L’avvocato dei Simpson è Lionel Hutz, incompente e opportunista. Spesso alternato con quello coi capelli blu, supponente col suo accento nasale e newyorkese. L’avvocato di Futurama è un tacchino azzurro di dimensioni umane: supponente anche lui con le “mani” dietro la schiena e le lunghe falcate che dovrebbero far presagire il suo concentrarsi sulla strategia retorica da usare, ma anche lui completamente inutile e incapace di esercitare la professione (e nemmeno comprendere le situazioni in cui si trova). L’unico avvocato che ricordo in Family Guy è un gatto che se non sbaglio dice soltanto «you must be kittin’me».
Nessun attacco all’avvocatura, ma mi sembra ragionevole dire che gli avvocati in quanto pagati per prendere una posizione parziale non sono considerati dalla cultura popolare come dei duri e puri. Insomma non proprio degli incorruttibili idealisti.
Tanto per dare un esempio gli avvocati più potenti d’Italia messi insieme da GQ sarebbero:
1. Francesco Gianni (63 anni). È il più gettonato per gli affari da chiudere sull’asse Roma-Pechino.
2. Sergio Erede (74). È l’uomo di fiducia dei grandi capitani d’industria, da Della Valle a del Vecchio. C’è il suo zampino nel passaggio di Alitalia a Etihad.
3. Claudia Parzani (43). Si muove in campo bancario come nel salotto di casa.
4. Bruno Gattai (55). Da telecronista raccontava i successi di Alberto Tomba “la bomba”. Adesso dà voce, come consulente legale, ai grandi marchi.
5. Franco Coppi (76). Penalista di razza, è noto per aver difeso (vincendo) Andreotti, Cossiga e Berlusconi.
6. Michele Carpinelli (66). Uomo di fiducia Fininvest e non solo, ha combinato il matrimonio tra La Stampa e Il Secolo XIX.
Va da sé che la spregiudicatezza sia entrata di diritto – almeno nella percezione popolare – nel DNA dello stereotipo affibbiato a questa professione. Penso però che la questione sia tutta dovuta alla paga presa per prendere una posizione parziale, essere di parte, comunque la si veda, è generalmente malvisto.
Ma a questo punto: perché mai i sindacati sarebbero invece degli intoccabili eroi? Non sono forse altrettanto parziali? Un sindacato è per definizione un ente corporativista che fa (nella maggior parte dei casi) gli interessi di porzioni di popolazione a seconda della loro professione dividendo di fatto il mondo in anacronistiche classi sociali. Nella maggior parte dei casi il ruolo è quello di difendere lo status quo, come nel caso del “rappresentante del sindacato dei pensionati greci” intervistato ad Atene da SkyTg24 secondo cui «errori sulle pensioni? Pochi». O il sindacato autonomo di Polizia, Sap che (oltre alla celebre standing ovation per gli assassini di Federico Aldrovandi) si oppone puntualmente ai codici identificativi sui caschi degli agenti bocciandoli come “stupidaggine”. Sono posizioni parziali ben lontane dall’essere condivise da percentuali significative di popolazione che trovano però voce grazie a un lavoro di lobbying che ha poco di candidamente democratico.
Poi c’è la questione comunicativa: a pochi giorni dall’assemblea sindacale che ha chiuso per tre ore il Colosseo di Roma, c’è la reazione mediatica che è un vero e proprio tritacarne per il sindacato stesso. Opinioni che all’unisono si alzano in disaccordo con le decisioni del sindacato, dal sindaco Marino a Vittorio Sgarbi fino al ministro Franceschini. Come se il sindacato avesse trovato, dal punto di vista mediatico, un modo per darsi la zappa sui piedi. Questo accade mentre il decreto del ministero – soprannominato ora “decreto Colosseo” – prevede che i musei siano definiti per legge come servizi pubblici essenziali proprio come le scuole e gli ospedali. Ora, a prescindere dalle ragioni dei lavoratori romani, che paiono essere sacrosante tanto quanto il diritto di sciopero, la sensazione è che la decisione ministeriale sia percepita pubblicamente come sacrosanta.
Sindacato unico o meno, sacralità dei sindacati a sinistra o meno, mi pare comunque i sindacati meritino la stessa etichetta di “prostituzione ideologica” con cui volente o nolente deve fare i conti l’avvocatura. E, contemporaneamente, non sia giustificata la conseguente perenne presenza di sindacalisti nelle fila politiche: da Cofferati che dalla Cgil finì sindaco di Bologna, a Epifani segretario del Partito democratico fino all’ultimo arrivato, Maurizio Landini.
Se non è così, se cioè i sindacati sono ancora in qualche modo visti diversamente da chi lavora nell’ambito dell’avvocatura, pare sia più per diffusa ipocrisia che per una supposta differenza strutturale.
