Se mi chiedessero gli ingredienti per un buon film direi senza dubbio in ordine casuale: buona colonna sonora, armi, droga, belle ragazze e rock’nroll(a).
E anche se il nuovo progetto di Guy Ritchie (che il 14 agosto uscirà negli Stati Uniti ndr), The Man from U.N.C.L.E., promette di essere un gioiellino cinematografico sarà difficile che riesca a superare il successo della sua rinomata trilogia londinese (Lock and Stock, The Snatch e Rocknrolla), che sta al top del cinema giovanile come GTA sta al top dei videogiochi.
Infatti, nonostante molti “addetti alla sicurezza” continuino ancora oggi a scagliarsi contro l’immagine dei criminali sul grande schermo dipinta in quei film, a lamentarsi di come siano stati rappresentati, di come il tutto sia stato ridotto a banali sketch e di come la violenza sia raccontata come un modo come un altro per concludere affari, quello che i ragazzi vogliono vedere al cinema continua ad essere proprio quello, immergersi in mondi e sottoculture che nella vita reale non si azzarderebbero mai a toccare.
Quando si parla di cinema, crimine e Regno Unito, il regista di Hatfield è sicuramente una certezza.
Otre alle trame, nelle quali più storie si incontrano creando subbuglio l’una con l’altra, uno dei punti di forza di Guy Ritchie è l’autenticità delle sue pellicole: mettere una tuta in raso ad un attore, piazzargli un coltello in mano, buttarlo in una rissa non rende necessariamente un film credibile, e di conseguenza piacevole.
Nei suoi, più che trovarci davanti a una banda di posh vestiti da gangster, quello che vediamo sono persone che conoscono il mondo underground, dando così quel pizzico di veridicità che non rende le scene assurde.
Qualcuno ha notato come anche i gangster siano divisi in categorie sociali, a seconda del linguaggio o del vestiario? Sfumature certo, ma sfumature che fanno la differenza tra una bella storia ed un’ottima storia.
Tra le poche critiche che sono state mosse alle pellicole c’è, come già detto, l’accusa di disegnare scenari troppo violenti. Chiunque abbia un minimo di senno vede chiaramente come il regista giochi con l’ambientazione enfatizzandola, volendo in questo modo dare più che un riflesso della realtà, una versione caricaturale, gonfiare l’immaginario collettivo fino al ridicolo.
Ovviamente Guy Ritchie non è stato il primo a portare la criminalità sullo schermo: è facile fare delle similitudini con Tarantino, ma ci sono altri due film che hanno precorso quelli dell’ex marito di Madonna: Final Cut e Gangster No. 1.
Nel primo venivano celebrati gli stereotipi del Nord di Londra, come avrebbe fatto Guy Ritchie con quelli dell’East End.
La seduttività delle droghe è quasi identica, la vanità dei criminali anche, ma mentre il primo sottolinea la decadenza morale dei criminali, Guy Ritchie porta sullo schermo l’aspetto legato al business, riuscendo a fare comicità laddove – se avesse parlato dell’aspetto etico – sarebbe stato pressoché impossibile.
Dal secondo invece, che di comico ha poco o niente, ci sono dei personaggi che sembrano ricomparire in versione ironica nei film del regista americano, soprattutto in Lock and Stock.
Ma quindi perché ho una paura tremenda che Guy Ritchie che parla di spionaggio possa rivelarsi un vero e proprio flop? In fondo Sherlock Holmes non era così male. E perché sono quasi ossessionato da questi argomenti? Violenza, droga e via dicendo?
Su internet ci sono varie intepretazioni delle persone a cui piace questo genere di film: sono attratti dal fascino del proibito, si dice.
Eh, chi di noi dopo otto ore in ufficio a mandare curriculum bevendo birra calda non sogna di trovarsi nel mezzo di una sparatoria (e uscirne vincitore)? E il giovedì sera, durante la partita a poker con gli amici, chi è che non desidera una partita seria come quella di Lock and Stock?
C’è invece chi sostiene che la criminalità, essendo una cosa non conforme, è anche libera da ogni convenzione, e può quindi simbolizzare cambiamento e progresso nella mente di chi mentre guarda la tv sogna una rivoluzione.
Altri invece vedono Snatch e compagnia come una giungla hobbesiana, dove tutti competono per la sopravvivenza e la supremazia, e questo è sicuramente sufficiente a renderli migliori di una qualsiasi commedia romantica.
Insomma la violenza e il black humor conditi da colonne sonore strepitose sono ancora oggi una buona base per il successo di un film. Ma perché Guy Ritchie, che ha sempre reso satirico il profano, che ha reso divertente a mezzo mondo l’ultra violenza, anteponendo il suo stile al successo del film, deve sperimentare?
Durante una presentazione di Enrico Brizzi gli chiesi come fosse passato da scrivere libri come Bastogne a cose molto più soft, e lui mi rispose semplicemente: «più si diventa grandi più si ha voglia di qualcosa di nuovo, di mettersi alla prova».
Probabilmente Guy Ritchie fa bene a cambiare, e forse la mia paura che troppe convenzioni da rispettare rendano il regista meno libero si rivelerà completamente sbagliata.
Nel dubbio per non rimanere delusi se siete arrivati fino qui guardate tutti i film che ho nominato.
Lock and Stock
The Snatch
Rocknrolla