Nuovi corpi in (mut)azione nel cinema di David Cronenberg
Don De Lillo incontra David Cronenberg. Dopo la passerella di Cannes, ecco sbarcare l’attesissimo Cosmopolis che segna uno dei matrimoni artistici più stimolanti degli ultimi decenni: il più grande e celebrato scrittore del postmoderno americano incontra uno dei maestri indiscussi della nuova estetica cinematografica partorita dagli anni ‘80. Ma non solo: il film potrebbe segnare il terzo anello di una titanica trilogia inaugurata dal regista canadese con Videodrome nel 1986 (la fusione dell’uomo all’universo nascente dei media), proseguita con Crash nel 1996 (la fusione definiva dell’uomo con la tecnologia) e chiusa proprio con Cosmopolis (la smaterializzazione del corpo umano nell’universo digitale dei new media).
Del resto l’e(ste)tica cronenberghiana ha sempre indagato il corpo in mutazione immerso nel nostro tempo, anticipando profeticamente i fenomeni di degenerazione collettiva scaturiti proprio dalla rimozione del dato (ferino) umano nelle sovrastrutture sociali occidentali. E allora sono nate Mosche e Scanners, Demoni e Covate malefiche instillate come un virus nel corpo edonistico-reaganiano del cinema hollywoodiano anni ‘80. Quindi: se con Cosmopolis Cronenberg potrebbe consegnarci il suo testo ultimo sul problema dell’uomo occidentale in costante mutazione, noi facciamo il nostro consueto passo indietro verso le origini di questa poetica.
1974, Festival di Cannes: il giovane David è lì come semplice spettatore. Ha diretto solo pochi cortometraggi che sarebbero poi entrati nella storia dell’underground cinematografico del periodo, ma in quel Festival anche David muta. Tornato in Canada (dichiarerà in un’intervista anni dopo) entra in profonda crisi: «avevo capito che per fare film e vivere di quello che amavo, i miei prodotti dovevano per forza di cose essere anche commerciali». E appena un anno dopo il primo lungometraggio del futuro maestro della nuova carne, dal titolo Il demone sotto la pelle (Shivers), era già pronto ad invadere il mondo. Nel residence Arca di Noè situato su un’isola, dove tutto è perfetto e dove l’uomo si allontana dalla città in cerca di “perfezione”, si scatena la ferinità repressa. Uno scienziato folle crea in laboratorio un parassita gigante che provoca il risveglio delle emozioni animalesche e lo innesta nel corpo di una giovane donna. Il sesso lo propaga, si diffonde il contagio: la nuova Arca di Noè diverrà presto un’Arca di zombie. C’è una scena in questo film che metaforicamente prelude ad un parto: una delle inquiline del residence interpretata da Barbara Steel, l’icona dei B Horror Movies di Mario Bava e Roger Corman, è nella sua vasca da bagno nuda.
Il parassita gigante di evidente forma fallica esce dal tubo di scarico della vasca e si dirige verso la vagina della donna, la penetra e la fa mutare. Ecco, voglio credere che questa scena non possa essere stata concepita solo al servizio del film in questione. È e vuole molto di più. Qui si mettono in figura i vagiti della neonata civiltà post-moderna e post-ideologica che letteralmente penetrano il vecchio horror incarnato dal corpo perturbante della Steel. Il “bambino” che ne nascerà sarà il new horror: gli incubi che Cronenberg, Carpenter o Lynch ci regaleranno nei decenni successivi. Il cinema è da sempre un animale in costante mutazione, che ingravida se stesso e si rigenera consapevole del proprio passato ma proiettato verso il futuro. E allora attendiamo tutti frementi di entrare di nuovo in sala, perché dai demoni sotto la pelle del 1975 ai demoni informatici “sopra la pelle” del nuovo Cosmopolis, la macchina da presa di David Cronenberg sembra sempre pericolosamente puntata verso di Noi. 

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