Amanda Palmer: Arte ed Economia del Chiedere
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Amanda Palmer: Arte ed Economia del Chiedere

The Art of Asking (“l’arte di chiedere”) è il libro che Amanda Palmer ha scritto dopo il grande successo della sua conferenza TED con lo stesso titolo. Uscito negli USA lo scorso novembre, non è ancora stato tradotto in Italia né sembra destinato a una prossima pubblicazione. È un peccato, viene da dire, perché oltre […]

The Art of Asking (“l’arte di chiedere”) è il libro che Amanda Palmer ha scritto dopo il grande successo della sua conferenza TED con lo stesso titolo. Uscito negli USA lo scorso novembre, non è ancora stato tradotto in Italia né sembra destinato a una prossima pubblicazione. È un peccato, viene da dire, perché oltre a essere una lettura piacevole The Art of Asking suggerisce un attraente cambio di prospettiva sui rapporti tra arte ed economia, e meriterebbe un dibattito più approfondito. Mi correggo: se dico “arte ed economia”, il discorso può sembrare astratto, ma non è così; in parole povere, Amanda Palmer racconta di come ha finanziato i propri progetti artistici e cosa ha imparato nel farlo, da quando si guadagnava da vivere come statua umana in una piazza di Boston a quando ha raccolto 1.2 milioni di dollari su KickStarter per registrare un album.

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Autocelebrazione? Non si direbbe. Oltre alla propria esperienza – una montagna russa di alti e bassi – Amanda Palmer descrive quella di altri musicisti e performer che ha conosciuto; in tutte – felici, fallimentari, drammatiche – individua un filo rosso che la conduce ad avanzare una proposta di sapore copernicano. Posa da leader spirituale, allora? Neppure. Il sottotitolo è un onesto How I Learned To Stop Worrying And Let People Help (“come ho imparato a smettere di preoccuparmi e a lasciarmi aiutare”): la prima persona non promette l’enunciazione di un metodo, ma la narrazione di un vissuto. Tuttavia, chiunque cerchi di guadagnarsi da vivere con la propria arte (o con l’arte di altri, come intermediario) può trovare in questo libro spunti utili per ragionare sul proprio modello di business. È il caso di specificare che sotto la definizione di “arte” Amanda Palmer include qualunque attività umana che preveda discrezionalità nel selezionare elementi, ricombinarli e condividere i risultati con un pubblico. In questi termini, una brava programmatrice è un’artista; un marketing manager con una qualche capacità decisionale è un artista. (C’è da presumere che tra gli artisti ce ne siano poi di bravi e meno bravi, ammirevoli e spregevoli, ma è un altro discorso.)

Per collocare The Art of Asking in termini di generi letterari si direbbe che è parte autobiografia, parte saggio, parte caso aziendale di social media strategy. Se posso azzardare una sintesi, e proporre un nuovo utilizzo editoriale per l’espressione, definirei questo libro un blog personale. Non so se l’idea di indicare con “blog” un certo tipo di non-fiction, pubblicata o meno sul web, sembrerà efficace a qualcun altro. Le vicende e le riflessioni procedono in modo estremamente frammentario, senza seguire una cronologia lineare né un’argomentazione serrata, e i concetti di fondo si sviluppano per progressiva addizione di dettagli, personaggi, aneddoti. Tutto questo materiale si tiene insieme grazie a due fattori: la carismatica voce dell’autrice, che favorisce il meccanismo identificativo nel lettore, e la costruzione di una blanda macro-struttura narrativa, che genera curiosità sull’evolversi delle vicende.

Amanda Palmer ha idee acute e originali ed è capace di esprimerle in formulazioni memorabili. Tuttavia, l’andamento episodico del libro – in sé, scelta azzeccata – tende a oscurare il filo del ragionamento che quelle idee tiene insieme, ed è possibile provare insieme fascino e diffidenza per The Art of Asking. Non sarà un’accozzaglia di pensierini illuminanti ma contraddittori? Un blog personale nel senso deteriore dell’espressione, in cui materiali incompatibili tra loro convivono solo perché riferiti alla stessa persona? Per vagliare questi dubbi, che sono stati anche i miei, e per riproporre in italiano almeno l’ossatura della visione di Amanda Palmer, ho provato a individuarne i nuclei tematici fondamentali, ordinando e collegando ciò che nel libro è sparpagliato su 350 pagine.

 


1. L’arte, il chiedere

Chiedere ha un’importanza radicale: è il gesto che permette di instaurare una connessione e conservare una relazione con gli altri esseri umani. Un gesto difficile da compiere, per ragioni psicologiche e culturali, persino nei confronti delle persone più care. Per fare una richiesta, sia diretta o indiretta, espressa a parole o implicita nei comportamenti, tocca mettere la testa tra le fauci dell’Altro, e ogni volta è una scommessa, perché il rovescio del chiedere aiuto è mostrarsi in difficoltà, il rovescio del chiedere amore è mostrarsi soli. Amanda Palmer torna più e più volte su questo punto, descrivendo i modi in cui ha sempre cercato di esporre la propria vulnerabilità di donna e di artista, e le conseguenti esperienze – talvolta scioccanti – di fiducia ripagata o tradita. Anche dopo gli episodi peggiori, la posizione che ribadisce è quella di sostanziale fiducia nel mondo e nelle persone, convinta che il rischio vero non sia quello di essere feriti, ma quello di rinchiudersi nella paura.

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Se il discorso finisse qui, andrebbe bene al massimo per un motivational, ma c’è molto altro: innanzitutto, il timore del rifiuto e il timore di non meritare ciò che si chiede. Non sono freni esclusivi degli artisti, ma è raro che un artista non li abbia sperimentati, all’interno della comunità dei propri pari e di fronte alla società tutta. Gli artisti fanno la figura dei narcisisti o dei pazzi, se tengono ai propri progetti quanto può tenerci un ingegnere, e l’arte è comunemente ritenuta inutile, improduttiva, dopolavoristica. Amanda Palmer eccepisce, non solo perché molti ingegneri, dal suo punto di vista, potrebbero essere considerati artisti, e non solo perché della propria musica è riuscita a fare un lavoro utile e produttivo per se stessa, ma anche perché grazie al continuo scambio col pubblico ha realizzato di fare qualcosa di utile ad altri: chi sceglie di ascoltare le sue canzoni in auto, al lavoro, durante lo studio o in ospedale, usufruisce di un servizio e lo preferisce ai servizi di milioni di altri musicisti. 

PROBLEMONE – Questo servizio è oggi disponibile gratuitamente. Ladri gli ascoltatori? Fessi i cantanti? Con calma, ci arriviamo.

Cadute la diffidenza e la vergogna, non basta essere in grado di esprimere una richiesta per poter ragionevolmente sperare in una risposta positiva. Viene da pensare al John Nash di A Beautiful Mind, che avvicina una ragazza al bancone del pub e le parla così: «Non so di preciso cosa si richieda che io dica per poter avere un rapporto sessuale con te, ma non potremmo supporre che io l’abbia detto? Essenzialmente parliamo di uno scambio di sostanze fluide, quindi non potremmo passare direttamente al sesso?». Il siparietto cattura le nostre fantasie proprio perché John non si mette minimamente in gioco, esprimendosi in modo crudo e svogliato, ma non c’è da sorprendersi se la ragazza gli risponde con uno schiaffo. Bisogna saper chiedere con «gratitudine» e «grazia», con le parole e con il corpo, perché si apra lo spazio di una collaborazione anziché una competizione. Se nel rapporto c’è una posizione di potere (subita, da chi chiede con vergogna; goduta, da chi chiede con aria di superiorità), non c’è un vero scambio; al contrario, se il potere è condiviso per aiutarsi a vicenda, lo scambio produce valore per entrambe le parti.

 


2. La circolazione del dono

Quale scambio? Quale valore? Il discorso sembra farsi più nebuloso, ma si chiarisce concentrandosi progressivamente sulla condizione specifica degli artisti. Dopo il nodo dell’autorizzarsi a chiedere, viene il nodo – forse più subdolo – dell’autorizzarsi ad accettare ciò che capita di ricevere, le opportunità che si presentano. Dico “più subdolo” perché il non-chiedere permette di eludere tanto il rischio di non ottenere nulla, quanto le probabilità di vedere esaudita la propria richiesta; un esplicito rifiuto, invece, consiste nel respingere qualcosa a cui l’altro in un certo senso ha già rinunciato, dicendosi disponibile a privarsene. In entrambi i casi, le motivazioni individuali risalgono alla sottovalutazione di sé e alla sfiducia nell’altro, ma nel secondo la sfiducia diventa evidente e potenzialmente offensiva, quindi lesiva della qualità del rapporto.

A più riprese, Amanda Palmer ribadisce che bisogna saper riconoscere il proprio bisogno di aiuto, chiederne senza timore e accettarlo quando ci viene offerto, perché un obiettivo raggiunto con le sole proprie forze non vale più di un obiettivo raggiunto grazie al supporto esterno – al contrario, gli stessi supporter potrebbero trarre soddisfazione dall’aver contribuito ai progetti di un artista che stimano. (Riecco lo scambio, riecco un chiedere che produce un valore finale superiore a quello di partenza.) Da un libro di Lewis Hyde, Il dono (Bollati Boringhieri, 2005), Amanda Palmer recupera l’idea che l’opera d’arte sia appunto un dono, o meglio, «che le opere d’arte esistano simultaneamente in due “economie”, un’economia di mercato e un’economia del dono». Nella prima, l’opera d’arte è oggetto di compravendita come qualunque altro bene e possiede un prezzo unico di fronte all’intero pubblico dei consumatori; nella seconda, l’opera ha ancora un valore, ma questo non è fissato in maniera univoca e generale né prevede per forza una contropartita monetaria.

Due passaggi in The Art of Asking sviluppano efficacemente il senso di questo discorso, descrivendo la precisa routine seguita dall’autrice ai tempi in cui si esibiva come statua umana vestita da sposa: se si concedeva un movimento, era solo per offrire un fiore ai passanti che le lasciavano qualche dollaro (o in altro modo l’avevano protetta o confortata), e attribuiva enorme importanza a questo piccolo rituale.

Capitava che qualcuno buttasse nel cappello solo un penny. Io gli davo comunque un fiore. Era la regola. Capitava che usassi i fiori per ringraziare qualcuno che mi aveva aiutato: il valore dei fiori non era fissato da entità esterne.

Il fiore aveva sempre un qualche valore, ma non era mai un valore assoluto; a volte era un fiore da venti dollari, a volte era un fiore gratis. Ma era sempre un dono.

Il denaro era un dono. E il fiore era un dono.

E spesso, anche se il fiore era già stato pagato, con un quarto di dollaro o una banconota da cinque, il valore aumentava nel momento in cui consegnavo il fiore al suo acquirente – e mentre ci guardavamo negli occhi, sentivo il valore che incrementava, come un contatore emozionale. Il valore del dono aumenta al transito, col movimento di mano in mano, di cuore in cuore. Assume il proprio valore nel dare, e nel prendere. Nel passaggio.

[…]

Le ragazze, per la cronaca, accettavano quasi sempre il fiore. Quelle che rifiutavano? A volte sembrava che credessero di farmi un favore, respingendo il dono, e gesticolavano:

No, no! Non potrei mai! Tienilo per qualcun altro!

Non capivano che così mi spezzavano il cuore. Offrire il mio fiore – il mio simboletto sacro – era ciò che mi faceva sentire un’artista, una con qualcosa da dare, anziché un cestino per le elemosine.

Negli anni, comunque, mi ci sono abituata, e invece di prenderla sul personale, ho cominciato a capire:

A volte, le persone il fiore proprio non lo vogliono.

A volte, devi lasciarle andar via.

(Non sono qui per sostenere che Amanda Palmer sia una scrittrice delle più fini, ma giuro che persino i toni apparentemente più melensi diventano accettabili nel contesto del libro, e del rapporto affettivo che la cantante dimostrerà poi di intrattenere coi suoi fan.)

Dai fiori alle canzoni il passo è breve, lo dice anche Vasco Rossi. Torniamo a Hyde: un’opera d’arte può esistere fuori dal mercato dei beni ma non può esistere fuori dall’economia del dono, altrimenti cessa di essere un’opera d’arte e diventa una commodity. Il dono, per restare tale, non può essere sottratto alla circolazione, non può diventare proprietà privata. È evidente che su un disco, un libro o un quadro si possono avanzare dei diritti – è il mercato dei beni – ma le esperienze connesse all’ascolto, alla lettura o alla visione non esistono se non in un circuito di condivisione. I fruitori d’arte, in modo più o meno consapevole, avvertono spesso il desiderio di ricambiare il dono che sentono di aver ricevuto dai loro artisti preferiti; magari non comprando la seconda copia di un libro o un album che hanno già, ma regalando all’autore una sciarpa che hanno fatto all’uncinetto, offrendogli un passaggio, oppure scrivendogli una lettera appassionata in cui aprirsi come con un vecchio amico. Il capolavoro di Amanda Palmer è stato proprio quello di creare, con gli anni e in larga parte grazie ai social network, uno spazio di circolazione del dono basato tanto sulla musica quanto sui rapporti umani – uno spazio che è stato in grado di sostenerla sia in termini di abbracci e strette di mano, sia in termini puramente finanziari.

Durante la mia carriera, la comunità dei fan è stata per me come un’unica grande persona speciale, un amico dalle mille teste con cui ho un rapporto solido e devoto. Loro mi aiutano a mandare avanti la baracca, dandomi continuamente informazioni. Io mi assumo la responsabilità dei miei errori. Chiedono spiegazioni. Parliamo dei nostri sentimenti. Twitto per dare la buonanotte e il buongiorno, come farei con un fidanzato. Mi portano cibo e tè ai concerti quando sono malata. Vado a visitarli in ospedale e giro video per i funerali dei loro amici. Ci fidiamo gli uni degli altri. Alcuni fan li ho lasciati. Altri hanno lasciato me.

Le canzoni, disponibili gratuitamente online, sono un dono, e le quote variabili di denaro che i fan scelgono di versare sono a propria volta un dono, non il pagamento di un prezzo predeterminato. (È abolita anche l’intermediazione dell’etichetta discografica, in modo da permettere un risparmio sui costi e un contatto più immediato tra lei e il pubblico.) I doni spontanei dei fan vengono accettati e condivisi con l’intera comunità: videoclip, illustrazioni, poesie, esperienze personali… In questo modo, il circuito si rafforza ed è in grado di estendersi, un po’ alla volta e non solo a favore di Amanda Palmer: è capitato, per esempio, che la cantante portasse in tour con sé dei gruppi di supporto che non avevano un salario fisso ma passavano col cappello tra la folla a fine serata, e ottenessero un incassasso complessivo pressoché pari allo stipendio della band principale.

 


3. Nuovi mecenatismi

The Art of Asking si conclude con una domanda ambiziosa rivolta ad artisti, fruitori d’arte e addetti ai lavori: «Come creare un mondo in cui l’arte non sia concepita come un prodotto, ma come una relazione?» Il problema non sorge perché l’arte come prodotto sia moralmente riprovevole, ma più in concreto perché l’opera d’arte, nell’epoca della sua libera condivisione, è un bene niente affatto raro e niente affatto esclusivo nel consumo – di conseguenza, sul mercato “normale” non vale nulla. L’economia del dono è fondata su un chiedere e dare dai contorni incerti e in via di continua definizione, caso per caso; è un meccanismo che prevede tempi lunghi, forti investimenti emotivi oltre che professionali, e può non essere adatto a chiunque. D’altronde, anche la prospettiva sempre più comune tra gli artisti di aspettare il giorno del Giudizio per essere pagati da un committente, o di vedersi scavalcati dai download illegali, è umanamente e professionalmente logorante, e non è neppure frutto di una libera scelta.

La prima domanda è seguita da una seconda, più pragmatica e tuttavia capace di una coraggiosa inversione di prospettiva: anziché interrogarsi sugli strumenti da adottare per costringere il pubblico a pagare, specialmente su internet, Amanda Palmer propone di ragionare sulle modalità per lasciare che il pubblico paghi. «La fa facile, lei», viene da pensare – ma pensarlo è farla facile. Se lancia questi spunti di riflessione al termine del libro è perché in precedenza ha dettagliato una serie di casi notevoli – il proprio in testa – che confermano la validità della sua visione. Il fatto stesso di essere riuscita a raccogliere oltre un milione di dollari su Kickstarter, avendo un seguito relativamente ridotto, le offre un pulpito solido da cui parlare.

Il cuore del terzo vertice tematico è dunque lasciato ai lettori, al futuro e a chi saprà dargli forma; The Art of Asking non è una chiamata alle armi, ma un invito appassionato a riconsiderare sotto una nuova luce le meccaniche economiche legate alla produzione artistica – tanto più se quelle meccaniche, interiorizzate, contribuiscono al consolidamento di circoli viziosi psicologici vecchi come la civiltà. D’altronde, non mancano le critiche a questo invito e più in generale alle forme di mecenatismo diffuso che hanno preso piede negli ultimi anni (piattaforme di crowdfunding, servizi di abbonamento mensile o di pagamento automatico per ogni nuovo contenuto disponibile).* Amanda Palmer dedica un discreto numero di pagine a chiarire i fraintendimenti di cui si è sentita oggetto, a causa del suo approccio eterodosso alla carriera musicale, e a difendere il principio per cui «I soli in grado di giudicare l’onestà di una richiesta sono i destinatari di quella richiesta».

In altre parole, non ha senso interpretare il successo o il fallimento di un’iniziativa in crowdfunding senza conoscere la storia del rapporto tra il richiedente e i potenziali donatori, perché è in quello che si radica il senso e la “contabilità” dello scambio. L’economia del dono non è una velleità che possano permettersi solo i ricchi e i poveri-per-scelta: anche qui nessuno dà niente per niente, ma i contorni del reciproco dare sono più sfumati e rimessi alla valutazione del singolo anziché delle forze di mercato. Purtroppo, gli stessi utenti delle piattaforme di crowdfunding si lasciano spesso illudere dalla prospettiva di ricevere “soldi gratis”, salvo ricevere nient’altro che delusioni. Amanda Palmer cerca di appianare anche questo equivoco, facendolo risalire al doppio significato della parola crowd; normalmente tradotta in italiano con “folla”, a suggerire una moltitudine anonima di finanziatori, possiede in realtà anche un’altra accezione: your crowd è infatti “la tua compagnia”, “il tuo cerchio magico”.

È questa l’essenza del crowdfunding: trovare il tuo giro, i tuoi ascoltatori, i tuoi lettori, e fare arte con loro e per loro. Non per le masse, non per i critici, ma per la tua cerchia di amici in costante espansione.

 

 

* – In Italia, un meccanismo di sostegno economico per artisti che ha già registrato due punti importanti a proprio favore è il Prima o mai brevettato dal fumettista Ratigher, grazie al quale sono stati pubblicati Il suicidio spiegato a mio figlio, di Maicol e Mirco, e Le ragazzine stanno perdendo il controllo, dello stesso Ratigher. Il Prima o mai non è altro che un sistema di preordine online che impegna gli acquirenti a pagare entro una certa data per garantirsi il diritto ad avere una copia di un’opera. Le pubblicazioni non saranno più ristampate; tempo dopo la fine della campagna, in compenso, saranno rese gratuitamente disponibili in Pdf: e questo “dono”, insieme alla qualità delle opere, stimola una risposta positiva del pubblico alla richiesta successiva.

Daniele Zinni
È redattore e traduttore dall’inglese per DUDE MAG. Suoi racconti e scritti vari sono usciti o usciranno a breve su Nuova Tèchne (Quodlibet), Crampi Sportivi, FUOCOfuochino, 404 File not Found, Lapisvedese e Nuovi Argomenti.
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