Mia nonna ha fatto un sacco di soldi con l’erba legale
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Mia nonna ha fatto un sacco di soldi con l’erba legale

La scorsa settimana è stato presentato, con il sostegno di 218 parlamentari, un progetto di legge sulla legalizzazione della Marijuana, sia a scopi medici che ricreativi.

La scorsa settimana è stato presentato, con il sostegno di 218 parlamentari, un progetto di legge sulla legalizzazione della Marijuana, sia a scopi medici che ricreativi. La proposta è stata portata avanti dal senatore PD Della Vedova, prevede la depenalizzazione per il consumo e la coltivazione in piccole quantità di Cannabis, non la commercializzazione stile coffe shop. Nei giorni seguenti, il dibattito pubblico si è fossilizzato, al solito, su argomenti morali («spalancherà le porte al consumo di altre droghe», «crea dipendenza come l’eroina», medaglia d’oro se la giocano Matteo Salvinila Giorgiona nazionale) tralasciando completamente l’aspetto economico della faccenda.

Si perché mentre noi ci arrovelliamo se faccia più male una birra o una canna, dall’altra parte dell’oceano c’è chi, grazie alla legalizzazione, sta facendo palate di soldi con l’erba sui mercati finanziari. Senza dimenticare quei 38 milioni all’anno che entrerebbero nelle casse pubbliche (studio del Governo Monti), è l’economia privata che ci guadagnerebbe di più tra investimenti e nuovi posti di lavoro. Nel 2013 l’Oregon ha legalizzato la cannabis sia a scopo ricreativo che medico, seguito da Washington e Colorado. Più recentemente,  24 stati hanno legiferato sull’uso medico. Questa svolta storica nella politica americana tradizionalmente proibizionista, ha segnato la nascita di migliaia nuove attività legate all’economia della Cannabis, e tra gli investitori è partita la caccia per trovare lo Starbuck’s dell’erba. Sono iniziati a piovere dollari d’investimenti, le quotazioni in borsa hanno fatto registrare rialzi che per alcune aziende sono arrivati al 2000%, Arcview (un network di investitori legati ad Harvard) lo ha considerato il «fastest-growing new industry around» con un giro d’affari da 3,5 miliardi nel 2015. Di questo mercato ne stanno approfittando in molti, tra cui  Snoop Dog, Mr PayPal e mia nonna.

In effetti è grazie all’impiegato della Fideuram che gestisce i risparmi di Nonna che scoprii l’economia finanziaria dell’erba. È simile alla bolla finanziaria di internet nel 1999: nascevano migliaia di aziende con progetti di prodotti mai testati sul mercato ma con un alto costo di produzione, alcuni diventavano Apple altri nessuno. L’unica differenza rispetto ad 1999? In questo caso il mercato non deve essere “inventato”, esiste già, i consumatori non devono essere convinti, ma vanno solo portati dentro il mercato legale, il che lo rende molto appetibile per gli investitori.

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Fonte: For These 55 Marijuana Companies, Every Day is 4/20, Bloomberg.com

 

Il 2014 è stato l’anno d’oro per l’economia dell’erba: molte aziende hanno registrato rialzi enormi più o meno in tutti i campi, da quello farmaceutico – ad oggi è nettamente il più forte –, alla produzione agricola, passando per i gadget e senza tralasciare l’indotto. Uno dei titoli che è schizzato più in alto è quello della CannaVest (117 Usd; IsinUS1376481016) quasi il 1.000% (953% per la precisione) in poco più di nove mesi, stesso discorso per la Advanced Cannabis Solutions (34,90 Usd; Isin US00750W1018), le cui azioni hanno avuto un rialzo superiore al 2.000%. Tuttavia i conti di queste società sono in rosso, nel senso che non generano utili, perché di fatto non hanno ancora iniziato la produzione. È il mercato delle famose penny stock.

Funziona più o meno come la Statton Oakmont di Di Caprio: tutte le azioni americane del settore sono quotate su mercati non regolamentati (OTC), dove gli scambi sono ridotti e bastano poche migliaia di dollari per “manovrare” i prezzi. Alcuni fondi speculativi comprano lentamente molte azioni, poi iniziano a diffondere le prospettive della società attraverso newsletter e analisi favorevoli sui ricavi attesi: l’autorità di vigilanza Usa ha registrato che per una di queste società della cannabis erano state inviate ben 30 newsletter in un mese, quando la società non aveva ancora un business plan. Le newsletter ingolosiscono i piccoli investitori che si buttano a comprare. Una volta che il titolo è salito scattano le vendite da parte degli stessi fondi, e i piccoli pesci restano con azioni che di colpo non hanno più valore. Il caso più eclatante è stato quello della Meadbox, le sue azioni dal 26 dicembre al 7 gennaio sono passate da 10,21 dollari a 73,9 dollari, salvo poi nei due giorni dopo scendere a 34 dollari (-54%!).

Ma se è considerato il mercato più in espansione del mondo, i giusti investimenti possono dare molte soddisfazioni. Per esempio la GW Pharmaceuticals, (347 pence; Isin GB0030544687) quotata a Londra (e non negli OTC), ha un peso e una sostanza nettamente diversi dalle altre analizzate: i ricavi trimestrali sono il triplo di quelli complessivi annuali registrati dalla più grande delle altre società Usa. La svolta che ha istituzionalizzato il mercato legato alla marijuana è stato l’investimento del Founders Found (un fondo che ha quote importanti di Spotify, Facebook e Paypal) nella Privateer Holdings, che ha lanciato il marchio Marley. Il fatto che un fondo così influente nella Silicon Valley abbia puntato così forte sul mercato dell’erba legale sta sdogando gli investimenti pesanti di altri fondi prima fermati dal ricatto politico: in California, come in altri stati americnai, nel 2016 è programmato il referendum per la definitiva legalizzazione e commercializzazione.

Noi in Europa saremmo i primi, per una volta. Speriamo.

Filippo D'Asaro
Nasce a Roma nell’ottobre del 1992. La sua laurea triennale in scienze politiche si è rivelata fondamentale per scrivere articoli, tenere un blog personale e portare hamburger ai tavoli.
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