Ci siamo fatti spiegare da chi ci ha lavorato com’è vivere in un Paese sotto la supervisione della Nato, dove un contingente di oltre cinquemila soldati di trentuno nazionalità diverse tiene la situazione tranquilla fra tensioni etniche e ferite ancora aperte.
Il Kosovo è un piccolo Paese balcanico situato tra la Serbia e l’Albania, appartenente fino al 2008 allo stato serbo e dichiaratosi poi indipendente, ricordato dai più per essere stato al centro delle cronache internazionali alla fine degli anni ’90, dopo l’escalation del conflitto tra albanesi, il gruppo maggioritario nella regione, e serbi. Nel 1999 iniziò la risposta alle “tensioni” etniche, quando l’alleanza Nato sferrò un attacco contro la Serbia di Slobodan Milosevic: i bombardamenti degli aerei dell’Alleanza Atlantica, molti dei quali in partenza dalla base italiana di Aviano, costrinsero la Serbia alla resa e il Kosovo venne posto sotto tutela dell’ONU in una sorta di protettorato internazionale, fino a quando nel 2008 i leader kosovari dichiararono l’indipendenza unilaterale.
Ancora oggi nel Kosovo indipendente sono di stanza le forze internazionali della Nato, la missione KFOR, che vigila sulla sicurezza del Paese e sui rapporti difficili tra la maggioranza albanese e la minoranza serba. Anche l’Italia è presente, con poco meno di 600 uomini, e riveste un ruolo chiave nelle operazioni di mantenimento della pace; un ruolo confermato dalla scelta del generale Francesco Paolo Figliuolo come comandante delle forze internazionali.
A poco più di sedici anni da quel conflitto, che provocò non poche fratture all’interno dell’opinione pubblica e nella politica italiana, la situazione del Kosovo è stabilizzata, ma oltre a tensioni e episodi violenti tra le etnie serba e albanese, sorgono problematiche nuove come la diffusione del radicalismo islamico.
Per capire meglio la situazione di questo giovane Stato balcanico in bilico tra democrazia e focolai di rivendicazioni territoriali, abbiamo intervistato Riccardo Celeghini, ricercatore italiano che ha collaborato per lungo tempo con Aktiv, una delle più importanti ONG serbe nella città di Mitrovica, nell’area a nord del Kosovo.

A Pristina, capitale del Paese, dietro la statua di Bill Clinton campeggia la scritta «No ai negoziati, autodeterminazione!» ad opera del partito nazionalista albanese contrario al dialogo con la minoranza serba
Riccardo, com’è oggi la situazione in Kosovo? È un Paese stabilizzato o permangono tensioni e violenze etniche?
Il Kosovo è sicuramente un Paese pacificato, ma è anche caratterizzato da una serie di problematiche che rendono ancora necessaria la presenza di truppe internazionali, tra cui i soldati italiani. Prima di tutto, il Kosovo non è riconosciuto da tutta la comunità internazionale: se l’Italia ha seguito gli Stati Uniti e i principali Paesi europei nel riconoscimento immediato dell’indipendenza del Kosovo dalla Serbia, altri Paesi, in primis la Russia, la Cina ma anche membri dell’UE, come la Spagna o la Grecia, non riconoscono il Kosovo come Stato indipendente. Tutto questo preclude al governo di Pristina l’adesione a molti organismi internazionali, primo tra tutti l’ONU. A questa debolezza esterna si somma una forte problematica interna: il Paese è oggi dominato dall’etnia albanese, che costituisce più del 90% della popolazione, ma permane una minoranza serba restia a riconoscere il nuovo Stato e fedele all’idea che il Kosovo sia ancora parte della Serbia. I rapporti tra le due etnie restano molto tesi e questo non facilita il rafforzamento del Paese.

L’equiparazione tra Stati Uniti, UE e nazismo. Foto scattata nel lato serbo di Mitrovica
Qual è la condizione della popolazione serba che vive in Kosovo?
La minoranza serba è per la maggior parte contraria all’idea che il Kosovo sia uno Stato indipendente, ritenendolo parte della Serbia. In questo, negli anni, è stata sostenuta da Belgrado, che continua a considerare il Kosovo una sua provincia e che fornisce supporto economico, politico e sociale ai serbi del Kosovo. La situazione più emblematica è sicuramente nel nord del paese, vicino al confine con la Serbia, dove la popolazione serba è sempre stata maggioritaria: in quest’area si parla il serbo, si usa la moneta serba e le infrastrutture e i servizi pubblici sono forniti dal governo di Belgrado. Il governo del Kosovo non è riuscito, fino ad ora, ad imporre alcun controllo su questa regione, cosa che alimenta la tensione tra le due etnie. Per quanto l’atteggiamento dei serbi può essere giudicato oltranzista e nazionalista, va anche sottolineato che i politici albanesi hanno fatto ben poco per favorirne l’integrazione e per stimolare il dialogo, ignorando le richieste dei serbi e non adempiendo agli obblighi di tutela e protezione che un Paese deve alle sue minoranze interne, per preservarne la cultura e l’identità. Negli ultimi anni i serbi sono spesso stati vittime di violenze e discriminazioni, e poco è stato fatto per preservare i loro diritti.

Un murales innegiante al nazionalismo serbo, Mitrovica
In che senso la città di Mitrovica è un simbolo di questa divisione etnica? È vero che ormai è una città divisa in due, con un ponte costantemente monitorato dai soldati italiani?
Prima della guerra, Mitrovica era una città importante della Jugoslavia, dove albanesi e serbi vivevano insieme. Oggi, a seguito degli eventi della guerra, esistono due città: Mitrovica nord, abitata dai serbi, e Mitrovica sud, abitata solo da albanesi. Le due parti sono divise dal fiume Ibar e il ponte che le collega è stato per anni luogo di violenze e attacchi reciproci. Oggi sul ponte non può passare alcun mezzo, a causa delle barricate erette dai serbi nel lato nord, ed è presidiato dai carabinieri italiani della missione Nato. In realtà il ponte è percorribile solamente a piedi, cosa che ho sempre fatto abitualmente senza problemi anche solo per raggiungere un negozio o un ufficio dall’altra parte del fiume. Purtroppo, però, sono ancora pochi gli abitanti locali che lo attraversano, poiché prevale la paura di ritrovarsi a stretto contatto con l’altra etnia: si preferisce restare nella propria “parte”.

Uno dei punti di accesso alla parte albanese della città di Mitrovica, appena dopo le barricate
Ultimamente la notizia che numerosi kosovari sono partiti per la Siria e l’Iraq per arruolarsi nelle fila dell’ISIS ha riportato il paese sulle pagine dei giornali. Esiste un problema di radicalismo islamico in questo paese così vicino a noi e all’Europa?
Gli albanesi, a maggioranza musulmani, sono storicamente riconosciuti come un popolo poco incline a fanatismi religiosi e molto tollerante nei confronti delle altre fedi. Anche durante la guerra con i serbi, che invece sono ortodossi, l’elemento religioso è rimasto in secondo piano. Detto questo, però, oggi la crescita del radicalismo islamico tra la popolazione albanese del Kosovo è un fatto concreto. In un Paese povero e con un tasso di disoccupazione altissimo, dove è diffusissima la corruzione e poche le prospettive future, molti giovani, come anche in altre parti d’Europa, vengono attratti dal messaggio dei terroristi islamici. È ancora un fenomeno minoritario, ma sicuramente l’Europa deve vigilare su questo fronte.

La moschea nel settore albanese di Mitrovica
Cosa ti aspetti nel futuro del Paese? Ci sarà finalmente una pace reale e un dialogo costruttivo tra albanesi e serbi?
È difficile prevedere un dialogo tra le due etnie a breve perché gli echi della guerra sono ancora presenti e le ferite sulla vita delle persone non sono facili da rimarginare. Alcuni segnali positivi però ci sono stati e possono alimentare alcune speranze. Nel 2013 i governi di Kosovo e Serbia hanno firmato un accordo a Bruxelles, sotto la tutela dell’Unione Europea, che prevede una forma di autonomia per i serbi rimasti in Kosovo. La sua attuazione è ancora molto in ritardo, ma qualcosa si sta lentamente muovendo.
Storico è stato anche l’incontro recente tra il premier serbo e quello albanese a Belgrado, avvenuto dopo più di 60 anni. La speranza è che l’Unione Europea possa lavorare con intelligenza, assistendo questi Paesi, entrambi favorevoli ad entrare nell’UE, e chiedendo in cambio una pacificazione delle relazioni reciproche, nella speranza che il tempo possa lavorare a favore della riduzione delle tensioni e di un graduale avvicinamento.