In mezzo a una folla che sembra enorme negli stretti vicoli medioevali, un padre completamente sudato urla di gioia alla propria figlia di 5 anni «Bimbaaa chi ha vinto il Palio?», lei risponde a squarciagola «noiiii babbo, noiii» poi si gira verso la nonna che la tiene per mano, lei piange, segue con le labbra i cori della contrada festante che scorta il cavallo e il fantino verso la chiesa della Madonna dell’Assunta.
È stato questo il momento in cui ho realizzato quanto sarebbe stato difficile scrivere qualcosa sul Palio di Siena, caricarsi più di 400 anni di scene del genere e pretendere di spiegarle è impossibile, al massimo si possono raccontare.
È il 2 luglio, i mattoni rossi dei vicoli trasformano Siena in un forno a cielo aperto. Oggi la città è ferma: si corre il Palio a piazza del Campo, è il primo palio dell’anno dedicato alla madonna di Provenzano, il secondo sarà il 16 agosto. La cameriera che mi porta il panino con finocchiona e pomodoro inciampa tornando verso il bar, le esce una bestemmia smozzicata. Quando torna al tavolo con la birra mi guarda senza intercettare lo sguardo e dice «Deh scusate ragazzi, si è tutti un po’ agitati pe ‘l palio». È della contrada dell’Aquila, che a questo Palio non corre, la preoccupazione deriva dalla possibilità di vittoria della contrada rivale, la Pantera. Per fare chiarezza, le contrade di Siena sono 17 (decise su base territoriale dal bando del violante del 1730), ognuna ha una rivale (con qualche eccezione come la Torre che ha due rivali, e la Selva che non ha rivali); il palio però lo corrono solo in 10: sette lo corrono di diritto perché escluse da quello precedente, 3 vengono sorteggiate. Le Contrade sono assimilabili a società di quartiere: i membri sono affiliati per appartenenza al quartiere o familiare, formalizzando il tutto con un battesimo laico. Le rivalità sono iniziate per screzi di confini rionali, molte hanno origine da antichi interessi economici; sono sentite a tal punto che quando l’avversaria vince il palio, i contradaioli opposti scappano letteralmente dalla piazza per lenire l’umiliazione. A proposito della divisione senese, Andre Camilleri ha scirtto: «Ma questo attaccamento a un evento in fondo provinciale, che addirtittura spezzeta una città piccola come Siena in contrade – le piccole patrie ancora più ridotte in piccolissime patrie – oggi che siamo davanti all’Europa, non è anacornistico? Non credo».

Foto di Teymur Madjderey
Davanti al nostro tavolino passano le prime brigate della Passeggiata Storica: tutte le contrade sfilano con le divise storiche per le vie del centro. Ragazzetti di 14 anni in calzamaglie colorate e tuniche del ‘600 suonano i tamburi e battono il tempo al corteo composto da: il porta bandiera, il campione (che indossa un’armatura di metallo e non so come faccia a non svenire per il caldo) affiancato dallo scudiero, la cui unica funzione è portare l’elmo del campione, tutta una nutrita corte di scudieri e dame al seguito. I cortei fendono i vicoli senza mai arrestare la propria avanzata, i turisti si schiacciano sui muri delle vie con il proprio telefono in mano all’altezza degli occhi, intenti a fare foto. Questa è sicuramente la parte del palio che i turisti americani e tedeschi adorano, sono tanti, molti più di quelli che mi aspettavo. Funziona perché è vero, trovali 10 quattordicenni a quartiere disposti a vestirsi come se fossero su set di Game of Thrones, e tamburellano in giro per la città, ed è interessante come il Palio mantenga l’equilibrio tra manifestazione storica per turisti e folklore popolare vero, nessuna delle due parti svilisce l’altra.
Dopo pranzo andiamo a prendere il caffè dallo zio dei uno dei miei compagni di viaggio. Lui, romano trapiantato a Siena, sente il Palio molto meno delle sue bambine, 8 e 11 anni. Anche nei corridoi elementari non si parla d’altro, ci assicura che «TUTTI!» tifano oggi, e domani saranno sfottò, poi aggiunge candida «Si tutti tranne Mary, però deh lei è nigeriana». La più grande parla dei cavalli: il Nicchio ha preso Occolè Baio, il favorito. I cavalli sono selezionati dall’organizzazione paliesca e vengono assegnati a sorte alle contrade a piazza del Campo 3 giorni prima della gara, ovviamente già si conoscono le doti e il talento dei cavalli, per cui si scatenano queste scene.
Nei tre giorni successivi ci sono le prove, di cui l’ultima detta “provaccia” si svolge la mattina stessa. Prima della gara, il cavallo viene portato nella parrocchia di contrada per essere battezzato dal parroco.
Parlando dei cavalli del Palio non si può sorvolare sulle polemiche animaliste. Anche quest’anno un cavallo è stato soppresso per una caduta in prova, portando a 50 il numero di animali deceduti dal 1970 ad oggi. Più che i numeri e gli infortuni, su cui comunque l’organizzazione del Palio sta lavorando molto, il problema è che il cavallo viene trattato come una Formula 1: viene spinto oltre i limiti su una pista pericolosissima (non a caso alla curva San Martino usano le stesse barriere protettive della motogp), spesso vengono dopati, e diventano bersagli delle battaglie tra contrade: nel 2000 fu avvelenata Zullina, il cavallo dell’Oca. Oltre alla parte sportiva del Palio, il cavallo è coinvolto in quasi tutti i riti dei contradaioli, che tendenzialmente presuppongo gente, urla e contatto fisico, il genere di cose che non piacciono ai cavalli e neanche a me. La questione animalista non è però considerata in nessuna delle sue componenti dai senesi, più brutalmente, vi rispondono sti cazzi e ringraziateli pure se non vi danno una pizza. A completare l’opera c’è la pessima comunicazione animalista: in un articolo contro il Palio, la proposta era di far gareggiare le contrade al decathlon.
Tornando alla storia della benedizione, quest’anno il cavallo dell’Onda si chiamava Osama Bin I (c’erano anche Quit Gold e Oppio), immaginate il parroco: «Osama Bin! Va’ e torna vincitore!». Ma solo dal 2000 ad oggi troviamo anche Messi, Dostoevskij, Re Artù, Quietness, Lo specialista e Caro Amico.

Alle 4 e mezza entriamo a Piazza del Campo. La pista sembra l’anello superiore di un imbuto, dopo averla attraversata, inizia la pendenza che porta verso il Palazzo del governo. «Piazza del Campo, / ti ricordi, dall’alto sembrava un’enorme conchiglia, / e lo sparo iniziale era il lampo di un’unica perla». Così nelle parole di Mario Castelnuovo, il colpo d’occhio della Piazza toglie il fiato, come il caldo riverberato dai mattoni. I palazzi sono attaccati gli uni agli altri e creano l’effetto arena amplificato dalle piccole tribune sul bordo esterno della pista. Ci appostiamo subito prima della curva San Martino, vicino alla Mossa (la partenza) le persone si sono accampate dalla mattina. Guadagnamo un’onorevole seconda fila, rempiamo 3 bottiglie d’acqua e cerchiamo di limitare ogni forma di spreco di energia: la partenza è prevista per 7 e 40, il corteo storico un’ora prima.
Accanto a noi si siedono due coatti palestrati nordici, uno ha origini senesi, contradaiolo della torre, spiega all’altro le regole, le leggende, gli aneddoti. Proprio sulla rivalità Torre-Oca ne tira fuori uno al quale stentai a credere fino alle opportune verifiche. Il 16 agosto 1961 la Torre vince il Palio, i suoi contradaioli durante i festeggiamenti ebbero la brillante idea di spennare vive 43 oche (simbolo dell’odiata rivale) e di andare in giro per la città a spargere le piume. Giunte anche nel quartiere dell’Oca furono notate da Don Duilio Bani, parroco della contrada, il quale lanciò l’anatema contro i Torraioli: non avrebbero vinto il Palio per tanti anni quante oche erano state spennate. La Torre non vinse un palio fino alla storica vittoria del 2005, 44 anni dopo.

Verso le 6 e mezza inizia il corteo storico sulla pista, sfilano tutte le contrade con le divise tradizionali, gli sbandieratori, i cavalli e infine il Palio, che è un drappo decorato posto sul carro trainato dai buoi bianchi. Si iniziano a riempire tutte le tribune, le finestre e i balconi si colorano di camicie azzurre, abiti eleganti e cappelli enormi color panna. Il sudore sulla fronte e la prospettiva da cui guardo i turisti e gli avvocati senesi sorseggiare cocktail ghiacciati all’ombra dei terrazzi, devono essere gli stessi con cui i popolani di 400 anni fa guardavano i notabili e i signori dell’epoca. La rappresentazione plastica della divisione sociale è stata piegata solo dal business degli affitti di palchetti e finestre, si oscilla tra i 350 e i 700 euro, per lo più venduti a turisti. L’indotto economico del Palio è un’ottima spinta per l’economia senese, ed è cresciuto molto negli anni grazie a un’attenta attività di management e sponsorizzazioni all’estero e in Italia: non si spiega altrimenti come l’evento sportivo meno telegenico della storia sia in diretta sulla Rai, anche se come ricorda Aldo Grasso «Visto in Tv, il Palio di Siena è solo il Palio dell’assurdo». Anche per le contrade, l’aspetto economico è centrale, più investono più alzano la propria probabilità di vittoria; i fondi vengono spesso da donazioni di contradaioli illustri e raccolte di quartiere. Gli investimenti principali non riguardano i fantini o le feste di contrada bensì la corruzione e i giochi di potere, pratiche ampiamente accettate dalla prassi paliesca. Si investe per corrompere un fantino avversario, per facilitare la partenza oppure finanziare delle alleanze comode.

Foto di Edoardo Forneris
L’ora della partenza si avvicina, l’atmosfera da museo in movimento del Corteo lascia spazio a una tensione simile solo ai rigori di una finale mondiale, arriva l’ombra sulla piazza e il caldo diventa più sopportabile. Entrano sulla pista i cavalli, ai fantini viene dato il nerbo, un tendine di bue essiccato che funge come frusta per cavalli e fantini avversari. È una di quelle parole che appartiene all’universo lessicale del Palio: il cavallo è il barbero, i canapi solo le due grosse funi che delimitano lo spazio di partenza, il Verrocchio è il palco dal quale in Mossiere regola la partenza, lo Scosso è il cavallo senza fantino che ugualmente può portare a casa la vittoria.
Il Mossiere annuncia alla Piazza l’ordine di partenza delle contrade, cala un silenzio irreale, si riesce a sentire il respiro delle 60.000 persone. La partenza è la fase più importante del Palio: nove contrade si posizionano in riga tra i canapi, una si mette dietro e partirà di rincorsa. Quando il cavallo in questione farà la mossa entrando nello spazio dei canapi farà partire la corsa. Il compito del mossiere è di far rispettare l’ordine, mentre la contrada di rincorsa aspetta il momento favorevole (che tendenzialmente è quando la rivale è in difficoltà) per fare la mossa, per questa fase non sono previsti limiti di tempo.
Quando il Leocorno viene nominato come cavallo di rincorsa, fioccano i primi «vai ‘n culo!» dalla folla, «Nicchio muori!», «Quella gran puttana della tu’ ma’!». Iniziano a schierarsi sulla partenza, ci possono rimanere finché fa buio e ogni momento è potenzialmente quello buono. Ogni tentativo di partenza prende più o meno 10 minuti, dove tra i fantini volano nerbate e insulti e quant’altro. Se entro questo tempo non si arriva alla mossa, i cavalli escono dai canapi fanno una passeggiata per sciogliere la tensione, mentre i fantini fanno i partiti cioè gli accordi tra contrade, vi ricordate la storia del budget? Ecco il momento in cui si spendono i soldi. La partenza è una tortura, dopo 30 minuti di tentativi da una nobile finestra di un terzo piano una signora esplode «Dio buono, Oca mettiti al tuo posto o vattene n culo». Ogni uscita dai canapi dalla piazza sgorga un’orgia di bestemmie e insulti, la maggior parte sembrano diretti all’Oca rea di non voler rispettare il suo ordine di partenza. Dopo un’ora di tentativi e una partenza falsa, il Leocorno si riesce a infilare, i canapi cadono a terra e la corsa parte. Si tratta del minuto e mezzo più disordinato, caotico e concentrato a cui abbia mai assistito. Quando ci passano davanti i cavalli, due fantini non sono in groppa, non faccio a tempo a seguire con lo sguardo la testa che già è finito il primo giro, altra tornata nel tumulto delle spinte e del sudore in piazza. Al terzo e ultimo giro di piazza la Torre è prima tallonata dall’Onda sua ex rivale, alla curva San Martino prova a infilarsi all’interno come Rossi al Mugello, ma la bestia che cavalca (che è Osama Bin!) si spaventa, devia un minimo la traiettoria e impatta leggermente con il limite della pista; la Torre prende terreno e va a vincere la corsa.
Per raccontare bene i momenti immediatamente successivi è bene spiegare ciò che durante la corsa io non avevo visto. Alla contrada del Nicchio era toccato in sorte il cavallo migliore, e forte di un bravo fantino, punta alla vittoria. Il Valdimontone, storica rivale, aveva preso il cavallo peggiore del lotto e, di conseguenza, aveva preso come fantino Massimo Columbu, meglio conosciuto come “Veleno II” o “il Killer”. La mossa ritardata di circa un’ora era sua responsabilità: si era francobollato al Nicchio nonostante non fosse la sua posizione, alla fine il Mossiere esasperato dall’ostinazione di “Veleno II” ha convalidato la partenza. Dopo pochi metri dalla partenza, “Veleno II“ cerca con lo sguardo il fantino del Nicchio, dopo pochi secondi lo affianca e con un gesto veloce e preciso lo tira giù da cavallo. Questa è la sportività del Palio, ha più a che fare con le giostre medioevali che con lo spirito olimpico di De Coubertin.
La fine del Palio è un’eruzione emotiva collettiva. Già dall’ultimo giro in molti si assiepano sulle transenne pronti a scavalcare urlando e spingendo. Sono i contradaioli rivali di chi sta per portare a casa il Palio; non sopportano la vergogna di rimanere nella stessa piazza dei vincitori, per cui si danno alla fuga. Alcuni piangono e urlano mentre spostano letteralmente le persone, ho incrociato lo sguardo di un omone che ha scavalcato davanti a me, i suoi occhi mostravano il panico e la tristezza che lo guidavano.
Vista dall’alto la piazza deve assomigliare molto a un formicaio infastidito da due bambini: flussi di persone festanti vanno verso i terrazzi dov’è appeso il Palio, come delle formiche, creano una piramide umana per arrivare fino al trofeo; altri scappano violentemente dalla piazza, tutti iniziano a scavalcare gli steccati, la pista diventa il caos; i turisti si mettono in fila indiana e cercano, in maniera più pacata, l’uscita. A tutte queste scene va aggiunto un audio che potrebbe essere uscito da una guerra civile mediorientale o dallo stadio del Galatasaray. La diretta Rai inquadra il transetto dove si trova il quartier generale della Torre: un uomo in giacca e cravatta esulta in maniera bambinesca saltando e muovendo la testa, poi si ricorda degli avversari e urla qualcosa ai rivali fuori dall’inquadratura.
Il cavallo della Torre, vincitrice, viene placcato dai contradaioli urlanti, il fantino viene portato in trionfo tra i cori verso il gruppo che brandisce il Palio.
Tra le urla di gioia e dolore, si formano due fazioni sul primo rettilineo. Sono le contrade di Nicchio e Valdimontone che si promettono le ossa rotte, i primi non devono aver preso con troppa filosofia l’attentato di “Veleno II” al loro fantino. Mi trovo dalla parte del Valdimontone, in molti esultano come se avessero vinto, continuano a insultare i contradaioli avversari, la polizia municipale fa le veci degli antisommossa negli stadi e seda la promessa rissa.
La Piazza si svuota del frastuono dei vincitori quando inizia il corteo verso la chiesa di Santa Maria di Provenzano. In chiesa entrano tutti: il palio, il cavallo, il fantino e i contradaioli. Il fatto che si festeggi in una chiesa può apparire curioso, vista la quantità di bestemmie prima, durante e dopo il Palio. È la concezione di Chiesa come luogo civile, svolge una funzione sociale nella vita della città: la contrada vincitrice mette il drappo del Palio nella propria cappella di quartiere e tutti i pellegrini che vogliono toccare o fotografarlo si comportano come stessero a casa propria.
Dalla chiesa di Santa Maria esce tutta la contrada in un tripudio di cori bandieroni e lacrime; sulla lunga salita, che va verso il Campo vi verifica la scena con cui si apre questo articolo. Il serpentone di contradaioli sudati e festanti avanza al ritmo dei tamburi e dei cori, sventolano i loro vessili come se avessero vinto una guerra; piangono una quantità di persone che mi era capitato di vedere solo ai funerali. La cosa che mi colpisce di più è la trasversalità generazionale e di genere della celebrazione: si vedono cordoni di nonna-figlia-mamma che si tengono per mano, urlano cori, a volte si danno degli abbracci strettissimi, ugualmente a ragazzi e nonni. A pensarci bene è l’unico evento sportivo in cui c’è una partecipazione al tifo così omogenea: non mi è mai capitato vedere tutte le mie coetanee esultare e insultare gli avversari come qui; le ragazze di Siena hanno opzionato una parte del mio cuore. Si vede che ogni singola persona è talmente felice e fiera di stare i mezzo ai cori e alle bandiere, che perde il proprio ruolo sociale: non si è più il giornalaio, il bancario, la mamma o il papà, si è tutti contradaioli e basta.
Dopo i pici all’aglione in un affollatissimo ristorante del centro, abbiamo raggiunto il quartiere della Torre. Le quattro strade del quartiere erano piene come una discoteca del Salento, tutti ma proprio tutti erano per strada. Anche qui, abbracci a profusione, lacrime scandite da «S’è vinto! Ma ci credi?». Nella cappella di quartiere è esposto il Palio, la persone entrano, scattano foto, alcuni lo toccano e basta. Nella piazzetta principale c’è un banco, su cui campeggiano due enormi otri di vino rosso, prendiamo due bicchieri a testa, offerti. La mia gola già si stava preparando all’acre sapore dei rossi da occupazione o festa di Marino, e invece rimane piacevolmente sorpresa dal primo vino rosso buono nella storia delle feste. All’angolo della piazzetta c’è un comitato di contrada che raccoglie firme e offerte, vendono anche il fazzoletto che tutti, tranne noi, portano legato sulle spalle. Penso di comprarlo, ma poi mi guardo intorno e capisco che non ha senso, anzi andrebbe proprio contro tutto il senso che ho apprezzato oggi.
Sotto un arco, dietro le otri di vino rosso, ci sono i ragazzetti della contrada che intonano cori e sfruttano il rimbombo della volta. «Non sarà/ più la mamma/ a svegliarci la mattina/ ma sarà la campanina», una nonna seduta su una sedia poco vicino, batte il tempo del coro con il bastone e con le labbra segue qualche parola, deve averla cantata anche lei a quattordici anni e sua nonna stava lì a tenere il tempo.
Copertina: Jose Gonzalez