Siamo abituati a considerare la luce un agente attivo. Disegna lo spazio: punti luce, punti in ombra, destruttura e ricompone ai nostri occhi. Nella chiesa di San Pio da Pietralcina accade il contrario. Essa si ritrova incastrata, avvinghiata e separata per poi rincontrarsi su oggetti e superfici sopra i quali riproduce a sua volta le ombre delle ragnatele che l’hanno catturata. E’ la chiesa che modula la luce, non viceversa.
È un gioco visivo che ci illude di poterla toccare con le nostre mani. E’ proprio grazie a ciò che l’esplosione di luce di cui ci parlano Valentino Anselmi e Valerio Palmieri riesce ad avvolgere in un abbraccio chiunque entri nell’aula liturgica, non generando smarrimento, bensì stimolando al raccoglimento e alla riflessione. La rete ortogonale degli infissi che scandiscono la vista di tutto l’esterno, i brises soleil che al suo interno creano una sorta di scacchiera per il gioco della dama, la pensilina “ traforata ” che delimita in altezza la cappella feriale, i pilastrini inclinati che come shangai reggono i banchi marmorei e tracciano a terra la stessa, sono tutti tentativi di rendere misurabile dall’occhio dell’osservatore lo spazio, geometrizzando un volume nato da una non-forma. Curve a mano libera che si incontrano e raccordano in un unico arco.
La canonica, la sacrestia e il salone polivalente offrono l’incontro della materia con il vuoto: la corte che si viene a creare è caratterizzata da volumi che fuoriescono dai prospetti inclinati, dando luogo ad una sorta di oblò sospeso sulla piazzetta mediterranea decorata da tre ulivi e due cipressi che affondano le loro radici in un geometrico ritaglio di terra.
L’esterno pone il dilemma e la soluzione dell’incontro tra la città e la chiesa. Tra il quotidiano e l’evento. Tra l’effimero e il sacro. Lo fa attraverso una semplicità visiva che si connette armonicamente alle palazzine circostanti, mantenendo la propria identità.
VALENTINO ANSELMI: In questi anni son state costruite numerose chiese parrocchiali. Una cosa va detta: il Vicariato di Roma in questo momento sta facendo un lavoro encomiabile, perché si sta ponendo il problema di zone di Roma in cui nessuno si occupa di creare luoghi architettonici che siano contemporanei e cerchino di risolvere questioni sociali evidenti.
DUDE: Che significato ha, oggi, costruire una chiesa? Non è un edificio svuotato dalla sua essenza, sempre meno frequentato? Chi ci va oggi in chiesa?
VALERIO PALMIERI: Il catalizzatore più che la chiesa stessa sono le opere parrocchiali, oggi le chiese vengono sempre pensate in questa funzione, sono a tutti gli effetti degli attrattori. San Pio ad esempio già funziona così, ha uno spazio polivalente, uno destinato a cinema, la caritas ed altro…
VA: San Pio è un luogo che è stato aspettato dalla comunità per tantissimo tempo ed è piaciuto molto alle persone che vivono nel quartiere. Sin da subito è stato sfruttato dalla gente anche per la cosa più semplice che può essere l’andare a fare una passeggiata in un posto nuovo, piacevole.
DUDE: L’architettura permette questo riavvicinamento? In che maniera?
VP: Quella che secondo me è la scelta vincente per San Pio è stato dotare la chiesa di uno spazio che abbia valenza urbana. Nell’andare a visitare chiese di diversi architetti ho osservato che molto frequentate sono quelle che presentano questa caratteristica. Ce ne sono altre che da un punto di vista tipologico forse rispecchiano meglio alcuni canoni nelle loro parti ma restano vuote perché mancano di una piazzetta o quantomeno di uno spazio che venga chiaramente percepito a disposizione di tutti. La chiesa deve avere un minimo di spazio di relazione con la città. Mai come oggi le persone hanno bisogno di luoghi, quello che manca al cittadino è uno spazio nel quale incontrare un vicino al di là della sua soglia di casa, anche solo per scambiare una parola o per comprarsi una cosa, che non sia per forza il centro commerciale. Il problema reale, come dice anche Rem Koolhaas, è che la città si è andata sempre più privatizzando e non esiste ormai uno spazio di relazione pubblica collettiva. Perché la gente va a piazza Navona o a Piazza di Spagna? Perché è lo spazio di tutti. Nella città attuale si hanno spazi che sono destinati e funzionali, ma nel rapporto che c’è tra lo spazio collettivo e la soglia di casa del singolo privato non c’è niente, e a Roma tutto ciò si tocca con mano.
VA: Siamo una cultura molto televisiva, una generazione che viaggia quanto più possibile, quindi è normale che le coppie giovani, i ragazzi, alcune famiglie abbiano visitato altri paesi e visto che diverse città europee son dotate di luoghi contemporanei che vengono vissuti. Un esempio nella nostra città è stato l’Auditorium di Renzo Piano, inizialmente contestatissimo. Ci si chiedeva se ai romani, notoriamente conservatori nell’immagine, sarebbe piaciuto un luogo del genere… poi ha avuto un successo incredibile, non tanto di critica, non tanto di apprezzamento estetico, ma proprio per il bisogno del cittadino di andare a fare la passeggiata al di là del centro storico o del centro commerciale.
DUDE: La chiesa perde quel suo carattere sacro, per diventare uno spazio più quotidiano, analogo ad una piazza, un parco, oserei dire, un centro commerciale?
VA: L’Italia è un paese sempre più mediatico e ha demandato il rapporto sociale alla televisione ed ai social network, i quali in realtà sono sempre comunicazioni tra spazi privati quindi l’esigenza di trovarsi nella situazione di socializzare in uno spazio pubblico, anche se non è coscientemente esplicitata, esiste perché lo spazio pubblico è uno spazio che forma l’identità. Se c’è un rapporto d’identità in architettura è proprio nello spazio collettivo: il foro, l’agorà, sono il luogo dove simbolicamente dico «io sono qua, io vivo qui». Lo spazio privato non offre questa stessa garanzia.Via del Corso è un luogo nel quale la maggior parte dei ragazzi che passeggiano provengono dalla periferia?
DUDE: Restituisce all’uomo l’essere un animale sociale…
VA: Il ragazzo che vive in un luogo privo di caratteristiche identitarie si riconosce come “romano ” nel momento in cui fa tre vasche a via del Corso.
DUDE: Certo, l’uomo acquista identità in mezzo agli altri, ha bisogno di esser riconosciuto dal suo simile.
VA: Si, ed è un fatto antropologico, è qualcosa di a-culturale, prescinde dalla cultura, accade ovunque, anche se vai a Parigi è così. C’è da dire che l’uomo ha bisogno di luoghi simbolici, di riconoscersi in posti dove c’è in qualche modo un rapporto con la culturalità e la spiritualità, anche se laica. Ecco perché funziona il museo. Il museo è il riconoscimento di un’identità culturale. E allo stesso tempo la chiesa non funge soltanto da edificio di culto nel quale pregare, bensì è luogo d’identità dove poter dire “io appartengo a questa comunità”. Trovo positivo che il Vicariato di Roma stia cercando in qualche modo di capire qual è il luogo che oggi sia rappresentativo delle comunità cattoliche esistenti in questo paese.
DUDE: In che modo il vostro “luogo architettonico” d’identità e contemporaneità prende posto nell’ambito urbano?
VA: Un tema specificatamente italiano e legato alla dimensione urbana è l’elemento architettonico che diventa scultoreo e caratterizza simbolicamente quell’edificio. Oggi la nostra formazione mentale è fatta per oggetti architettonici organici e con difficoltà immaginiamo che invece l’architettura da sempre si caratterizza attraverso elementi e non nella sua totale organicità.
DUDE: E nel momento in cui si lavora su un oggetto organico come San Pio da Pietralcina come fondete i singoli elementi in un unicum?
VA: Il nostro primo problema è stato esattamente questo. Le immagini iniziali della chiesa mostrano uno spazio-tenda che contiene degli elementi e nel quale occorre fare attenzione a non perdersi in un grande vuoto. Quelli che vengono chiamati fuochi liturgici (come il presbiterio e la cappella feriale) vengono identificati all’interno della grande volta attraverso diversi elementi… quindi il presbiterio è quel vuoto che individuiamo attraverso un piano che non è fatto di un oggetto pieno ma da una griglia appesa in alto e dai banchi, come tradizionalmente avviene nella basilica paleocristiana in cui il luogo del santissimo sta al centro della chiesa ed è circondato da una specie di balaustra che delimitano il coro.VP: I fuochi liturgici devono trovare una loro autonomia ed essere chiaramente riconoscibili, individuati. Ci troviamo in un sistema interno che non ha misura, adimensionale, e la griglia di cui parla Valentino è un’orizzontale posto a 3 metri circa di altezza: è come se fosse un grosso baldacchino che galleggia nello spazio e lo comprime in quell’unico punto in cui è possibile riconoscere una dimensione misurabile con l’occhio. In san pio tutta la volta diventa un oggetto plastico che ha una sua qualità formale grazie all’enorme quantità di luce che riceve.
VA: Per un architetto contemporaneo è molto difficile progettare un luogo di culto perché spesso si ragiona in termini di “contenitori di funzioni”. Noi abbiamo tentato di dar vita a un luogo capace di suscitare emozioni, superando il grande problema delle chiese contemporanee, troppo spesso percepite dalle persone come mero oggetto architettonico, come un contenitore nel quale avviene una funzione, sminuendo in questo modo il compito dell’oggetto stesso, che di colpo finisce per perdere il suo essere e la sua magia.
DUDE: Come avete restituito valore all’ oggetto-chiesa?
VP: Abbiamo lavorato molto sulle luci e sul sistema proporzionale, nel tentativo di superare la dimensione del quotidiano alterandola. In San Pio tutta la volta diventa un oggetto plastico che possiede una sua qualità formale grazie all’enorme illuminazione naturale che riceve. La magia di un luogo si crea attraverso ciò che non ti aspetti, generando forme non immediatamente conoscibili.
DUDE: Qual è la difficoltà nel realizzare una chiesa che sia contemporanea e sappia reinterpretare modelli architettonici fissati e rimasti inalterati per secoli, una chiesa che non vada a turbare quegli stereotipi visivi che ci portiamo appresso e ci servono nel riconoscimento dell’oggetto-chiesa?
VA: La condizione meravigliosa offerta dalla contemporaneità è la poliedricità stilistica, c’è la possibilità di utilizzare qualsiasi ingrediente. Dalla cassettiera dei riferimenti apri solo i cassetti che ti servono in completa libertà, senza dover seguire un linguaggio unico che valga per tutti e sia riconoscibile da tutti: possiamo prendere dalla storia quel che vogliamo, ovviamente avendo la capacità di gestirlo. Se guardate bene l’interno di San Pio è uno spazio barocco riproposto in una condizione più contemporanea, caratterizzato da una esplosione che, come in San Carlino alle Quattro Fontane, gonfia lo spazio interno al di sotto della immensa volta-drappeggio .
DUDE: Vorrei citarvi un passo di Kundera tratto da “I Testamenti Traditi”. Riprendendo Mann, si interroga su cosa sia un individuo e in che cosa consista la sua identità, lo trovo molto rappresentativo del vostro modo di fare architettura: Thomas Mann afferma che Noi crediamo di agire, crediamo di pensare, ma è un altro o sono altri, ad agire e a pensare in noi: abitudini ancestrali, archetipi tramandati sotto forma di miti da una generazione all’altra; e sono questi archetipi, dotati di una immensa forza di attrazione, che dal fondo di quello che Mann definisce “il pozzo del passato” continuano a governarci.
VA: C’è qualcosa che prescinde dalla cultura, qualcosa di antropologico, e non è voluto da una nostra presa di coscienza, non siamo noi che con la nostra filosofia, con il nostro ragionamento e con la nostra logica ci arriviamo. Ci sono delle forze che ci passano dentro, ci trascorrono, e si concretizzano attraverso degli archetipi. D’altro canto dobbiamo stare attenti a non credere che questi siano delle forme per cui esista il bello oggettivo. Non è così. Ci rendiamo benissimo conto che gran parte dei comportamenti non dipendono dalla nostra volontà, non dipendono dalla nostra cultura, ma son riconducibili a qualcosa che ben non capiamo, hanno fatto parte dei nostri genitori, fanno parte di noi, faranno parte dei nostri figli; tutto questo invade completamente l’architettura, dobbiamo essere in grado di rispondere a queste esigenze ma non è assolutamente detto che esista un modo unico per rispondervi. Di modi ne esistono infiniti: come raccogliere la luce, come usare il colore, come comprimere lo spazio, come viaggiare all’interno di questo spazio, come fermarcisi, come usarlo… io-architetto devo essere un alchimista, un mago, e non uno scienziato perché non ho un problema a cui dare una soluzione ricavando una formula che valga universalmente: devo inventarmi una magia. Una via alchemica che permetta, utilizzando gli ingredienti più diversi, di generare luoghi capaci di soddisfare quelle “esigenze” che trascorrono all’interno dell’uomo a livello inconscio.



