Da piccolo volevo: fare il naturalista
Ora faccio: l’artista
Da grande vorrei: essere sereno
Archivio Contemporaneo è il secondo appuntamento della stagione invernale di Oversize, rassegna artistica curata da NUfactory e ospitata come di consueto all’interno del foyer del teatro Palladium.
Questa volta, ospite della curva parete bianca è Lucamaleonte, uno degli artisti più fecondi e talentuosi del panorama romano e non solo, uno dei pochi che può vantare mostre in gran parte delle più importanti città europee.
Ad accogliere lo spettatore sono una serie di stencil incorniciati accanto ad un grande dipinto parietale, tutto sui toni della scala di grigi, simmetrie di volti, corpi specchiati, un modus operandi caro all’artista, eppure declinato in modo completamente inedito per quanto riguarda i soggetti delle opere.
«Io divido il mio percorso artistico in varie fasi. La parte più immatura è quando ho iniziato, avevo diciotto, diciannove anni, e facevo cose con un’estetica molto pop per i colori e la scelta di personaggi che appartenevano un po’ alla mia infanzia, ad una cultura degli anni ‘80 e ’90, abbastanza riconoscibile da tutti soprattutto per quelli della mia generazione. Poi sono passato alla rappresentazione di panorami urbani, quindi nelle città in cui passavo, scattavo foto e poi realizzavo stencil, ho sempre lavorato con lo stencil… Ho iniziato il mio percorso artistico in maniera naturale, non mi sono mai programmato e detto “adesso inizio il mio percorso artistico”. Ho sempre lavorato, disegnato e saputo che avrei fatto qualcosa nel mondo dell’arte, dei fumetti o delle illustrazioni.
Ho iniziato a fare cose per strada che avevano una valenza altra rispetto ai graffiti, cose più illustrative, aperte ad un pubblico differente da quello dei graffiti. Poi ho conosciuto un po’ di persone che venivano da quell’ambiente ed iniziavano ad esporre i propri lavori, così da cosa è nata cosa e mi sono trovato immerso in questo mondo. Quello che dico sempre è che la fortuna di chi ha iniziato con l’arte urbana è l’essere entrato nel mondo dell’arte istituzionale dalla porta sul retro, senza dover fare per forza un percorso accademico con tappe obbligate, in questo modo sono riuscito ad inserirmi in un mondo abbastanza istituzionale e serio.»
Abbandonata l’estetica pop ed i panorami urbani, abbandonate le enormi sagome di perfetti animali, Lucamaleonte si concentra su un tema completamente differente, nuovo, inaugurando proprio con questa mostra una nuova fase del suo percorso artistico.
Protagonista dei suoi lavori è il concetto di rovina. Volti di statue ripetuti e simmetricamente opposti, bidimensionali di corpi che automaticamente riporta ad un effetto tridimensionale, vivo, opere antiche che attraverso un lavoro di trasformazione prendono nuova e contemporanea vita.
«Per il progetto del Palladium sono partito dal concetto di rovina in quanto reperto e dal concetto di collezione. Sono abbastanza fissato con la serialità, con le collezioni e le cose che si ripetono in modo simile; ho l’ossessione di avere ogni cosa; se c’è un autore che mi piace devo avere ogni suo libro! È un po’ un’ossessione che ho in generale nella vita e automaticamente si riflette sul mio lavoro. Sono partito appunto da questo concetto, dagli schedari, dagli archivi ed ho iniziato a creare una raccolta personale di rovine ed opere d’arte passate da rielaborare e rivisitare per creare una cosa altra. La rovina passata si trasforma in un’opera contemporanea attraverso una modifica della sua forma.
L’idea è quella di iniziare a creare un archivio, una ricerca che durerà nel tempo, magari un anno, due anni. Se si osservano i titoli delle opere infatti è come se fossero tutte schedate: compare reperto numero 0.1, 0.2, 0.3… Zero perché questa è la mostra numero zero con l’idea che nelle mostre successive vada ad accrescersi questo schedario. È un progetto in divenire che come tutte le collezioni crescono nel tempo. È quello che mi interessava provare, soprattutto la rielaborazione del classico, l’ho sempre voluto fare, rielaborarlo in chiave personale.»
La curatrice della mostra, Antonella Di Lullo, racconta di come questi “multipli” non debbano essere considerati come semplici copie di originali ma come il risultato di un processo e una progettualità artistica.
«Estrapolate dal loro contesto originario i soggetti scelti perdono la loro identità nominale e il loro valore cultuale; attraverso il lavoro dell’artista, ritornano in possesso di una rinnovata aurea; la loro unicità, l’hic et nunc sono restituiti dalla sua mano che non ha mai perso le incombenze artistiche.»
È questo dunque l’archivio contemporaneo di Lucamaleonte, raccolta meticolosa di particolari classici, rovine dell’antichità, visi di statue su sfondi minuziosamente curati come fossero vetrate di rosoni sacri, una precisione che in parte differisce dalla tecnica utilizzata per strada negli interventi più propriamente detti di Street Art.
È l’artista a parlare di quanto sia differente il lavoro urbano rispetto a quello indirizzato alla galleria.
«Sono due tipi di approcci totalmente diversi. Per quanto riguarda il contenuto magari no: sono due strade che corrono parallele ed hanno molti punti in comune. L’attenzione che si ha durante il lavoro però è differente: quello che è per strada è visto velocemente, deve essere d’impatto; il concetto di tempo è differente, il concetto di dettaglio che c’è all’interno del lavoro è differente perché per strada l’attenzione può essere per qualche minuto, non di più, molto spesso lo vedi in velocità e molto spesso sei costretto a vederlo, non lo vedi perché vuoi vederlo, la differenza è proprio questa: ne fruisci in maniera istantanea e quindi in automatico il lavoro deve essere molto più d’impatto, molto più comprensibile ed immediato mentre quello che faccio in galleria ed in spazi chiusi è sicuramente più lavorato, con più dettagli e con dimensioni differenti.»
In una contemporaneità dove è sempre più forte l’attenzione per la street art, il panorama inizia a delinearsi in maniera più coerente rispetto al passato anche se a volte rimangono dubbi sulle competenze ed il vero valore di un certo tipo di apporti artistici che spesso si uniscono in maniera confusionaria al panorama complessivo senza però oscurare i casi di eccellenza.
È proprio Lucamaleonte a sottolineare un importante aspetto della situazione artistica attuale.
«Personalmente spero che il termine Street Art scompaia. Quello che faccio io è Stencil Art perché lavoro con gli stencil. Penso che la cosa migliore sia descrivermi parlando di una tecnica perché è la tecnica che mi ha forgiato e io allo stesso tempo forgio la tecnica. Probabilmente è forse uno dei mie meriti l’aver portato questa tecnica al massimo possibile, all’estremo, quindi mi sento molto più legato al discorso dello Stencil che al discorso della Street Art. Questa cosa mi consente inoltre di poter dire che faccio questo e lo posso fare all’interno di una galleria, in quanto spazio istituzionale, e posso farlo all’esterno perché tanto non sto facendo Street Art ma Stencil Art e questo mi fa stare un po’ più tranquillo anche con me stesso così se anche per due anni non faccio un muro resto comunque connotato in un certo modo… la Street Art non esiste in galleria, è fatta per strada e basta, e se viene portata all’interno di uno spazio cambia connotazione. Se si guardano i testi critici delle mie ultime mostre infatti il termine street non compare mai. Spesso lo si usa perché oggigiorno è di moda e forse per molte persone è utile che si parli di questo perché attira pubblico. Io non me la sento di ricorrere a questo genere di mezzi, mi sembra poco coerente.»

