Moving From: la mostra di Nicola Di Croce e Caterina Gabelli su anmgallery.com
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
11173
https://www.dudemag.it/arte/moving-from-la-mostra-di-nicola-di-croce-e-caterina-gabelli-su-anmgallery-com/

Moving From: la mostra di Nicola Di Croce e Caterina Gabelli su anmgallery.com

Moving from è il quarto appuntamento stagionale di asa nisi masa, progetto audio/video di Nicola Di Croce e Caterina Gabelli a cura di Barbara Nardacchione.

asa nisi masa, galleria d’arte contemporanea online, è lieta di presentare, nel suo quarto appuntamento, Moving from, progetto audio/video di Nicola Di Croce e Caterina Gabelli a cura di Barbara Nardacchione.

Il continuo movimento da un luogo ad un altro, da una nazione ad un’altra, così come da una casa ad un’altra, porta a leggere il trasloco come processo continuo di sintesi, da un lato, e di accumulo dall’altro. Due tendenze che viaggiano parallele e seguono approcci differenti alla memoria, alla nostalgia dei segni diventati quotidiani, al passaggio verso un nuovo organismo di abitudini.

Schermata 2015-05-05 alle 13.39.51

Se pur il processo di sintesi impara, in questo costante trasmigrare, a fare bagagli sempre più leggeri, abbandonando di volta in volta i feticci che ha incontrato, non si sottrae però alla memoria del passato. Così, dove ogni segno tangibile si assottiglia, si smaterializza, la memoria diventa suono: scheletro e traccia di una presenza, repertorio di segni che danno senso ai luoghi in cui ci si ritrova solo temporaneamente.

Il suono – e la registrazione – è il mezzo attraverso cui si costruisce una narrativa dell’abitare, personalissima e densa dei caratteri acustici in cui la casa è immersa, satura del paesaggio di segni ascoltabili dentro, e soprattutto fuori, dalle sue mura.

L’accumulo cerca invece in ogni nuova dimora le tracce di un percorso iniziato altrove, ricostruisce il suo ambiente attraverso quell’insieme di oggetti in cui può riconoscersi. Ciascun elemento è allora destinato a riposare solo temporaneamente in un luogo, e si combina agli altri per dare forma alla scenografia rassicurante che marca il territorio in ogni spostamento. Ma l’accumulo è anche archivio, collezione, raccolta di simboli selezionati accuratamente per dialogare col novo ambiente che si è scelto di abitare. La fotografia e il disegno sono quindi i mezzi a disposizione per raccontare questi paesaggi scenici.

Schermata 2015-05-05 alle 13.41.00

Il lavoro di Nicola Di Croce e Caterina Gabelli viaggia su questi due canali che si esprimono attraverso il tessuto sonoro composto da una serie di registrazioni ambientali – prima di lasciare la prima casa, durante il trasloco e poi nella nuova casa – editate in 4 brevi brani, questi ultimi animati dalle illustrazioni in movimento rappresentanti le quattro situazioni abitative. L’insieme investe chi assiste giocando sull’unione di dispositivi che trattano una memoria casalinga in modalità e con risultati completamente differenti.

Lo spettatore non è di fronte a quadri sonori di una stessa ipotetica casa, quanto a una serie di situazioni diacroniche, ambienti temporalmente e spazialmente distanti, legati dalla presenza di elementi/oggetti che ci introducono in un percorso coerente.

Il racconto che emerge si completa unendo l’ascolto alla visione, l’esterno con l’interno e, nel suo narrare, innesca un succedersi continuo di avvicinamento, adattamento ed affezione verso i luoghi del transito.


Intervista

Moving from. Già il titolo ci pone una domanda: Da dove partiamo?

Caterina – Da quella che è stata la nostra prima casa.

Uno spazio che assomigliava un po’ a un rifugio di fortuna, aveva il tetto bucato e abbiamo potuto starci molto poco.

È stato difficile andarsene, era un posto scomodo ma che in qualche modo avevamo trasformato in qualcosa di magico. Partiamo quindi dal luogo in cui ciascuno di noi si stabilisce e poi è costretto a lasciare.

Nicola – Infatti moving “from” e non moving “to”, quasi per dare attenzione a quello che si lascia, prima di dedicarsi al nuovo, per sottolineare quel senso di affezione che si era andato costruendo, anche solo in pochi mesi, quella trama di abitudini che da un giorno all’altro sparisce. È una cosa inevitabile, e ci si abitua a queste perdite, ma resta sempre qualcosa, che è difficile da raccontare, difficile da spiegare a parole. Dunque non importa tanto da dove si parte, è un momento già successo e che continuerà a succedere, tanto vale imparare a collezionare i frammenti di ogni spostamento.

Possiamo ritenervi, ritenerci, una generazione di nomadi. Data l’assenza di destinazione qual è la natura di questo progetto? Si può ritenere un progetto concluso o, meglio, che potrà mai concludersi?

Nicola – Sarebbe banale dire che l’assenza di destinazione potrebbe essere essa stessa una delle suggestioni che il progetto propone. Credo però che l’attitudine a non banalizzare ogni nostro “passaggio” da un luogo all’altro, da una meta all’altra, non sia da sottovalutare. Costruiamo di volta in volta i nostri archivi, ovvero la maniera migliore per raccontare il nostro percorso, le nostre scelte, e allora si può dire che quest’attitudine vada oltre il progetto in sé, ma sicuramente trovare un modo per portarlo avanti è un’ottima idea, forse cambiando forma di volta in volta, a seconda anche delle suggestioni che i luoghi stessi ci suggeriranno.

Caterina – Sì, siamo davvero una generazione di nomadi. Da quando vivo a Venezia, nell’arco di quattro anni ho cambiato sette case, per non parlare di chi cambia città, costretto ad esplorare sempre nuove possibilità lavorative.

Probabilmente prima o poi arriverà la stabilità, ma intanto non possiamo far altro che accettare questa condizione, per vivere bene.

Il progetto inizia da una casa e termina in un’altra casa, ma il punto finale e quello iniziale coincidono, la scena riparte come un loop inevitabile.

Cosa resta allora di un trasloco?

Nicola – Possiamo interpretare la pratica dell’archiviazione, di suoni come di oggetti, l’atto nostalgico di chi non può (non vuole) portare con sé i luoghi che abbandona; e allora disegnare gli spazi attraverso gli oggetti accumulati diventa la continua riformulazione del domestico. Ma se l’attenzione alle impronte acustiche è imprescindibile dal luogo presente, e spinge per questo ad ascoltare “fuori”; la continua riconfigurazione dello spazio attraverso gli oggetti collezionati sembra guardare invece al “dentro”, all’interno.

Caterina – È come se gli oggetti in qualche modo diventassero un feticcio, un pezzetto da portare con sé del luogo che si sta abbandonando.

Nicola – Di un trasloco resta la nostra maniera di ricordare le abitudini costruite attorno ad una casa, per risalire a quella quotidianetà unica e irripetibile.

Nicola, i tessuti sonori che hai creato sono l’essenza delle case che hai vissuto e che vivrai. Quali sono le tracce che ti fanno sentire più “a casa”?

Nicola – Ci sono due elementi provenienti dall’esterno che, più di altri, segnano il mio rapporto “acustico” con un luogo. Prima di tutto i segnali riconducibili allo scorrere del tempo, quelli che mi riportano al momento presente come il suono di una campana, così come le abitudini dei vicini, le loro sveglie, o lo spazzino che suona alle 8:10. Sono segnali che si impara a riconoscere col tempo, e che vanno a costruire una mappa di punti di riferimento. Il secondo elemento prende invece forma dai caratteri identificabili in uno specifico luogo, quelli che altrove, in un’altra casa, non si potrebbero ascoltare. Sono elementi che mi riportano ad una scala più ampia, quella della città, o anche della nazione che si sta abitando. Da Campo San Boldo posso ascoltare i gondolieri che gridano “OE” girando l’angolo, o i musicisti di strada subito dopo il ponte, che non si sono ancora stancati di Minor swing

Attraverso queste brevi composizioni ho lavorato con un archivio di registrazioni effettate prima durante e dopo il nostro ultimo trasloco, la presenza del field recording è dunque lo scheletro “identitario” su cui si aggrappano una serie di frammenti melodici, suonati ed editati per aggiungere un ulteriore livello di lettura e di dialogo/non dialogo con le immagini.

A Caterina: all’interno del lavoro, agisci nell’ambito del processo di accumulo. Anche in relazione alla tecnica che utilizzi mi domando: esiste una sintesi anche in questo accumularsi?

CaterinaSì, l’accumulo ha a che fare con processo molto quotidiano, un meccanismo psicologico di cui sono consapevole fino ad un certo punto e che appartiene a più generazioni della mia famiglia, da mia madre a mia nonna, un processo quindi trans-generazionale.

Visto che però oggi siamo più nomadi di un tempo, mi vedo costretta ad interrogarmi più a fondo, per l’impossibilità di portarmi dietro tutto, e per l’assurdità stessa di questo processo. Che si lega all’abitare, ma non solo, da sempre l’uomo si circonda di oggetti, si affeziona, mi vengono in mente tutti i tesori di oggetti quotidiani nascosti nei sarcofagi e nelle tombe di varie epoche. Gli oggetti hanno a che fare anche con la morte. Accumuliamo con la speranza di non restare da soli, consapevoli che poi gli oggetti resisteranno nel tempo molto meglio di noi.

Il disegno racconta questo accumulo, ma anche lo scarnifica, gli oggetti diventano ombre, simulacri di quello che resta di questi viaggi e traslochi. È come se cercassi di raccontare qualcosa di molto semplice e quotidiano con la consapevolezza che esiste un oltre, che, per citare il filosofo Eraclito «tutto mutando riposa».

La texture del mare ricorda gli snow noise dei vecchi VHS, negli stacchi tra una registrazione all’altra, in una versione più morbida. Che significato si può dare a quest’acqua che scorre?

CaterinaMi piace questo paragone a cui non avevo fatto caso, e lo trovo azzeccato. Mi riesce difficile spiegarti una connessione logica tra questi due elementi, forse non c’è.

Di sicuro però sono molto affezionata al dato analogico, essendo cresciuta a cavallo tra l’era analogica e quella digitale. È una costante dell’estetica che cerco, così come mi piace ascoltare le vecchie e consumate cassette o fotografare su pellicola. Ma in generale ora c’è questo ritorno all’analogico, perché il digitale, come ho sentito dire da uno storico del cinema, è insapore e inodore.

L’acqua è l’elemento onnipresente a Venezia, molto più presente di quello che si possa pensare.

È il paesaggio costante che abbiamo sotto gli occhi, è un’immagine fissa ma sempre in movimento, esattamente una sorta di “frame” in loop.

Il feticcio è quell’oggetto che viene sempre legato alla malinconia. È una volta che viene a mancare che esso diventa indispensabile e, dalla reazione alla perdita di esso, nasce il malinconico, l’individuo contemplativo.

Nel vostro lavoro il feticcio si presenta, ma in qualche modo dialoga con la sua assenza. Quale sentimento, secondo voi, vince dunque all’interno di questo lavoro?

Caterina  – Probabilmente dovrebbe decifrarlo qualcuno di esterno a noi due. Da parte nostra c’è il tentativo di raccontare una storia, che da una parte rappresenta appunto uno status generazionale, dall’altra parte ha a che fare con situazioni vissute, personali e ben specifiche. È uno sguardo che quindi da un lato si allontana, si fa esterno, si limita a narrare delle scene, dall’altro lato però porta a galla frammenti di suoni e rumori che nella nostra testa sono stati fin troppo familiari, e che ora non ci sono più. Anche gli oggetti che passano da una casa all’altra è come se avessero una scarsa fisicità e stessero sempre per scomparire. Più che una malinconia forse permane un senso di precarietà, il quotidiano si aggrappa a qualcosa che, nonostante si tenti con tutti i mezzi di afferrare, poi gli sfugge di continuo.

Nicola – Più che gli oggetti credo manchino i luoghi e le persone, per le mille ragioni. Gli oggetti sonori, così come quelli tangibili, sono quindi dei mezzi di rievocazione. Negli ultimi sei anni ho vissuto in cinque città diverse, seguendo un percorso che mi ha portato a scoprire angoli e persone diversissime. Questo continuo movimento mi ha forse aiutato a vivere ogni spostamento senza rimpianti, anche quando salutare un sistema di abitudini non è cosa né facile né rassicurante. Ma più che alla malinconia questo “lasciare” un luogo può spingerci, da una parte, a fermarci, a scegliere una “patria”, dall’altra parte ci invita a riflettere sul tempo, sulle nostre esperienze così cadenzate, così legate alle contingenze, e alla necessità di spostarci per seguire il nostro percorso.

 

Biografie

Nicola Di Croce nasce a Potenza nel 1986.

È architetto, musicista, compositore e ricercatore con base a Venezia.

Il suo principale oggetto di ricerca è il rapporto tra suono e territorio. Le pratiche dell’ascolto e della registrazione portano insieme ad una nuova percezione dell’ambiente dove il linguaggio acustico diviene strumento narrativo e progettuale. Frammenti da ricomporre come veicolo essenziale per la comprensione e la ridefinizione del contesto spaziale.

Ha pubblicato diversi album acustici ed elettronici, scritto ed inciso musica per cortometraggi, installazioni e produzioni multimediali, lavorando per prestigiose istituzioni culturali come la Biennale di Venezia.

Membro e curatore dell’Archivio Italiano Paesaggi Sonori, è attualmente dottorando di ricerca presso lo IUAV, portando avanti una ricerca sulla cultura orale ed il paesaggio sonoro delle aree marginali italiane.

www.nicoladicroce.com

Caterina Gabelli nasce a Padova nel 1984.

Ha frequentato l’Accademia di Belle Arti a Venezia, diplomandosi in Pittura nel 2007.

Dopo un periodo di studi all’Università Politecnica di Valencia ha ottenuto il diploma specialistico in Grafica d’Arte e Disegno all’Accademia di Belli Arti di Venezia.

Il suo lavoro predilige il disegno come mezzo espressivo, accompagnato da una ricerca che vede costantemente coinvolte la fotografia, la grafica, le tecniche di stampa e il cinema d’animazione.

Ha partecipato a diverse esposizioni e dal 2008 è co-fondatrice di Studio Fludd, collettivo che promuove numerosi progetti in ambito creativo.

Attualmente vive e lavora a Venezia.

www.studiofludd.com

caterinagabelli.tumblr.com

Dude Mag
Decennio nuovo, rivista nuova.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude