Scegliere di vivere in una casa sull’albero nel 2015
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Scegliere di vivere in una casa sull’albero nel 2015

Vivere tra i rami e le fronde degli alberi è possibile.

Tutti sanno cos’è una casa sull’albero: un rifugio per bambini a carattere prevalentemente ludico e non legato ad un’idea di effettiva abitabilità.

Eppure vivere tra i rami e le fronde degli alberi è possibile, sempre più possibile. Forse anche grazie alle istanze ambientaliste, un tempo posizione politica minoritaria, oggi principi consolidati, soprattutto in occidente.

Su Airbnb, frontiera della sharing economy e della cosiddetta economia della fiducia, le case sull’albero hanno successo e ce ne sono di bellissime.

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E sugli alberi c’è anche chi ci vive tutto l’anno in un modo decisamente fuori dal comune, in piccoli spazi utilizzati con particolare razionalità, impegnati a incastrarsi con l’ambiente circostante e attenti a non antropizzarlo troppo, immersi nel verde su sei lati: il 3D del “vivere verde”.

Loro hanno messo su un crowdfunding e si sono costruiti un bel villaggio sugli alberi.

 

Ma se è vero che c’è un aspetto molto contemporaneo nelle sfaccettature di questo nuovo “vivere verde” è anche vero che le case sull’albero sono il primordio assoluto dell’abitare umano.

Certo, le palafitte avevano innanzitutto intenti difensivi rispetto agli animali e ovviamente mancava all’epoca una consapevolezza reale di cosa fosse l’ecologia umana, ma in fondo proprio l’idea di una società umana pre-industriale affascina moltissimi. Una società che interferisce in modo così parsimonioso è, per molti, l’obiettivo più nobile di una filosofia ecologica. Un ecologismo – o, a tratti, un luddismo – 2.0.

Sull’isola di Fetoko per esempio, nelle Tonga, c’è un’unica casa, è sull’albero, ed è costruita con lo stesso metodo tradizionale usato dalla popolazione indigena. Ora è stata convertita in una meta per le vacanze tropicali dei turisti in cerca di tranquillità e, come nelle Tonga, ci sono molti posti al mondo dove abitazioni tipiche su alberi o pali sono state preservate e riconvertite a fini turistici.

Tra le foreste di Papua Nuova Guinea, in mezzo a una giungla inaccessibile e verdissima a circa 150 chilometri dal Mare degli Arafura, vive la tribù Korowai, un clan di famiglie avvistato per la prima volta da un sacerdote olandese nel 1974, completamente isolate dal resto del mondo. I Korowai potrebbero anche non essere stati informati di quanto sia fuori moda mangiare animali dato che sono una tribù di cacciatori oltre che di raccoglitori, ma sono decisamente all’avanguardia con le loro magnifiche case costruite ad altezze incredibili, tra i sei e dodici metri di altezza. Alcune arrivano a essere costruite a trentacinque metri dal suolo. Sono case stupende e molto spaziose, pensate per raccogliere anche una dozzina di persone e hanno, per la stessa ragione, pavimenti molto resistenti.

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Una casa della tribù Korowai.

 

L’architettura ha sempre esplorato possibilità abitative nuove, materiali innovativi e sempre di più è stata sospinta in tempi recenti da un proposito di combinabilità perfetta, di simbiosi, tra l’insediamento umano e l’ambiente circostante. Le Case passive, nate in Svezia, ne sono un buon esempio.

Le case sull’albero non sono mai davvero tramontate e hanno oggi un fascino tutto nuovo non solo per via del “vivere verde”, ma anche per un’estetica del legno che, magari trascinata dal dominio Ikea, ha ricevuto un forte consenso anche lontano da fiordi e dalle spiovenze scandinave.

C’è poi l’idea di “rifugio” che le case sull’albero hanno nell’immaginario di ognuno di noi. Forse proprio perché sono legate a quell’idea di ludicità e gioventù e di conseguenza alla spensieratezza, all’evasione infantile o adolescente, al sogno e alla prima, eccitante, esperienza di costruzione di un proprio ambiente personale di cui essere i padroni assoluti in tempi di convivenza con i propri genitori.

La casa editrice tedesca Taschen, famosa per i suoi “libroni” d’arte, ha pubblicato nel 2012 un libro tutto dedicato agli appassionati della vita sugli alberi. Si chiama Tree houses. Fairy tale castles in the air (trad. “Case sull’albero. Castelli da favola in aria”), è curato da Philip Jodidio e contiene una bella selezione di circa cinquanta progetti di case sparse per tutto il pianeta.

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Le case sull’albero non hanno uno stile architettonico preciso. Sì, hanno in comune l’essere sospese sugli alberi, e certo, ci sono delle vere e proprie costanti: per esempio l’utilizzo del legno come materiale principale, le dimensioni ridotte e la necessaria presenza di scale, funi o altri modi per raggiungere la casa. Ma a ben vedere, a frugare tra i progetti di case sull’albero presenti in riviste specializzate o libri come quello della Taschen, si nota quanta diversità e quanta varietà ci sia in questo genere di costruzioni.

Le dimensioni variano, come variano i materiali, i metodi di costruzione e le forme utilizzate. Le superfici finestrate possono essere enormi o minime, l’orientamento conta – soprattutto in un’ottica di ecosostenibilità – ma non sempre. I modi per “fissare la casa” all’albero sono molti e diversi tra loro e poi ci sono ponti, scale di fune, scale chiodate, veri e propri castelli sospesi e botole, torri, tetti a quattro falde e poi ancora ponti di corda sospesi, mimetizzazioni complete, specchi e viti enormi.

La classica casa sull’albero fatta di tavolato e chiodi con un unico ambiente, quella in cui bisogna entrare a gattoni e in cui si può al massimo far finta di prendere un caffè con le bambole è solo uno stereotipo, una delle mille possibilità che gli alberi offrono.

Però è vero che prendere il caffè, con o senza le bambole, è proprio perfetto se si ha una bella casa sull’albero adatta. Prendete, per esempio, l’immagine che apre quest’articolo:

DIDA PRIMA (La -Terunobu Fujimori's Teahouse- vicino al museo Kiyoharu Shirakaba nella città di Hokuto in Giappone. Disegnata da Terunobu Fujimori)

È proprio una casa per il té, una “teahouse”, progettata dall’architetto giapponese Terunobu Fujimori (Fujimori ha rappresentato il Giappone alla biennale di Venezia nel 2006). È una casa leggerissima, piena di minimalismo giapponese e fantasia, niente che non possa apparire in un film dello Studio Ghibli.

E gli interni sono così (quella botola che vedete è l’entrata).

Quest’altra casa è invece parte di un intero villaggio sugli alberi. Un villaggio ecosostenibile ed eco-friendly, che si chiama Finca Bellavista in Costa Rica. La cosa più bella è che tutte le case del villaggio sono connesse da ponti sospesi.

DIda COsta Rica (Una delle case del villaggio ecosostenibile di Finca Bellavista, in Costa Rica)

Una delle case del villaggio ecosostenibile di Finca Bellavista, in Costa Rica.

 

Alcune case sull’albero incarnano meglio di altre il rapporto tra la natura e gli abitanti della casa. Lo studio giapponese Nendo (che oltre a Tokyo ha sede solo a Milano) ha progettato una bellissima “casa-nido per uccelli e persone” vicino all’Ando Momofuku Center, in una foresta della regione montuosa di Nagano, in Giappone.

dida nendo2 (Alcune immagini della casa-nido per uccelli e persone dello studio giapponese Nendo)

L’”edificio” è composto da una parete esterna completamente fatta da casette per uccelli – quelle col foro circolare – e dalla parte opposta l’entrata è per le persone. Ma uccelli e persone seppur sotto lo stesso tetto non si incontrano, separati da una parete forata attraverso la quale osservarsi a distanza ravvicinatissima: convinvenza pacifica tra 78 uccelli e una persona, massimo due.

Dida Nendo1 (Alcune immagini della casa-nido per uccelli e persone dello studio giapponese Nendo)

dida nendo3 (Alcune immagini della casa-nido per uccelli e persone dello studio giapponese Nendo)

In pratica è una casa per il birdwatching, minimalista come sanno essere i giapponesi. Di case sugli alberi per il birdwatching ce ne sono davvero tantissime, spesso isolate e in posti naturalisticamente notevoli. Come quella di Marcello Dell’Utri sul lago di Como. Sì, proprio lui.

Tra le case sull’albero più incredibili ce n’è sicuramente una che è costruita in un bellissimo bosco svedese. È parte di un complesso alberghiero, che si chiama, appunto, “Tree Hotel”. La “casa” grazie a un sistema di specchi permette alle stanze dell’albergo non solo di essere sospese a molti metri sopra la neve, ma di risultare anche “invisibili”.

Dida (Una delle stanze del Tree Hotel nelle foreste di Harads, in Svezia)

Una delle stanze del Tree Hotel nelle foreste di Harads, in Svezia.

 

Se le case sull’albero sono qualcosa di così vario ed eterogeneo, non circoscrivibile a uno stile architettonico ben preciso, probabilmente questo è dovuto al fatto che queste strutture sono sul confine tra l’urbanizzato e il non-urbanizzato, tra la città e il bosco, in qualche modo tra la natura e la cultura. Sono per loro stessa caratteristica strutturale sospese e immerse nell’ambiente che le circonda. Uno strano ibrido architettonico che rimarca in modo così forte la nostra appartenenza al genere animale e alla natura stessa e ci re-inserisce nell’ambiente e ne fa dipendere così tanto chi ci abita.

Che le si veda come stranezza, come moda primordiale o magari come scappatoia luddista rimane un elemento il cui fascino è innegabile: l’uomo che torna a vivere sugli alberi.

Per chi volesse vederne delle altre qui sotto una gallery con le case sull’albero più belle e particolari, come la casa UFO, quella sul lago, il castello di legno o la casa sull’albero più grande del mondo.

Enrico Pitzianti
Cagliari 1988, è parte della redazione di ARTNOISE e di Dude Mag. È laureato in semiotica, scrive per L'Indiscreto, Motherboard, Gli Stati Generali ed è consulente per SpaceDoctorsLtd.
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