Cosa hanno mai avuto in comune le animazioni Pixar e South Park? Nulla, si direbbe; nessun aspetto tecnico o stilistico, e tantomeno l’approccio generale ai contenuti. Nei territori dell’intrattenimento “per tutti” e della satira, Pixar e South Park rappresentano due delle massime vette creative, ma due vette che non sembrano comunicare, salvo il caso che la seconda faccia la parodia della prima.
Se volessimo individuare la differenza di fondo che le separa, diremmo che South Park è più maturo, in quanto tratta questioni relative a politica, sesso, religione, etc. nel modo più crudo e frontale possibile.
Qualcuno obietterà che indulgere nell’uso a fini comici di parolacce, deiezioni e secrezioni è quanto di più immaturo, ma non si può negare che il risultato sia tra i più lucidi commentari televisivi sulla contemporaneità. Piuttosto, ci si potrebbe chiedere se davvero stare sul pezzo sia garanzia sufficiente di maturità; una domanda a cui bisogna senz’altro rispondere di no, se non si vuole sostenere che i sempre attuali Buongiorno di Gramellini proiettino sul mondo uno sguardo maturo. Ma allora in cosa consiste questa maturità, che tutto sommato sentiamo di dover riconoscere a South Park? Ed è poi vero che non possiamo invece riconoscerla ai film Pixar?
Diamo un’occhiata all’episodio più recente di South Park, il primo della diciannovesima stagione. La preside della scuola elementare viene licenziata e al suo posto arriva Preside PC (Politicamente Corretto), che instaura sin dal primo momento un regime di terrore nei confronti di chiunque dica alcunché di lontanamente lesivo dei diritti delle minoranze. Insieme ai suoi amici PC – maschi eterosessuali bianchi, senza eccezione – forma una fraternity di bulli violenti che rivendica rispetto per tutte le categorie di non-maschi, non-eterosessuali o non-bianchi: si divertono a rovinare la vita di chi non si esprime in modo politicamente corretto, dichiarano apertamente di farlo per il gusto di avere ragione, e soprattutto si percepiscono come i Buoni contro i Cattivi, non come i Rispettosi contro i Maleducati.

Dopo essere stati vittime dei loro metodi di public shaming, Kyle ed Eric decidono di ribellarsi e sul finale riescono a far aprire gli occhi alla brigata PC: la morale, come chiosa lo stesso Eric, è che «A volte può essere importante scherzare su cose politicamente scorrette, perché permette di creare un dialogo». Detto dal personaggio più scorretto del mondo, nella serie più scorretta del mondo, è ovviamente autoassolutorio – Kyle non manca di farlo notare a Eric e agli spettatori –, ma non è questo il punto. L’aspetto interessante del messaggio risiede nel suo essere “al di là di bene e male”, ossia nel rifiutare la visione del mondo di Preside PC senza rifiutare la contrapposizione ideologica: non ci sono Buoni e Cattivi, ci sono rapporti di forza e regole del gioco; il fanatismo PC è idiota quanto il fanatismo anti-PC, mentre gli autori di South Park puntano alla complessità dell’interazione tra un’istanza e l’altra. In questo senso, il loro è uno sguardo maturo.
Ma passiamo al dunque. Qualcosa è cambiato negli studi della Pixar, e Inside Out costruisce la propria morale secondo lo stesso schema di South Park. Per buona parte del film, le protagoniste Gioia e Tristezza sembrano inconciliabili, e anzi la prima cerca di escludere la seconda in tutti i modi, arrivando ad abbandonarla senza pietà. Solo alla fine, Gioia si ravvede e capisce che di Tristezza non può fare a meno – o meglio, che di lei non può fare a meno Riley, la bambina nella cui psiche vivono entrambe.
Inside Out è un film diretto ai genitori più che ai figli: è una storia di crescita ma il personaggio che cresce davvero, quello che davvero impara a fare i conti con una maggiore complessità e guadagna del mondo una visione più matura, è proprio Gioia, che inizialmente si comporta con Riley come un genitore iper-protettivo e poi riconosce di aver esagerato.
Ripensate a Toy Story 3, che pure parlava di crescita, e noterete che l’approccio è tutto diverso. In Inside Out, la morale non è «fai il bene» né «accetta che possa capitarti qualcosa di male»; perché il male non è solo inevitabile, è necessario. Dunque, «fai il male»: sfida i dettami della società, che ti ingiunge di mettere i tuoi figli al riparo da ogni esperienza traumatica, compresa la tristezza.
Bisognerebbe averli visti tutti, per affermarlo con sicurezza, ma almeno a me non sembra di ricordare altri film Disney fatti così. Di sicuro, non è per le morali “immorali” che sono famosi. Non c’è modo di sapere se la Pixar abbia intenzione di continuare su questa strada, ma Inside Out è un esperimento riuscito: definisce la crescita come gestione di una complessità maggiore, e in se stesso rappresenta una maturazione rispetto al passato. Nel peggiore dei casi, avremo sempre South Park.
