C’era una volta Renato Solmi
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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C’era una volta Renato Solmi

Renato Solmi è morto lo scorso 25 marzo a Roma e con lui se ne è andato uno degli ultimi veri eretici.

Renato Solmi è morto lo scorso 25 marzo a Roma e con lui se ne è andato uno degli ultimi veri eretici. Volutamente sempre in disparte, forse anche perché alieno a quello che è il mondo culturale odierno, di Solmi si è sempre sentito parlare poco, soprattutto in quella intellighenzia che si millanta tale tra falsità e lustrini. E invece di Solmi paradossalmente c’è sempre bisogno, oggi più di ieri, simbolo di un modo di vivere la cultura come parte integrante della vita, unendo nell’una e nell’altra uno sforzo di continuità difficile ma fondamentale. Fare cultura non per fini autoreferenziali, ma fare cultura per agire (Solmi era anche un’attivista pacifista), proiettare quello che si studia verso una dimensione pragmatica. Ed è anche, e forse soprattutto, questo il significato delle sue introduzioni alle opere di Adorno e Benjamin, immerse in una modernità che si è dilatata fino ad oggi.

Una morte quindi che ha rispecchiato la vita, è arrivata nel silenzio e tale è rimasta se non qualche scolastico necrologio apparso sui quotidiani (impressionante, in negativo, quello apparso su La Stampa). Solmi è morto dietro le quinte, nel posto che per tutta la vita ha preferito occupare, insegnando tra i licei del Piemonte e della Valle d’Aosta, traducendo soprattutto e intervenendo in occasioni sempre opportune.

 

“Discussioni” e gli amici

Intorno al 1949, Solmi e un piccolo gruppo di intellettuali (tra cui già Fortini), si riuniva di fronte ad un foglio ciclostilato chiamato Discussioni, nel tentativo di discutere, in una cerchia ristretta e quasi “semiclandestina”, una serie di problemi politici di primaria importanza esulando da tutti i tabù politici che il tempo della guerra fredda portò con sé. La successiva assunzione in Einaudi e la frequentazione del capoluogo torinese, portò Solmi a stringere rapporti con i personaggi intellettualmente più eretici e anticonformisti ma anche maggiormente importanti per le loro ricerche, in un rapporto durato con alcuni fino alla morte. Tra questi Raniero Panzieri e Goffredo Fofi e tutto il mondo delle riviste, vero ed unico mezzo intellettualmente utile anche oggi.

 

La casa editrice Einaudi

Il suo sodalizio con Einaudi, iniziato nel 1951, si interruppe però nel 1963 quando ricevette la lettera di licenziamento dalla «mano incerta e dalla scrittura approssimativa» di Giulio Einaudi. La lettera arrivò dopo lo scontro editoriale sulla pubblicazione dello scomodo ma, ogni oltre possibile approssimazione, lucidissimo e preveggente libro di Goffredo Fofi L’immigrazione meridionale a Torino (che sarà infatti poi pubblicato da Feltrinelli). Nello scontro estetico sul libro, si univano le tensioni e le insofferenze provenienti da chi il libro attaccava (per esempio Fiat e La Stampa, ma anche sindacati e partiti di sinistra) e si creò una vera e propria spaccatura politica che vedeva sfavorevoli, tra gli altri, Bollati, Calvino e Bobbio, tra i favorevoli, oltre a Solmi, Panzieri, Mila e Castelnuovo. Nel 1963, Solmi aveva 36 anni e già alle spalle due dei lavori per cui sarà impossibile dimenticarlo.

 

Il maestro Fortini

Il rapporto di Solmi con Fortini fu quello di un discepolo con il suo maestro, difficilmente descrivibile a parole, come ricordò lo stesso Solmi in un’intervista con Paolo Di Stefano: «devo precisare che il mio rapporto con Franco Fortini data fin dai tempi di Discussioni, e che il mio debito di riconoscenza nei suoi confronti è di quelli che non potranno mai essere pareggiati da nessun omaggio reso alla sua memoria». Non si tratta però di un rapporto univoco, anche per Fortini Solmi era personaggio fondamentale e, soprattutto, amico, tanto da essere dedicatario di una poesia (Ventesimo congresso del 1956),  che recita: «Una mattina di febbraio/ grigio gentile ghiaccio/ nello sventolio/ delle edicole, balzo e riso,/ delizioso fulmine, le mani gli occhi dell’amico/ convulso, con l’articolo/ mangiato dal vento: Il vento/ — diceva ridendo fra i denti –/ il vento della storia, che ci precipita!».

 

Adorno e Francoforte

Tra il 1952 e il 1953, frequentò la scuola di Francoforte e le lezioni di Adorno e Horkheimer, così, da conoscitore del pensiero e della lingua, nel 1954 (a 27 anni, è importante ricordarlo) pubblicò per Einaudi la traduzione di Minima Moralia, apparsa con un suo saggio introduttivo. Fortini ebbe modo di dire in quell’occasione: «Leggere le cinquanta pagine introduttive è chiedersi come un giovane da poco uscito d’università abbia potuto scrivere pagine di tanta assoluta intelligenza e lucidità storica; e come simile risultato si sia dato in una situazione politica e intellettuale di chiusura, di dimissione e irrigidimento». È difficile non essere d’accordo con Fortini, quando si leggono, tra le cinquanta meravigliose pagine, cose come: «L’industria culturale produce l’arte di massa, oggetto inesauribile delle considerazioni di Adorno. L’arte di massa pretende di non essere presa sul serio: la sua ideologia è al servizio del cliente»; oppure «Moralismo e scetticismo sono i poli opposti e complementari della coscienza liberale. Essa passa dell’uno all’altro, in un processo dialettico ininterrotto. Le forze della tenebra non prevarranno, la verità è destinata a trionfare, la libertà è un’esigenza insopprimibile dell’uomo». Per chi ancora non lo avesse capito, queste cose sono state scritte più di sessant’anni fa da un giovane laureato ventisettenne. Una passione quella per il «pensiero così elevato e la scrittura limpida e inimitabile» di Adorno che gli costò qualche rimprovero anche da Cases che ne criticava «il suo essere antilluminista».

 

L’altro maestro: Walter Benjamin

Nel 1959 Renato Solmi concentrò il suo lavoro sull’opera di Walter Benjamin, traducendo e curando il suo grande capolavoro Angelus Novus. Anche qui, come per Adorno, la portata del lavoro di Solmi è immensa. La sua curatela non si limita solo al grandissimo merito di aver portato al pubblico italiano un’opera fondamentale per tutto il pensiero del ‘900, ma si tratta anche di un personale modo di vivere questa opera, esemplificato ancora nelle pagine introduttive al volume. Le pagine respirano quella emarginazione dai binari conformisti della cultura, fanno i conti con la modernizzazione allora imperante e misura i limiti di tale rivoluzione (d’altronde erano trascorsi circa 30 anni dalla stesura del libro da parte di Benjamin), rendendosi ancora attuale nella sua lucidità di veduta: «Agli occhi di Benjamin, la fuoriuscita dal capitalismo, il conseguimento della pace, si configura nei termini di un’alternativa estrema e catastrofica, e quindi ancora nelle luci e coi colori di una salvezza religiosa. Si potrebbe dire che, in Benjamin, il simbolismo religioso, l’immagine teologica della redenzione, è il punto archimedico della speranza nelle condizioni apparentemente disperate dell’evoluzione moderna». Ora potete respirare.

 

L’autobiografia documentaria

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Autobiografia documentaria è il titolo del monstrum uscito nel 2007 per Quodlibet, raccolta completa degli interventi scritti da Solmi nell’arco di una vita intera, dal 1950 al 2004. Lontano da ogni tipo di logica encomiastica dell’autore, la raccolta è attraversata tutta da una lunga e faticosa tensione di ricerca. Per quanto avente una forma particolare, il libro illumina tutta la vita e il pensiero di Solmi, unendo vita vissuta e studio e mostrando la sua vera identità. Si percorre così la strada che ha raggiunto i Quaderni rossi e i Quaderni piacentini, la “nuova Internazionale pacifista e non violenta” (altro credo della vita di Solmi), che ha visitato Benjamin, De Martino, Clausewitz, Brecht, Anders e Leo Spitzer, e ci si trova illuminati da improvvise (e sempre lungimiranti) riflessioni sulla scuola e sulla nuova sinistra americana. E per quanto lo stesso autore dica come questo libro «sia tutto rivolto verso il passato», in realtà aiuta ad interpretare in maniera eretica ma reale il presente.

 

Foto in apertura Centro Sereno Regis

Matteo Moca
Nato nel 1990, vive a Pistoia e studia a Bologna. Studioso di Letterature comparate, fondatore di una rivista cartacea mensile di musica, cinema e letteratura dal nome Feedback Magazine, morta postuma 2013. Collabora a diverse redazioni online (tra cui 404filenotfound, Sonofmarketing, Tellusfolio). Lacanian and Proust addicted.
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