La figura in primo piano è travestita.
I suoi occhi sono coperti da una maschera gialla che nasconde la sua identità.
La figura in primo piano appare coperta quasi solamente da un panciotto bianco e da un grosso collare borchiato che richiama con forza il colore cupo della bottiglia con la quale sta per brindare, bottiglia sorretta da lunghe braccia che come le gambe grondanti colore sembrano smaterializzarsi e confondersi con i colori pastello dello sfondo, lasciando come protagonista un unico stivale di un rosso accecante.
Nelle opere di Valeria Crociata, all’atmosfera tenue e delicata dei suoi sfondi si oppongono come per incanto personaggi che popolano feste surreali nelle quali i protagonisti mascherati sono caratterizzati da colori forti che identificano accessori eccentrici: cappelli, nasi finti, papillon. Come se da un sogno ci si ritrovasse bruscamente catapultati nella realtà.
Eppure, ad osservare bene, ci si rende conto che mano a mano i personaggi sbiadiscono, iniziano a confondersi con il panorama circostante quasi volessero tornare a nascondersi nella materia che li circonda.
Valentina Fiore, la curatrice della mostra, mi spiega come è nato il progetto proposto da Nu Factory per il teatro Palladium.
«Tempo fa Valeria mi ha parlato del progetto di una sua mostra personale al Palladium con una serie di opere inedite, legate al tema della festa. Mi piaceva l’idea di creare un cortocircuito tra lo spazio messo a disposizione – che è anche il foyer del teatro, luogo di incontro e interazione occasionale – e la visione pungente e noir che Valeria dà di queste atmosfere. Lo spazio espositivo del Palladium è (solo in apparenza) semplice: una lunga parete curva dove molte delle precedenti mostre hanno presentato progetti ‘espansi’ e site specific. In questo caso si è ragionato in maniera sicuramente più lineare: i lavori sono stati ideati da Valeria tenendo a mente le dimensioni dello spazio, per creare una sequenza scandita, frammenti sparsi di uno stesso racconto da percorrere come si vuole.»
Quello che maggiormente colpisce nell’opera dell’artista è la dicotomia tra personaggi grotteschi ed apparentemente reali delineati da un colore squillante, quasi aggressivo, e quella materia che con grandi pennellate delinea lo sfondo della narrazione, delicata ma allo stesso tempo fermamente presente.
Questa forte contrapposizione determina un costante smarrimento portato all’estremo dal continuo scontro del delicato sfondo con il mondo inquietante dei protagonisti delle storie narrate.
Viene a svelarsi allora una realtà rivelatrice di stati d’animo quotidiani che, come racconta la curatrice, non è mai rassicurante. E questo è un sollievo.
«Quando sono andata a trovare Valeria in studio per vedere il work in progress dei lavori mi ha colpito la presenza di una cartolina, un’opera di Bacon, finita lì forse più per caso che per suggestioni dirette. E mi è venuta in mente una frase di Deleuze, quando descrivendo le opere di Bacon parla di un “realismo della deformazione contro l’idealismo della trasformazione”. Penso che i lavori di Valeria siano belli da vedere quanto difficili da digerire: hanno un tratto netto ed essenziale col quale delineano un immaginario personalissimo, personaggi grotteschi immersi sempre in atmosfere ‘acide’ e sospese ma profondamente reali.»
L’artista mi spiega come la sua passione per l’arte risalga all’infanzia e di come abbia sempre disegnato, sin da bambina.
«…e non ho più smesso, tutto il percorso è teso a recuperare quella sincerità espressiva che inevitabilmente viene a mancare. Non faccio dell’esperienza e dell’imitazione un valore aggiunto, tutto quello che è rappresentato si muove dall’interno.»
Quello che più mi sorprende nella pittura di Valeria è il continuo movimento che paradossalmente producono i suoi soggetti statici.
Osservando i personaggi infatti si ha la sensazione di un continuo mutamento dei soggetti rappresentati che attraverso gli arti sproporzionati e liquidi sembrano continuamente ricreare altre personalità, stupendo di volta in volta l’osservatore, scandalizzandolo per l’ingombrante presenza per poi, subito dopo, sparire, nascondendosi nella materia che li ha generati.
L’artista mi spiega che i suoi personaggi rappresentano una condizione umana a lei molto vicina, malinconia mista a torpore.
«La trasformazione dei personaggi è determinata dal loro moto interiore. Sono deformazioni che mettono in risalto i loro desideri, oltre che le loro inquiete personalità.
É un aspecie di società ideale al contrario…
Non cerco di comunicare nulla che non sia la mia visione delle cose, soprattutto legate alla condizione umana, agli stati d’animo, alle contraddizioni dei rapporti interpersonali.»
Ripenso alla cartolina di Bacon che Valentina ha visto nello studio di Valeria.
Mi vengono in mente le trasfigurazioni dell’artista, quei suoi malinconici palcoscenici in cui magistralmente riusciva a confondere soggetto e ambiente, ed allo stesso tempo renderli indissolubilmente uniti. A volte, quasi come monito per il visitatore, lasciava intravedere più definito degli altri oggetti un orologio, delle scarpe da ginnastica.
Buffo, ripenso allora ad un panciotto bianco, e ad un collare borchiato.



