Si è inaugurata a Roma il 23 ottobre la collettiva di street art promossa da Urban Contest, community che trovato la sua fisionomia operativa nella società 21 Grammi, gruppo nato due anni fa per iniziativa dei tre giovani creativi Gabriele Bondanini, Rocco Schiavone e Laura Matarazzo.
Aspettando l’11 dicembre, data dell’asta presso Palazzo Odescalchi, le opere sono state esposte al pubblico per la prima al Lanificio che per l’occasione ha offerto i suoi spazi.
Qui sono esposti i lavori degli artisti, opere che nonostante la diversità delle tematiche affrontate sembrano integrarsi alla perfezione tra di loro e con l’ambiente circostante.
L’unico elemento che accomuna i lavori è il supporto utilizzato, l’OSB (Oriented Stand Board) un pannello tecnico a base di legno costituito da scaglie incollate insieme con una resina sintetica pressate successivamente in diversi strati, per il resto, la diversità dei soggetti è protagonista.
I personaggi che animano i progetti dell’Urban Contest sono mostri metropolitani, ritratti, città immaginarie che non di rado ricordano la nostra contemporaneità; donne, supereroi, animali per la creazione di un circo fin troppo realista.
Nell’immagine di apertura il lavoro di Cancelletto. Sopra I’m so beautiful di Aloha Oe.
In una contemporaneità che vede sovvertire le regole alla base della street art, è interessante analizzare il pensiero degli artisti protagonisti, indagando le ragioni di questi cambiamenti radicali.
Se la nascita di questo tipo di arte popolare, pubblica, era legata alla strada per eccellenza, agli spazi urbani sconfinati, all’illegalità e ad un senso totalmente democratico di fruizione, ora tutto questo sembra essere addomesticato a favore di quella scatola chiusa che è la galleria, la musealizzazione.
Non più nascoste e veloci creazioni notturne o pezzi sovrapposti ad altri come simbolo di sopraffazione e potere.
Ora gli artisti richiedono ai privati spazi legali per poter dipingere con più lentezza, riflessione cercando di raggiungere l’ambitissimo traguardo della galleria dove il proprio lavoro viene preservato, rispettato e infine osannato da un’élite non più così estranea alla materia.
Sopra l’opera di Greg®.
Se da una parte è apprezzabile la possibilità di far fruire questo tipo di arte ad un pubblico che forse non avrebbe la possibilità di girare la città alla ricerca dei vari interventi degli artisti, dall’altra non si può fare a meno di pensare a come il senso della street art in questo modo possa essere snaturato, in parte imborghesito.
Molti degli artisti presenti alla collettiva concordano sull’effettivo cambiamento che sta interessando la street art.
Zore, uno degli artisti parla della propria esperienza: «Portare un graffito in galleria non avrebbe senso, quel tipo d’opera è legata al contesto in cui si trova… diverso è portare un’opera in galleria, tutto ciò che promuove l’arte è positivo. Ovviamente questo porta ad un conflitto: la street art intesa come poster art o stencil art è un grande mezzo rivoluzionario per il fatto che ognuno può creare arte in modo semplice. Poi, il confine tra bel disegno ed arte diventa labile. Sicuramente adesso c’è un po’ di confusione nel calderone della street art.».
Anche Carlo, artista presente alla collettiva sottolinea la diversità tra opere su muro o su supporto. Nelle sue città utopiche popolate da strani personaggi l’artista scardina il concetto di tempo restituendo una visione surreale e metafisica di paesaggi urbani: «Mi piace alternare i due supporti: rispetto all’estremo dettaglio che curo nella pittura, il murales riesce a rendere il messaggio in modo più diretto, essenziale ed immediato.»
Protagonisti della mostra sono inoltre i ritratti femminili di Dryve che presenta parte del suo progetto La fabbrica delle bambole oppure l’amica trans americana di Halhoa Oe che esibendosi sul palco alza la mano per incitare il pubblico a svegliarsi, lei donna cicciotta pesantemente truccata orgogliosa e consapevole del titolo dell’opera a lei dedicata: I’m so beautiful.
Il vincitore del contest, Killer Daddy, racconta la nascita del suo lavoro, One Love: «L’opera rappresenta l’orso con la bambina; quello che volevo rappresentare era il contrasto tra l’aspetto più dolce, tenero e quello più solitario, feroce facendo riferimento anche a colori opposti, caldi e freddi. Anche il mio nome d’arte richiama la vicinanza degli opposti, questo è quello che mi piace comunicare nelle mie opere.».
Molto interessante il lavoro di uno degli special guest della serata, Zuk Club che in un’enorme insieme di lastre di legno rappresenta templi greci e antichità romane frutto di una recente avventura: «Camminavo per S. Lorenzo un po’ di tempo fa, e mi sono imbattuto in un gatto nero… poco dopo è arrivato un altro che si è posizionato simmetricamente rispetto al primo. Così ho pensato di riproporli nell’opera come macchie scure che fanno da contorno alla tematica centrale incentrata sulla continuità della cultura greca e romana.».
Quando gli domando come interpreta la street art all’interno di una galleria l’artista mi risponde in modo molto interessante: «Ora come ora non parlerei di street art, ora che si lavora in maniera legale, con permessi, parlerei piuttosto di arte pubblica.». Fa una breve pausa come per ricordarsi di qualcosa che aveva dimenticato e aggiunge: «In effetti un po’ di giorni fa ho attaccato dei poster senza permesso, quella non era arte pubblica!».

