L’enigma di Earl
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
2022
01 gennaio
Dude Mag
03 marzo
Alessio Giacometti
05 giugno
Simone Vacatello
07 novembre
Marco Montanaro e Gilles Nicoli
09 gennaio
TBA
TBA
10 febbraio
TBA
TBA
11 marzo
TBA
TBA
12 aprile
TBA
TBA
×
×
È arrivato il momento di iscriverti
Segui Dude Mag, dai!
11498
https://www.dudemag.it/musica/lenigma-di-earl/

L’enigma di Earl

Fosse stata scritta da qualcuno, la sceneggiatura del film della vita di Earl Sweatshirt, sarebbe proprio così com’è. Non servirebbe aggiungere ulteriori momenti catartici, né esagerare nei colpi di scena o nel drama.

Prologo

Fosse stata scritta da qualcuno, la sceneggiatura del film della vita di Earl Sweatshirt, sarebbe proprio così com’è. Non servirebbe aggiungere ulteriori momenti catartici, né esagerare nei colpi di scena o nel drama.

Se però stiamo parlando della reale storia di uno degli artisti rap più considerati di questi tempi, tutto assume colori più cupi e drammatici. Earl Sweatshirt sembra aver rinunciato troppo presto alla felicità che gli spetterebbe di diritto.

Chiunque si trovi a scrivere un pezzo su Earl e a preparargli domande per un’intervista ha una tappa fissa, che risponde al dominio web del New York Times. In After Exile, Career Reset. Earl Sweatshirt Is Back From the Wilderness, Jon Caramanica trascrive la miglior fotografia del momento in cui la carriera di Earl subisce una svolta.

Tutto parte da Earl, il primo mixtape. Riparte da Doris, il primo album. E, infine, riparte ancora una volta da I Don’t like this shit: I dont go outside, il suo primo lavoro.

In ciascuna di queste “Ere Earl” per il passato c’è poco spazio, al massimo l’attrito fisiologico che ognuno si porta dietro dalle proprie esperienze pregresse.

Con l’ultimo disco Earl cambia il modo radicalmente l’approccio alla musica, lo fa in modo vorticoso, non del tutto normale per un ragazzo che ha da poco compiuto 21 anni. Lo fa non come se fosse alla ricerca di un suo stile, ma in preda quasi al panico, alla paura, e alla paranoia. Lo strappo che notiamo in superficie è per forza riconducibile alle Isole Samoa.


Alle porte di Apia

Tra il 2009 e il 2010 la Odd Future, il collettivo di rapper di cui Earl fa parte, ha attorno un hype ingestibile, dovuto principalmente a una mescolanza originale di talento, rime politicamente scorrette e adolescenza. I live dei ragazzi – tutti tra i 16 e i 20 anni – sono degli eventi culto ai limiti del religioso, alcuni li descrivono come simili a un concerto punk durante gli anni ‘70. Il 9 novembre 2010 a Los Angeles Tyler è più fuori di testa del solito perché sa che deve distogliere l’attenzione dal fatto che sul palco mancano alcuni componenti fondamentali di OF. L’assenza più pesante è senz’altro quella di Earl: qualche mese prima ha rilasciato il suo album d’esordio e a 16 anni ha l’aria di quello col talento più puro. Solo che da qualche settimana è scomparso. Dalla folla si grida «FREE EARL».

In quel momento Earl è alle Isole Samoa, poco fuori Apia, dove la madre lo ha mandato in un rehab dedicato alla cura e alla reintegro dei ragazzi a rischio. Alla Coral Reef Academy è sottoposto a un regime marziale, che lo priva quasi completamente di qualsiasi libertà: non può neanche andare al bagno da solo.

Ma pur nei continui cambiamenti, si nota uno strappo per forza riconducibile alle Isole Samoa. Dobbiamo quindi, necessariamente, fare una breve tappa sul NY Times, per spiegare cosa ha portato Earl, nato e cresciuto in California nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico, alle porte di Apia.
La signora Harris, intervistata, dice: «Io non avrei mai potuto immaginare, neanche nei miei sogni più tremendi, di spedirlo via in una scuola del genere, che avesse bisogno di qualche genere di appoggio per il suo benessere emotivo…» dice la madre di Earl. Mentre sul silenzio di quei giorni, dove non ha dato alcuna notizia sulla scomparsa del figlio: «avrei dovuto parlare della sua vita personale in un modo che, penso sarebbe stato totalmente ingiusto».

Earl sta finendo fuori strada precocemente, forse anche per il pregiudizio secondo cui un artista debba seguire una vita sregolata. Sua madre ha in particolare paura della droga, anche se il motivo puntuale dell’allontanamento non verrà mai chiarito del tutto.
Starà via per 18 settimane, durante le quali soffriranno un po’ tutti e la madre Harris riceverà decine di insulti e minacce per aver spedito il figlio chissà dove. Il ritorno, viene annunciato su Twitter prima, e da una traccia rilasciata autonomamente su Youtube poi, Home.
Alla Coral Reef Academy Earl legge la biografia su Malcolm X e i libri di Richard Farina, scrive molto. Il soggiorno nel Pacifico lo ha recuperato, ma forse gli ha lasciato troppo tempo per pensare.

Alpha male, got the chickens looser than his cruising trucks
Losers get a Kuma Punch, keep it moving like a puma’s lunch (Thanks James)
And I’m… back… bye.


La malattia

Il primo disco che incide al suo ritorno è Doris, scritto in gran parte sull’isola. Ma se Doris, acclamato dalla critica, è il disco della consapevolezza, costruita anche grazie ai grandi nomi delle produzioni e dei featuring, è I don’t like shit: I don’t go outside (da adesso in poi DLS:DGO) quello che meglio rappresenta Earl. E rappresenta soprattutto la difficoltà di Earl di stare a questo mondo (this shit), mentre dal mondo (outside) che lo circonda si estranea completamente.

Sono minimi, infatti, gli accenni a due cose che si ritrovano in tanti degli album rap di questo periodo: il dissing a ignoti e i riferimenti alle violenze della polizia sui neri.

Questo per l’esigenza di Earl di scrivere di sé, quasi potesse servire come terapia, per la sua malattia. Grief diventa così non solo il singolo, ma anche la miglior esemplificazione possibile di DLS:DGO.

Good grief, I been reaping what I sowed
Nigga, I ain’t been outside in a minute
I been living what I wrote

And all I see is snakes in the eyes of these niggas.


Il duplice significato che la parola può assumere (da una parte un profondo dolore, in genere per la morte di qualcuno di caro, dall’altra una sorta di noia assimilabile all’apatia) rivela lo stato d’animo di un ragazzo che non ha ancora superato i suoi problemi, e al quale il ritorno nel gioco sembra non essere bastato. Earl saluta l’uscita di Grief con questo tweet

Il pezzo è una lista di tutto quello che non va della sua vita, dai suoi problemi di ansia (e l’utilizzo massiccio dello Xanax) alla fine della sua relazione, dal ricordo della nonna, all’utilizzo di erba e alcol, passando per i consigli mai ascoltati della madre. In questo senso, Grief può essere letta come la naturale seconda parte di Chum, o meglio, come la sua evoluzione o involuzione. E non solo perché entrambe rappresentano il singolo di punta dei due dischi. Chum rappresenta forse meglio di ogni altra traccia Earl, dal momento che parla chiaramente di quello che può essere considerato il “peccato originale” della sua vita, ovvero l’abbandono del padre.

It’s probably been twelve years since my father left, left me fatherless
And I just used to say I hate him in dishonest jest.


La fuga del padre, oltre a causargli problemi diretti, lo colpisce anche di rimando influendo negativamente sulla vita della nonna, che comincia a darsi all’alcolismo.
A giudicare dall’abilità con le parole, a da quanto detto in Chum, Earl è convinto che l’unica eredità lasciatagli dal padre sia il talento. Keorapetse Kgotsile infatti, che si fa chiamare anche Bra Willia, è un poeta e attivista politico particolarmente famoso e influente del Sudafrica, nonché appassionato di jazz e di cultura africana. La madre invece, fa la professoressa di legge ad UCLA, il che fa di Earl un borghese in piena regola. Non che l’abbia mai rinnegato: nell’unica traccia non prodotta da lui sotto il moniker di BlackRandomDude, ma da Left Brain, infatti dice «Dog, I came from the teacher».

Il pubblico dei suoi concerti è composto prevalentemente da bianchi e questo si riflette anche nella sua produzione musicale. 

Il rapporto con la madre è raccontato abbastanza esplicitamente in Faucet. Sulle note di un beat minimale e scuro (come d’altronde gran parte del disco) che si cuce addosso da solo, Earl spiega come ogni suo contatto con la madre sia praticamente morto nel momento stesso in cui lui è cresciuto, che coincide poi con la sua prematura esplosione artistica. In un’intervista con NPR Earl racconta di come quella canzone avrebbe dovuto scriverla prima dell’esilio. Il viaggio alle Samoa servirà solo a peggiorare le cose: per quanto, per certi versi, Earl sia grato alla madre per quel gesto, non riesce a rivolgersi a lei in termini diversi dall’indifferenza.

«Or reverse to the times when my face didn’t surprise you
Before I did the shit that earned me my term on that island
Can’t put a smile on your face through your purse or your pocket
Shit in a pile, never change, I’m stupid for tryin’
Still just too busy wildin’»


Nel verso conclusivo si rivolge direttamente a lei, trasformando quasi la canzone in una “dedica”, che viene immediatamente smentita dall’ultima frase, le cui parole vengono sfumate.

Qualche giorno fa Earl ha rilasciato Solace, un’unica traccia divisa in tre parti e dedicata, stavolta sì, interamente alla madre.


Riprendendo gli stessi temi dell’album, Earl è come se si raccontasse alla madre, il «to tell the truth» ripetuto più volte ha voluto giocare a carte scoperte, almeno una volta.


Non restare invischiati

È curioso come in breve tempo due mondi musicali distanti, due artisti agli antipodi, ci abbiamo raccontato il loro personalissimo legame con le madri. Sto parlando di Sufjan Stevens (ne abbiamo parlato qui) e del suo struggente album di ricordi Carrie&Lowell, un album da ascoltare e scoppiare in lacrime. La storia di Earl è troppo diversa per generare quel genere di emozione. Troppo triste per piangere, abbastanza per sentirsi affranti.

C’è tantissimo di Earl in tutto ciò, il modo in cui non riesce fino in fondo a prendersi le sue responsabilità, che annacqua volutamente i temi che tratta, per evitare che gli restino appiccicati addosso.
È una paura che ha origine forse nel suo primo mixtape, dal dovere che qualcuno ha attribuito alla Odd Future di rappresentare il nuovo sogno americano. Il suo allontanamento dal gruppo potrebbe anche essere ricondotto alla volontà di fare semplicemente le cose a modo suo, senza per forza scatenare una reazione a catena enorme, e isterismi di quindicenni in shirt supreme e vans old skool. Il fastidio si legge ancora in Grief (immenso contenitore dell’Earl-pensiero):

«I was making waves, you was surfing in ‘em
Dealing with the stomach pains just from birthing niggas’ shit»

Di Odd Future Earl ha fatto parte a volte in maniera inconsapevole. Come per esempio durante il suo esilio forzato, quando qualcuno in casa Wolf Gang si inventò lo spot #FreeEarl, con tanto di merch con la sua faccia (stilizzata e non), per tanto tempo il più venduto dopo le magliette con i gattini assassini.
Ma lo straniamento che il successo troppo veloce gli ha provocato compare più volte in DLS:DGO, in Inside ad esempio.

Fame is the culprit who give me drugs without owing cash
Sipping ‘til I melt
Never trying me, I’m diving, falling victim to myself
Middle finger to the help.


Con quella che potrebbe sembrare un filo di retorica inutile, i quasi due minuti dell’ottava traccia del disco servono ad esplicitare un concetto che, tuttavia, in molti hanno chiaro in mente. Quando si è molto giovani gestire la fama è complicato, i falsi amici si sprecano, la droga pure, e quando ti accorgi di essere rimasto indietro, perché non riesci a seguire quei ritmi, non ci sei forse tagliato, l’unica cosa che ti rimane sono i veri amici, nel suo caso due skater (dove lo skate rappresenta un porto sicuro, la sua prima vera passione, molto prima che “shit cames”) della OF. E Tyler?

Tyler è un fantasma ricorrente in tutto il disco, viene citato, e comunque c’è, lo si avverte. In Chum lo aveva definito suo fratello, in EARL pure. Intervistato, continua a parlarne come di un amico vicino, smentendosi con i fatti, ed essendo smentito dallo stesso, che non più tardi dello scorso anno dichiarò di non essere “close” a Earl come prima. Lo spazio che, nel nuovo album, lascia per gli altri è davvero poco. In una scelta di economia delle parole («mi piacciono tanto i proverbi, sono brevi e immediati») cercare di capirne di più sui suoi rapporti extra-familiari diventa difficile. Sappiamo che ha rotto con la ragazza, chi continua a mancargli da morire, che il periodo OF resta comunque felice e poi cos’altro? Ah, sì: che non ha praticamente rapporto con nessuno dei suoi genitori. Ma che probabilmente vorrebbe.


E poi la musica

Nessuno ha voglia di appassionarsi alle vicende di uno non bravo, mentre lui bravo lo è, di certo. Ha più volte dichiarato di aver raggiunto, in DLS:DGO, un livello di rap più completo, che se per lui significa diverso per gli altri si traduce in superiore.

Nella brevità relativa delle sue tracce (3 minuti e mezzo di media), Earl ritiene di aver raggiunto un livello di sintesi a lui congeniale. Quello che stupisce noi (il pubblico) è il ridotto numero (non la varietà) di parole utilizzato in ogni traccia: nonostante non abbia mai avuto un flow incalzante, in alcuni dei pezzi del nuovo album (Faucet, AM) le parole vengono calibrate al millesimo, mai una in più o di meno. Un’operazione chirurgica di cui lui stesso va fiero.
L’idea è che sintetizzare i concetti sia una virtù, ed essere contrari è effettivamente difficili. L’economia di parole si estrinseca anche nella mancanza di veri e propri “hook” in tanti pezzi. Pezzi che sono solo 10 (Drake se ha sfornati 17, per un mixtape).
A dimostrazione dell’intenzione di Earl di far passare UN messaggio, dire UNA cosa su di se. Pur se contorta, nascosta, annebbiata, la sua personalità resta una.

Si accompagna a questa volontà forse, anche l’intenzione di far tutto da sé, di lasciar da parte i Chad Hugo e i Tyler dei dischi precedenti, e provare a fare l’Earl. Senza accompagnarsi di collaborazioni prestigiose, senza produzioni veramente memorabili.

Earl parla quando ha qualcosa da dire, e quando ha qualcosa da dire deve farlo subito. E se il subito contempla album estemporanei (in associazione con i problemi avuti con la Sony) o lunghi e onirici pezzi di 10 minuti (Solace) poco importa.

Un messaggio da far passare basandosi su un tipo di suono preciso, che lui stesso si è costruito (sotto RandomBlackDude) e che deve essere caratterizzante ma non protagonista. Deve accompagnare i suoi pensieri, e non sovrastarli.

Earl ha preso ha preso a prestito lo stile musicale della OF, ma lo ha ingrigito, gli ha tolto da dosso la felpa gialla fluo con la ciambella per sostituirla con una nera, col cappuccio. Ha tolto alla sua musica la voglia di far cazzate a tutti i costi, facendola crescere, ma troppo. Forse Earl, uno dei migliori rapper in circolazione ha esagerato. Ha esagerato nella sadness, ha esagerato nelle atmosfere cupe. E il problema, potrebbe derivare dall’assoluta autenticità di questa esagerazione. L’Earl depresso, l’Earl ragazzo interrotto non deve per forza essere meglio di quello che girava i video della Loiter Squad. Può essere, anzi forse sicuramente lo è. Lo dimostrano i nuovi pezzi, come Faucet. Ma anche in questo suo ultimo lavoro, credo si ritrovino i segni di quello che cerco di esprimere. In DNA, per esempio, Earl è vivo, e non spacca meno che in Grief.

When I look into the clouds, I know you look down on me
Right next to grandmammy
And the rest of the ones who wanna see me happy
.


Riuscire a capire davvero Earl è un esercizio che vi consiglio di fare. Abbiamo un ragazzo «troppo nero per i bianchi e troppo bianco per i neri», decisamente benestante, decisamente depresso, con un odio mal celato verso i social network, ma che tuttavia non ha mai vestito i panni della star che odia il successo. Ha detto più volte che fa male, non che preferisse non aver mai iniziato.

Vorrei provare poi a presentarlo ad Earl questo esercizio, provare a capire cosa l’ha spinto a rilasciare un disco a sorpresa nel bel mezzo del periodo Kendrick Lamar. Cosa ha spinto uno dei più talentuosi rapper in circolazione a lasciare una delle crew con più audience a livello globale. Cosa è successo (col segno meno) alla sua persona, e cosa (col segno) più al rapper.

L’equazione è difficile, soprattutto quando non viene da te. Soprattutto quando guarire è così complesso, da tutti i punti di vista. Earl era Earl ben prima della Samoa, era già considerato il principale talento della OF (per molti anche più di Tyler) vero? O è cominciato tutto dopo?

Beh, in quel caso, avremmo un problema. Noi, e forse lui.

Francesco Abazia
È nato a Napoli, si è traferito a Roma, e dopo ancora a Milano. È pervaso dall’ossessione di vivere nelle grandi città, dove tutto accade. Anche se poi, quando accadono le cose, lui è a casa a guardare serie tv. Laureato in Economia, è contributor per la sezione musicale di Red Bull Italia e capo-redattore di DLSO.
Segui Dude Mag, dai!
Dude Mag è un progetto promosso da Dude