realtà”. Un problema non solo estetico, che riguarda il cuore della nozione di verità.

Tra qualche anno sfogliando il nostro album di fotografie potremo trovare i punti salienti della nostra infanzia accanto a un campionario dei futuri che abbiamo abitato e che ora non ci sono più. E ci verrà lo stesso magone.

 

Il problema più grande che i soldati affetti da nostalgia rappresentavano per l’esercito svizzero era l’altissimo tasso di defezione. I soldati nostalgici facevano di tutto per abbandonare il campo di battaglia e, quando non ci riuscivano, combattevano con mollezza, finendo per lasciare gioco facile alla fazione opposta.

È possibile che si ripresenterà lo stesso paradosso: chiamati a schierarsi per costruire progetti privi di attrattiva o eccessivamente lontani dai desideri e dai bisogni del presente, i giovani soldati del nostro tempo – cioè chi, oggi, è chiamato a fare scelte in prospettiva per la propria vita – potrebbero essere coinvolti in una grande defezione motivata dalla nostalgia di una reale prospettiva futura, perduta e rivissuta oggi in forma nostalgica. Si tratterà di una defezione dal progresso – che non significa ritorno al passato – per ritornare ad abitare il futuro.

Paolo Bosca
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