Cartoline dal brutalismo
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Cartoline dal brutalismo

The Brutalism Appreciation Society è un gruppo facebook dedicato all’architettura brutalista che ha ormai superato i ventimila iscritti. Ma cos’è il brutalismo?

(Chiesa della Resurrezione di Cristo, Melaten, Germania, 1964-70 di Gottfried Böhm)

(Chiesa della Resurrezione di Cristo, Colonia, Germania, 1964-70 di Gottfried Böhm)

 

The Brutalism Appreciation Society è un gruppo facebook dedicato all’architettura brutalista che ha ormai superato i cinquantamila iscritti. Cinquantamila appassionati che condividono materiale, link e immagini con un intento molto specifico: quello di creare un catalogo interattivo e in divenire che preservi quest’estetica. L’idea è di Barnabas Calder, che ha fondato il gruppo nel 2007; nei successivi otto anni, la community si è ingigantita fino alle dimensioni attuali. Calder è uno storico dell’architettura specializzato in architettura britannica post-1945 oltre che docente alla University of Liverpool. Mark John Lighterness, attuale admin del gruppo con cui ho fatto una chiacchierata, descrive così l’intento collettivo pro-brutalismo:

«As they start to disappear from our towns and cities, this group is for anyone who appreciates buildings built in this much maligned architectural style.»

(trad. Il gruppo vuole riunire chi ancora apprezza gli edifici realizzati in questo stile tanto criticato, proprio nel momento in cui cominciano a scomparire dalle nostre città e cittadine.)

Ma cos’è il brutalismo? È, ovviamente, uno stile architettonico, e il nome deriva dal francese béton brut cioè “cemento grezzo”. Le prime forme di brutalismo hanno preso piede dal modernismo e nell’epoca d’oro del cemento armato: quella di Auguste Perret e dello svizzero Charles-Edouard Jeanneret-Gris, celebre con lo pseudonimo di Le Corbusier. Il nome è stato usato per la prima volta nel 1954, mentre ciò che si può considerare il primo brutalismo architettonico è quello dello stesso Le Corbusier nella città di Marsiglia, in Francia, al 280 di Boulevard Michelet: la Unite d’Habitation, detta anche Cité Radieuse.

Le cose interessanti del brutalismo sono varie, a partire dal gioco semantico che avviene nella lingua italiana per via del nome stesso del movimento. Sebbene non abbia a che fare con la bruttezza, in qualche modo crea una rima – un’involontaria isotopia semantica – tra la forza del cemento grezzo e delle sue forme, e il prefisso brut-; viene da pensare che col brutto, effettivamente, ci sia più che un’assonanza.

Un’assonanza arrivata oltre confine, per giunta, tanto che quest’estate, mentre passeggiavo a Belgrado con la mia guida (una ragazza del posto che parlava un inglese dal forte accento slavo), lei mi mostra un edificio disabitato e indiscutibilmente brutto – in cui però il cemento armato non era granché presente – e dice così:

«Noi (noi serbi, ndA) qui siamo così abituati a questi edifici brutti che gli abbiamo trovato un soprannome” – e stringendosi nelle spalle aggiunge: “lo chiamiamo brutalismo».

Conclude poi con un sorriso imbarazzato. Io sono rimasto interdetto per qualche minuto sospettando avesse qualche nozione di italiano, oltre che un po’ di confusione sull’origine del termine, finché, chiacchierando con un ragazzo inglese, capisco che lo stesso termine “brutalismo” è internazionalmente associato a “brutto”, anche a prescindere dall’assonanza presente in italiano. Del resto, anche “brutale” (in inglese brutal, in francese brutale) non è un aggettivo inadeguato a descrivere quest’estetica.

A voler elencare sbrigativamente le caratteristiche distintive dell’architettura brutalista, c’è innanzitutto quella che ha battezzato il movimento: la presenza del cemento grezzo, il cemento a vista. Anche se c’è da dire che il cemento armato non è l’unico materiale relazionabile al brutalismo, più generalmente si può dire che materiali a grosso impatto estetico siano altrettanto adeguati, meglio se con superfici non rifinite, ma appunto grezze. In secondo luogo c’è la questione delle forme, una certa inusuale compattezza e purezza dei solidi a cui fanno riferimento gli edifici. Le finestre poi, e questo è tendenzialmente inusuale ai giorni nostri, sono di piccole dimensioni se comparate con l’edificio nel suo complesso, cosa che ne rimarca la compattezza e l’aspetto da “fortezze” moderne.

 

(Public Service Offices, Bayonne, Francia, 1971 di Jean-Raphaël Hébrard e André Grésy)

Public Service Offices, Bayonne, Francia, 1971 di Jean-Raphaël Hébrard et André Grésy

 

Sebbene il brutalismo abbia preso piede già intorno alla fine degli anni ’40, e sia stato battezzato come new brutalism da Reyner Banham solo pochi anni dopo, è ancora uno stile in qualche modo ibrido, in cui le caratteristiche essenziali degli edifici tendono a essere percepite come parte di  un accidente, un caso, più che parte di una vera e propria scelta stilistica pianificata.

L’impatto visivo del brutalismo è forse più forte su chi, abitando il vecchio continente, è meno abituato a questo tipo di estetica urbana fatta di ampi spazi, forme pure e cemento armato. Magari è per questo che a Belgrado la mia guida si è convinta che il brutalismo sia qualcosa di tipico dell’est e relazionato al brutto: perché i turisti vengono in stragrande maggioranza da ovest, dove è vero che il brutalismo è nato, ma è altrettanto vero che il gusto estetico non ha assimilato questo stile rimanendo legato a una sempre verde “dimensione umana” dove tutto è piccolo, minuto, stretto, congestionato e strettamente amalgamato all’interno dello spazio urbano.

 

(VVF sempre di André Grésy e Jeans Raphaël Hébrard ad Anglet in Francia, 1969)

Vvf – Village vacances famille, Anglet, Francia, 1969 sempre di André Grésy e Jeans Raphaël Hébrard

 

In un’era come quella della comunicazione online però è successo qualcosa dal punto di vista dell’estetica: masse enormi di persone possono comunicare tra loro e aggregarsi a seconda dei propri gusti e tendenze prescindendo dalla distanza fisica che li separa. E in questo panorama che privilegia la nicchia ci si aggrega per via di posizioni politiche, gusto artistico, abitudini alimentari e, perché no, anche per apprezzare il brutalismo.

L’Italia, nonostante l’architettura predominante sia opposta al brutalismo, vanta alcuni esempi piuttosto interessanti. Uno, ad esempio, sono gli uffici Zanussi-Rex a Pordenone in Piemonte. Se cercate su Google immagini, vedrete che in larga parte le foto dell’edificio sono in bianco e nero: è un dettaglio che dice molto sulla percezione del brutalismo, legato a doppio filo all’industria e al grigiore che la accompagna nell’immaginario collettivo.

 

(Screenshot della ricerca Google degli uffici Zanussi-Rex a Pordenone in Piemonte, il progetto è di Gino Valle, 1959-61)

Ecco di seguito una serie di immagini selezionate da The brutalism appreciation society:

 

Se invece siete interessati agli edifici tipicamente brutalisti, un catalogo on-line che vale la pena visitare è su Wikipedia alla voce “Lista di edifici brutalisti”. La catalogazione è suddivisa per decadi,  ovviamente a partire dagli anni ’50.

Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
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