Il week end scorso, alla città dell’Altra Economia di Testaccio, si è tenuto lo Streeat, il festival itinerante dello street food servito da camioncini e apette (o food truck). Chi c’è stato ne è uscito deluso e affamato.
È stata la prima tappa di un festival che, oltre a Roma, toccherà Firenze, Padova, Milano, Bologna, Sarzana.
Quel sabato pomeriggio passato a Testaccio l’ho trascorso prevalentemente in fila. La prima in cui sono stato per quasi un’ora era lunga e ordinata: alzandomi sulla punta dei piedi intravedevo lo scintillio delle cromature dell’apetta Fritto da cui uscivano cartocci con spiedini di pescato in tempura.
Alla terza fila della giornata, con lo stomaco decisamente poco soddisfatto e il camioncino vintage dello gnocco fritto in lontananza, ho realizzato che il senso ultimo del festival era stare in fila, non il cibo, ridotto tutt’al più a passatempo divertente e “socialfriendly”.
Allo Streeat si materializza tutta l’estetica foodie costruita in dieci anni di hype mediatico: 70 programmi tv, 25mila foodblogger, centodieci (110) testate cartacee (fonte). Ogni menù, ogni apetta, ogni sorso di birra artigianale a 5 euro sta lì a strillarmi che stare allo streeat non è solo andare a una sagra ripulita, ma ha che fare con qualcosa di più profondo come l’identità.
Scegliendo di mangiare delle sarde in saor allo stand piemontese sto definenendo la mia personalità: lancio un segnale al resto dell’umanità attraverso ciò che non dovrebbe farmi morire di fame.
La chef Alice Waters ha centrato il punto qualche anno fa: «Mangiare è un atto politico, ma nel senso in cui gli antichi greci usavano la parola “politico” – non significa solo che abbia a che fare con voti o elezioni, piuttosto qualunque cosa pertinente alle relazioni con gli altri – dalla famiglia alla scuola, passando per gli amici, il proprio paese e il mondo. Ogni singola decisione che prendiamo a proposito del cibo pesa in ogni caso. Prendere la scelta giusta salva il mondo». Ed è proprio questo elitismo missionario che ha un effetto aggregante sui 50mila avventori raggruppati per la coscienza dei propri consumi culturali in fatto di cibo.
Se provate a digitare “streeat” su google immagini i filtri dell’iPhone vi negheranno il piacere di tanto neorealismo.
Osservo il sorriso responsabile sulla faccia di una cliente mentre le viene comunicato che può buttare il piccolo involucro delle suo fritto misto di olive ascolane, cremini e carciofi fritti nel bidone dell’umido, «ci teniamo ad avere prodotti biodegradabili», sottolinea la ragazza che armeggia davanti a vasche di olio bollente.
A cementare la narrazione dell’epica foodie, c’è l’aspetto culturale. «Il cibo è cultura, è tradizione, scoperta» è il passapartout che campeggia sul banner all’entrata di Streeat, completato dalla genealogia e la cartella clinica delle vacche chianine trasformate in hamburger allo roulotte rossa con la fila infinita. È la stessa formula che ha differenziato Masterchef da esser catalogato solo come programma d’intrattenimento e ugualmente l’ha usata Oscar Farinetti per il suo supermercato di ottima qualità ma con prezzi triplicati e delle cassette di frutta di design. E in effetti tutti gli stand hanno appresso la lezione di Eataly sulla determinazione del prezzo: 7,50 per tre alette di pollo, 3 per un cartoccio di patate novelle al forno, 4,5 per le granite della tradizione catanese, 3 per un supplì, 5 per pane e panelle. Ma effettivamente tra i costi produzione c’è da pagare il grafico del logo e il webmaster per il sito. Il fattore culturale, unito all’essenza di passatempo dell’evento mangiare, scatena anche un interessante indotto culturale al cibo. È così che Rosti, ritrovo gourmet del Pigneto, organizza mostre di artisti di strada e lezioni di recitazione per i bambini.
Su tutte le apette/roulotte/camioncini c’è una lavagnetta che recita il menù con un bel font retrò, dove sono elencati i piatti in menù. Troneggiano sempre le 4 iconicine social: Facebook, Twitter, Intagram, TripAdvisor. Quando chiedo, alla cassiera di Fritto dove stanno normalmente a Roma, la risposta esce subito naturale:«Seguici su Facebook o Instagram, mettiamo sempre la nostra posizione e i nuovi piatti.» E in effetti si notano a più riprese smartphone che immortalano mozzarelle di bufala dop con caprese alle erbe, salvo poi correggere la luce abbagliante del pomeriggio testaccino con il filtro del contrasto di Instagram. Dall’altra parte del piazzale c’è anche il ministand di Supplizio, nuova rosticceria al centro di Roma. Si aggira come lo sceriffo de supplì Arcangelo Dandini, propietario e chef, nonché volto e mani dei video di Agrodolce, blog di culto a Roma. Accanto a me due ragazze di 30 anni, sorridono lo guardano, «È pure bello, non come Cracco…», l’altra «Ma io sono sempre stata per Ruggiati».

Lo stand con più fila è sicuramente Phil’s Slow Smoked American Barbecue, l’enorme affumicatore accanto al furgone funge da calamita per la clientela; il menù recita: panini con maiale sfilacciato, salsa barbercue e insalata di cavolo. Quel panino mi ricorda il mio primo approccio allo street food, il programma americano Eat street (supercoincidenza nel nome?) che recensiva entusiasticamente ogni food truck da Portland a Nashville. Uno di quegli show che finisce nella categoria del foodporn: carrellate di immagini di carne succosa, cioccolato strabordante e hamburger che sudano bacon e che hanno il solo fine di farti grondare la mascella di acquolina e mistificare tutto il resto (non a caso il termine viene dal gergo femminista). Ma nei panini impugnati dagli eroi che avevano passato un’ora e mezza in fila, c’era tutta la mistificazione del food: la distanza tra lo street food e il panino con carne di maiale. Girandomi verso il centro della piazza il vento alza la polvere, la persone stavano ferme in fila, altri avevano sette cartocci in mano, la ragazza che distribuiva hamburger era sfiancata: tutti stavano lì inseguendo un’idea di cultura e di se stessi che prescinde dall’elemento stesso su cui si basa: il cibo, che non è il food.
