Che si possa commettere un peccato col fare o non-fare – con parole, opere, omissioni – appare ragionevole anche agli occhi di un laico: la legge degli uomini, come già la legge di Dio, connette la responsabilità al compimento di un’azione indebita o al mancato compimento di un’azione debita. Ma il cristianesimo si spinge più in là, e include tra le azioni perseguibili anche quelle prive di conseguenze sul piano materiale; con un’intransigenza assurda per i canoni occidentali contemporanei, vieta di peccare anche solo col pensiero. Che senso ha, questa idea da psicopolizia orwelliana? Di primo acchito, si direbbe che l’obiettivo sia inoculare nel peccatore il senso di colpa per le proprie pulsioni antisociali, spingendolo a denunciarle in confessione prima ancora di averle messe in atto. Ma è possibile che un’idea tanto radicale sia nata dal nulla a soli scopi di controllo? Non sarà, almeno in parte, frutto di paure più profonde e irrazionali di quelle legate all’insubordinazione?
Se un timore c’è, che può spiegare il tentativo di responsabilizzare gli individui per i propri pensieri, anche involontari, è il timore di fronte al presunto potere dell’immaginazione e del desiderio di influenzare la realtà fisica. È una superstizione (una possibilità?) affascinante quanto agghiacciante, e nella storia dell’uomo – compresa quella pre-cristiana e non-cristiana – non sono mancati i tentativi di spiegare o regolare questo potere elusivo e pericoloso. Persino la psicanalisi freudiana, pur contribuendo a sollevare l’Io dalla responsabilità di certi pensieri attribuendoli a forze mentali incontrollabili, torna ad addossare all’Io il compito di tenere quelle forze a bada, pena la malattia – una malattia non solo psichica, appunto, ma psicosomatica, cioè fisica. Ancora al giorno d’oggi, è assai frequente riconoscere in sé o negli altri la paura del potere magico dell’immaginazione: sin da bambini, non possiamo fare a meno di restare colpiti dalle coincidenze tra ciò che speriamo o temiamo e ciò che accade, e anche da adulti capita di sentirsi in colpa per aver augurato a qualcuno la morte, o turbati dai propri sogni fedifraghi o incestuosi.

In ambito letterario, un esempio notevole e recente di romanzo imperniato proprio sul potenziale trasgressivo di un’immaginazione incontrollata è La Settimana Bianca (Adelphi, 2013, trad. Maurizia Balmelli) di Emmanuel Carrère. Uscito a ridosso del più fortunato L’avversario, non sembra aver incontrato particolare attenzione da parte della critica ed è difficile dire perché. Forse è stato soffocato dalla campagna di marketing intorno alla svolta non-fiction del suo autore; forse non è stato ritenuto altro che un breve thriller, suggestivo ma dimenticabile. È vero, La settimana bianca non è un romanzo che inviti i critici all’analisi: in apparenza non solleva grandi temi sociali o filosofici, è raccontato in modo semplice, ha una trama coinvolgente e persino troppo oliata. Si finisce di leggerlo prima di rendersene conto. Per giunta, i protagonisti sono dei bambini ed è facile, per un lettore tutto preso dalla storia e dalle sue sorprese, derubricare i loro comportamenti “strani” a infantilismi irrazionali, anziché cercare di individuare la logica che li rende necessari e conferisce alla trama il sapore dell’ineluttabilità.
Nel seguito di questo articolo cercherò di far emergere quella logica attraverso il parallelo con un riferimento forse inaspettato: il saggio che Georges Bataille dedica a Emily Brontë ne La letteratura e il male (SE, 2009, trad. Andrea Zanzotto). Non esistono elementi per pensare che Carrère ne abbia tratto diretta ispirazione, ma i concetti sviluppati da Bataille si prestano più che bene a illuminare le apparenti ambiguità de La settimana bianca. Per fare chiarezza mi vedrò costretto a ripercorrere il romanzo passo dopo passo, “bruciando” tutti i colpi di scena: chi non lo avesse ancora letto si ritenga avvertito, dal prossimo paragrafo cominciano gli SPOILER.
La trama
La settimana bianca racconta la storia di una scolaresca in gita; il narratore è esterno ma i fatti sono descritti dal punto di vista di uno degli alunni, Nicolas. Sin dalle prime pagine l’atmosfera è ricca di cattivi presagi, e prende una piega ancor più cupa quando in paese si viene a sapere dell’omicidio di René, un bambino del luogo. Il finale, poi, piomba nel nero più nero, perché Nicolas scopre che il rapitore e assassino non è altri che suo padre. In questo contesto di segreti commerci con la morte, Nicolas sviluppa un persistente senso di colpa per il destino del suo quasi coetaneo; il narratore, tuttavia, non spiega mai del tutto quali siano le sue responsabilità, vere o presunte. Chi non ha letto il romanzo, o lo ha fatto tempo fa e non ne respira più il clima, potrebbe rispondere che per un bambino insicuro è normale sentirsi in colpa per qualunque cosa, figurarsi per un infanticidio commesso dal proprio padre. Eppure non è lì che punta il libro, non è a una soluzione da psicologismo quotidiano che allude – o almeno, questo è quello che cercherò di argomentare.
Il tragico
L’interpretazione che Bataille dà di Cime tempestose muove dall’idea che il romanzo di Emily Bronte condivida l’impianto fondamentale delle tragedie greche: semplificando molto, un mortale si macchia di una colpa nei confronti degli dei o comunque di una violazione del Sacro, e per questo subisce la severissima punizione del Cielo; in genere, il misfatto è motivato dal desiderio di elevarsi al di sopra della condizione umana, ma è possibile che il colpevole non sappia di stare commettendo un’empietà o si trovi a commetterla unicamente perché costretto dalle circostanze. Anche La settimana bianca poggia su una struttura simile, e racconta una tragedia tanto in senso comune – vicenda straziante, vittime inermi, fato crudele – quanto in questo senso più “tecnico”.
In assenza di una religione olimpica comune a cui fare riferimento, tuttavia, Carrère introduce il sostrato “tragico” attraverso una storia-nella-storia letta dal protagonista, un racconto dell’orrore basato su meccanismi di hybris (la “tracotanza” nei confronti degli dei) e conseguente rovina. Nel racconto – che resta anonimo ma è a tutti gli effetti La zampa di scimmia (1902) di W.W. Jacobs –, una coppia di genitori si ritrova in possesso di un manufatto che può esaudire tre desideri: il marito chiede una somma di denaro, ma questa giunge come indennizzo per la morte improvvisa del figlio. Disperata, la moglie chiede che il figlio le venga restituito, ma a comparire sull’uscio di casa sono solo i suoi resti dilaniati, agitati e minacciosi. Alla coppia non resta che chiedere al manufatto magico la sparizione del mostro.
È a questa storia che Nicolas ripensa quando Patrick, l’istruttore di sci, gli regala uno di quei braccialetti ai quali bisogna legare un desiderio, che verrà esaudito quando il bracciale si romperà. Mentre vaglia una serie di potenziali desideri da esprimere, Nicolas ragiona sul fatto che converrebbe scegliere quello dalla portata più ampia e duratura; tuttavia, conoscendo la maledizione che attende chi troppo vuole, lascia la decisione in sospeso. O così sembra. Dopo qualche pagina, infatti, si abbandona alla prima delle sue macabre cavalcate d’immaginazione – importante leitmotiv del romanzo – e si trova a esprimere un desiderio che il narratore non rimarca e che Nicolas non ricorderà di avere espresso: «agli occhi degli altri, gli sarebbe piaciuto incarnare il ruolo dell’orfano, eroe di una tragedia. Tutti avrebbero cercato di consolarlo, [il compagno di classe] Hodkann avrebbe cercato di consolarlo, ma lui sarebbe stato inconsolabile» (cap. 9, corsivo mio). Col senno di poi, è una fantasia agghiacciante: l’incauto desiderio si avvererà – al netto del destino specifico del padre, che non lo lascerà orfano in senso stretto ma gli sarà comunque sottratto dalla legge – e Nicolas dovrà pagare fino all’ultimo centesimo il prezzo del proprio status di eroe tragico.
Il percorso che porta Nicolas a rendersi direttamente colpevole della propria rovina disegna una traiettoria ampia e inizia per caso quando, arrivato in montagna, il bambino dimentica lo zaino nella macchina del padre. Deve chiedere che qualcuno gli presti un pigiama per la notte. In tutta la sua timidezza aveva sperato che i compagni di classe lo ignorassero, invece eccolo subito al centro dell’attenzione. A prenderlo sotto la propria ala, inaspettatamente, è Hodkann – anche lui un personaggio per molti versi ai margini, temuto e rispettato ma anche evitato in quanto ambiguo, imprevedibile, pericoloso. Se la classe è a suo modo una formazione sociale, regolata da leggi umane, Hodkann non sembra porsi fuori dalla legge, ma al di sopra di essa, e dello stesso concetto di umanità e normalità condiviso dagli altri bambini; se Hodkann infrange un tabù non è per spirito di opposizione, ma perché non lo considera affatto. Ben presto, anche il suo nuovo “protetto” Nicolas comincerà a sognare un posto al suo fianco.
La seconda occasione in cui Nicolas si ritrova fuori dal consorzio dei suoi simili nasce come tentativo di autopunizione. Si sveglia dopo un incubo e vede concretizzato il suo peggior timore: ha bagnato il letto, e soprattutto il pigiama di Hodkann. Confuso, esce dallo chalet sotto la neve, perché sente di non appartenere più al gruppo e di dover fuggire, forse persino morire. Patrick lo ripesca mezzo assiderato, dopo qualche ora, e la maestra interpreta la fuga come un episodio di sonnambulismo. Nicolas passa due giorni curato e coccolato dagli adulti: gli viene permesso di dormire in una stanza a parte e di saltare le lezioni di sci. «La febbre e soprattutto il suo status di sonnambulo recentemente acquisito gli davano l’audacia di chi si sente assolto a priori, sollevato dalle conseguenze delle proprie azioni» (cap. 19). Una mattina, poi, lo lasciano ad aspettare in un bar e lì per primo (o così crede) viene a sapere di René, il bambino scomparso. Questa informazione esclusiva sarà il pretesto per riavvicinarsi a Hodkann: sempre di più, Nicolas avverte il piacere di sentirsi speciale, elevato al di sopra dei suoi compagni.
L’immaginazione
Queste, le occasioni in cui Nicolas “trasgredisce” in maniera involontaria; ma c’è un altro filo, quello delle trasgressioni consapevoli e cercate, che si intreccia al primo con risultati ricchi di pathos. Innanzitutto, narrate in flashback, le storie dell’orrore: Nicolas ne legge avidamente, nel segreto della sua stanza, nonostante avverta che i suoi genitori glielo vieterebbero. In più, traendo spunto proprio dalle sue letture, Nicolas si lancia spesso nelle “cavalcate immaginarie” di cui già dicevo: fantastica sulla morte del padre in un incidente d’auto; su malattia e morte del compagno di classe Maxime; sullo sterminio di tutta la classe, tranne lui e Hodkann, da parte degli (immaginari) assassini del padre di questo; e ancora sullo sterminio di tutta la classe, nessuno escluso, da parte di (immaginari) trafficanti d’organi. Anche queste rêverie sono per Nicolas un flirt col proibito, come si evince dai sensi di colpa che prova quando si concludono.
Ancora a proposito di immaginazione: appena riportato nello chalet dopo l’episodio di “sonnambulismo”, mentre riprende conoscenza, Nicolas ha una specie di sogno lucido. Davanti a sé visualizza un piano inclinato e una palla nera che gli scivola incontro, minacciando di schiacciarlo. Superata la paura iniziale, scopre di poter rispedire col pensiero la palla in cima al piano, e gioca a lasciarla scendere per poi farla tornare su. «Un attimo prima: tutto il piacere consisteva nel lasciarla arrivare il più vicino possibile, e sfuggirle il più tardi possibile» (cap. 16). Che già senta di stare giocando con qualcosa più grande di lui, e molto pericoloso?
Ormai sicuro di sé e del proprio status “speciale”, Nicolas cerca di ottenere ciò a cui prima non avrebbe mai mirato: l’amicizia di Hodkann, un’intima condivisione con lui. Convinto di sapere qualcosa che Hodkann non sa, gli racconta della scomparsa di René. L’informazione, tuttavia, è già di dominio pubblico e non vale più nulla: l’isolamento gli si è ritorto contro. Per trattenere Hodkann a sé, allora, per poter «continuare ogni notte quella conversazione sussurrata, clandestina», Nicolas rilancia e lo mette a parte di un segreto sulla vicenda – o, meglio, gli spaccia per vera una macabra storia inventata, basata a propria volta su una macabra storia inventata dal padre. È qui che l’eroe tragico fa il passo più lungo della gamba (e le colpe dei padri ricadono sui figli, tòpos tra i principali della tragedia antica): «Si chiedeva con ansia dove l’avrebbe condotto la folle corsa al rialzo di quella notte, quella valanga di invenzioni che non avrebbe più potuto rimangiarsi. Se Hodkann avesse parlato, sarebbe stata una catastrofe spaventosa» (cap. 20). Le sue fiction mentali, fino a questo momento, lo facevano sentire colpevole ma erano prive di conseguenze; usate per tornaconto personale, invece, diventano vere e proprie menzogne.
Hodkann, per quanto lo si possa dire mercuriale, è un bambino, non una divinità olimpica, e abbocca alla storia. La racconta ai gendarmi, convinto di stare salvando Nicolas e suo padre da una banda di trafficanti d’organi, e i gendarmi vi trovano l’indizio per catturare l’assassino di René – che è appunto il padre di Nicolas.
Tuttavia, come anticipavo, non è per sentimento di partecipazione indiretta al delitto del padre, che Nicolas si sente responsabile. I suoi sensi di colpa nascono nel momento stesso in cui viene a sapere dell’omicidio di René, ore prima di mettere insieme i pezzi e scoprirne l’autore (in anticipo su tutti gli altri e senza investigare attivamente, proprio come il detective letterario che immaginava di poter emulare). Si sente tanto colpevole che, quando i gendarmi passano dallo chalet per indagare, il suo primo pensiero è che siano venuti a prendere lui.

Più tardi, anche la maestra e Patrick (e la nazione intera) apprendono la verità sull’omicidio di René; si rende opportuno che Nicolas faccia ritorno a casa. Contempla più volte la fuga, come un imputato riluttante, e più volte finisce per abbandonare il proposito; non una volta considera invece la colpa del padre, né razionalmente né emotivamente. Alla fine decide che non parlerà mai più ed è un silenzio difensivo, simile a quello che si potrebbe adottare in un processo, ma è soprattutto una punizione, l’esecuzione su di sé di una condanna non dissimile da quella di Edipo che si acceca.
A onor del vero, nel momento stesso in cui si viene a sapere della morte di René, Carrère menziona – seppure en passant – il motivo per cui Nicolas se ne sente responsabile: «La conversazione notturna [tra lui e Hodkann], le sue stesse invenzioni ora gli sembravano un crimine, un’inconfessabile, mostruosa partecipazione al delitto che si era realmente consumato» (cap. 21). D’altronde, questa non è una spiegazione fino a quando non si chiarisce la logica secondo cui quelle invenzioni dovrebbero costituire una colpa tanto grave.
Il Male
Più sopra, individuavo la “svolta” del romanzo nel momento in cui Nicolas sceglie di utilizzare l’immaginazione a fini di vantaggio personale, anziché per il gusto stesso dell’immaginare. Anche questa è una distinzione che riprendo, mediandola, da La letteratura e il male, e credo sia una lente efficace per spingere ancora oltre questa analisi.
Il punto di vista di Bataille non si lascia riassumere facilmente, ma è importante chiarire da subito che il suo concetto di “Male” non è quello quotidiano, e neppure è necessariamente negativo. Laddove il Bene è l’utile, il lavoro, l’individualità coerente, la legge morale che previene lo sfascio della comunità, il Male è quanto trova la propria giustificazione in se stesso e non in altro: per esempio, il gioco infantile o la perdita di sé nell’esperienza mistica. Le medesime attività, a seconda dello spirito da cui sono animate, possono rientrare nell’una o nell’altra categoria. Un delitto commesso per puro sadismo è nel campo del Male, mentre uno commesso per trarne un’utilità è nel Bene. «Noi non possiamo considerare come espressione del Male quelle azioni che hanno per fine un’acquisizione, un guadagno materiale. Senza dubbio quest’acquisizione è egoistica, ma poco importa, noi ce ne attendiamo qualcosa d’altro dal Male stesso, cioè un vantaggio» (p. 17). Anche la letteratura, nella misura in cui la si pratichi senza puntare a un’utilità, è una violazione fondamentale dei principi comunitari, dunque è nel Male.
Scrive Bataille: «La letteratura, come le trasgressioni della legge morale, è […] un pericolo. Essendo “inorganica”, è irresponsabile. Niente poggia su di essa. Essa può dire quello che vuole. O meglio, costituirebbe un grave pericolo (nella misura in cui è autentica e nell’insieme), se non fosse l’espressione di “coloro nei quali i valori etici sono più profondamente radicati”» (p. 24-25). Il grave pericolo è quello di tradire il senso del lavoro letterario, «concepibile soltanto come desiderio di una comunicazione fondamentale col lettore» (p. 25) – una comunicazione che «esige lealtà. La morale rigorosa è data, in questa prospettiva, partendo da certe complicità nella conoscenza del Male, sulle quali si fonda la comunicazione intensa» (p. 11). È proprio il contrasto, ancora una volta tragico, tra rigorosi valori etici e natura “trasgressiva” della letteratura, a produrre in alcuni scrittori dei dolorosi sensi di colpa.
Ora, sarebbe temerario sostenere che letteratura e immaginazione siano in generale la stessa cosa; ma credo sia lecito dire che Carrère, nel suo romanzo, colloca l’immaginazione infantile in una posizione molto simile a quella descritta da Bataille per la letteratura – tanto più in quanto le derive fantastiche di Nicolas consistono sempre nel raccontare (o raccontarsi) storie. Nicolas è nel Male, finché si abbandona alle sue rêverie, e già sente di giocare col proibito; quando poi le esprime nella realtà, perverte in desiderio di manipolazione quello che dovrebbe essere desiderio di comunicazione – oltrepassa di nascosto il confine tra fiction e falso – e si dimostra inadeguato a quella che Bataille chiama “ipermoralità”, il rigore necessario a violare la moralità stessa e a potersi permettere di raccontare storie.
Al capitolo 26, in flashforward, Carrère arriva a raccontarci un evento posteriore di vent’anni alla gita scolastica, che contribuisce gli ultimi indizi per interpretare La settimana bianca nell’ottica de La letteratura e il male: una notte, nel parco del Trocadéro a Parigi, Nicolas torna a imbattersi in Hodkann. Lo trova conciato come un barbone, seduto «su una panchina di pietra ai piedi di una statua dorata raffigurante un eroe della mitologia greca». Il tempo di riconoscersi a distanza, e Hodkann inizia a inseguire l’ex amico con un coltello in mano, chiaramente intenzionato a ucciderlo. È pazzo? È in collera con Nicolas perché vent’anni prima si è sentito ingannato? Più probabilmente, Hodkann è qui una personificazione del rimorso che insegue il colpevole di un delitto, come le Erinni lo erano per l’immaginario antico (richiamato dalla statua). Persino da adulto, Nicolas è tormentato non dal trauma dell’accaduto, come ci si aspetterebbe, ma ancora e sempre dalla colpa.
Conclusione
È una colpa doppia, la sua: gravano su di lui al contempo le fantasticherie “pericolose” di cui si è macchiato – la violazione della moralità – e l’uso ancor più pericoloso a cui le ha piegate – la violazione dell’ipermoralità. È una colpa reale, nell’universo del libro, come lo è per la dottrina cristiana. Soprattutto, è una colpa irreparabile. Bataille scrive che per l’eroe tragico non c’è espiazione fino alla morte, e Carrère lo conferma col presentimento del Nicolas bambino che chiude il romanzo: «la sua vita sarebbe cominciata in quell’istante e […] per lui in quella vita non ci sarebbe stato perdono».
La pena da scontare è la crescita, ossia il primo contatto con la morte: non quella simbolica, non quella immaginata, ma quella vera, per giunta orribile e senza senso; un’altra sfera proibita che Nicolas avrebbe preferito continuare a sfiorare senza sporcarsene le mani, che da quel momento lo sovrasta e minaccia al modo della valanga nera nel sogno. Come rotola quella, ruota il carosello di colpe e punizioni che coinvolge in realtà tutti i personaggi principali: un ciclo che nasce con la menzogna del padre, raccontata per avere potere (controllo) su Nicolas, e si perpetua nella menzogna di Nicolas, raccontata per avere potere (ascendente) su Hodkann. Quest’ultimo, ingannato, incastra senza saperlo il padre di Nicolas, e produce nuove ripercussioni.