Love & Mercy
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Love & Mercy

Come ci presenta Bill Pohlad la storia di Brian Wilson?

 «Se la perdessi e non la ritrovassi più?» si chiede Paul Dano all’inizio di Love & Mercy, solo, al buio, in uno studio di registrazione. In questo film l’attore non ha fatto nessun voto del silenzio: non è un pastore pazzo, non è uno scrittore hipster e nemmeno Hitler. Indossa una maglietta a girocollo, sorride, è in quello studio perché ha un gruppo e quel gruppo è composto dai suoi fratelli e suo cugino: lui è Brian Wilson e loro sono i Beach Boys.

Bill Pohlad è alla sua seconda prova alla regia dopo una decina di produzioni delle quali, a cercarne il filo rosso, si troverebbe nella predilezione per storie di donne e uomini fuori dagli schemi (tra queste Brokeback Mountain, Radio America, Fur, Into the Wild, The Tree of Life, 12 Years a Slave). Con Love & Mercy decide di raccontarci la storia di Brian Wilson divertendosi a giocare con il tempo della materia narrativa; ci lascia dondolare tra gli anni ’60 e gli anni ’80, alternando fasi in cui il «genio vivente del pop» è un ragazzino che si sposa a 26 anni con la stessa spensieratezza con cui si tuffa in piscina,  a fasi in cui non sarà libero nemmeno di scegliere quando mangiare il suo hamburger: il suo turno lo decide lo psicologo che lo ha in cura, Eugene Landy (un Paul Giamatti cattivissimo, cattivissimo, cattivissimo).

Se all’inizio del film l’avvicendamento funziona, arrivati a metà, scricchiola. Non perché la vita del leader dei Beach Boys non valga la pena di essere raccontata e conosciuta, ma per come Pohlad decide di raccontarcela, e soprattutto fino a che punto.

Come ci presenta Bill Pohlad la storia di Brian Wilson? Usando due dei miei attori preferiti: Paul Dano nei panni del giovane Brian, John Cusack nei panni di quello vecchio. Ma, mentre il giovane Wilson cambia, cresce, e arriva a un punto dal quale non può più tornare indietro (e il momento in cui, a letto, Brian confida alla prima moglie Marylin: «He [God] showed me the future, Mare… I’m so sorry!» scoppiando a piangere disperato, è, nella sua semplicità, uno dei più riusciti di Love & Mercy), il vecchio Wilson da quel punto parte e a quel punto rimane: è il Brian del futuro, e non ne ha uno.

Il risultato è che sembra di avere davanti a noi una persona vera e la sua caricatura qualche anno più tardi, Brian Wilson e un uomo depresso caratterizzato col minimo sforzo.

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Il BW di Paul Dano quando prende un aereo ha gli attacchi di panico e angoscia pure noi che lo guardiamo in camera. Il BW di John Cusack scrive in un biglietto da visita ad una sconosciuta di essere «Lonely / scared / frightened» e la sua calligrafia attira l’attenzione più della sua espressione tormentata. Quando il leader dei Beach Boys si mette al pianoforte e decide di far ascoltare per la prima volta God Only Knows a qualcuno e quel qualcuno è il padre, Paul Dano rende più importante quel loro scambio di battute di ogni parola d’amore che vent’anni più tardi John Cusack scambierà con la seconda moglie di Brian, Melinda, la sconosciuta che lo libererà dal secondo padre padrone, Landy. «It’s a love song» fa Brian al padre Murry, «It’s a suicide note» gli risponde secco, solenne, definitivo – come se non avessero più nulla da dirsi non quel pomeriggio ma per sempre – lui.

Fino a che punto Bill Pohlad ci racconta la storia di Brian Wilson? Mi piacciono i Beach Boys ma non sono la loro prima fan: delle volte preferisco ascoltare canzoni come I Know There’s An Answer, Kokomo e In My Room nelle cover che non portano la voce di Brian ma quelle di Thurston Moore, Adam Green e Bethany Cosentino. Non so tutto di Brian Wilson, e per questo motivo da Love & Mercy avrei voluto sapere di più. Di lui e di quelli che lo circondavano. Van Dyke Parks viene ridotto a «Van», un ragazzo magro e occhialuto che gira sempre intorno alla band. Il terribile dottor Landy non si sa da dove esca. I fratelli e il cugino di Brian, lungo la narrazione, scompaiono. Di loro ricordiamo soprattutto le voci, le critiche alla sua «sinfonia adolescenziale diretta a Dio», i rimproveri che Brian non vuole più ascoltare, che lo fanno tuffare una seconda e ultima volta in piscina e che danno all’autore della colonna sonora, Atticus Ross, la possibilità di esaudire in una scena il desiderio del protagonista: fare un album che funzioni come un’unica traccia, dove ogni pezzo si incastri perfettamente. Caduti sott’acqua con Brian, ci ritroviamo ad ascoltare 8 pezzi di Smile contemporaneamente.

Love & Mercy non vi racconterà tutta la vita di Brian Wilson, ma è un film da vedere perché vi farà conoscere il miglior Paul Dano e farà cercare il miglior John Cusack. Paul Dano mette in mostra tutto il suo talento nel personaggio che – con tutte le sue idiosincrasie – ha meno smorfie e manie di tutti quelli che abbia interpretato. John Cusack non sembra lo stesso Brian Wilson interpretato dal primo e nemmeno John Cusack: se tenete a lui vi imporrete immediatamente di farlo tornare in sé. E vi basterà chiudere gli occhi e puntare il dito in un punto a caso della sua filmografia. Love & Mercy vi farà venire voglia di ritrovare il Rob Gordon che in High Fidelity dava preziosi consigli per la creazione di una compilation, vi farà desiderare di pensare che da un momento all’altro, mentre dormite, alla vostra finestra, potrebbe arrivare il Lloyd Dobler con le braccia alzate e lo stereo tra le mani di Say Anything…. (e poi, forse, dopo, mettere Pet Sounds).

Natalia La Terza
È nata a Orbetello nel 1990. Vive a Roma. Collabora con Il Tascabile, Nuovi Argomenti e IL - Idee e Lifestyle de il Sole 24 Ore.
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