Non ho mai conosciuto nessuno a cui non sia piaciuto il Great Gatsby (Fitzgerald, 1925). Alcuni non l?hanno capito, altri, magari impazziti, non l?hanno annoverato tra i loro libri preferiti – è una sorte che capita anche ai migliori. Ma mai nessuno l?ha effettivamente disprezzato, non riconoscendone la grandiosità. Vuoi per lo stile eccelso, vuoi per le atmosfere smaglianti, vuoi per la storia sempre molto attuale, vuoi per la mitomania americana, Il Big Gatsby è entrato nell?immaginario collettivo come uno dei più bei libri di sempre. Con piccoli gesti, ambiguità e un delicato, ma spesso velo di mistero, Fitzgerald avvolge il lettore, risucchiandolo senza troppe remore, o ostentazioni. È un libro che resta. Il Grande Gatsby non colpisce, non sfianca, non svela, né rapisce. Il Grande Gatsby resta. Come le cose più naturali, come i ricordi più significativi, come la speranza che (maledetta stronza) è ultima a morire. Scende nel profondo, sedimenta, fossilizza e, alla fine, diventa un pezzo di noi.
Come ogni mito che si rispetti, il Grosso Gatsby è diventato anche un film. Come molti sanno, un adattamento di Luhrmann è in arrivo nel 2013 e, magari, in tanti, accecati dalle lucine di Baz, commetteranno il sacrilegio di andarselo a vedere prima di leggersi il libro. Ma lo sfavillante e lussurioso regista non è il primo a cimentarsi in tale missione. Tre sono gli adattamenti che, nel bene e nel male, lo precedono.
Correva l?anno 1926, quando Herbert Brenon girò il primo rifacimento, muto, qualcosa di leggendario – nel senso che tutti ne parlano, ma nessuno l?ha mai visto. Perché non esiste. È andato perduto. Quando si dice: la sfiga.
1949. La versione di Elliott Nugent è, invece, senza infamia e senza lode, trovabilissima. È una produzione Paramount e, come tale, è in perfetto stile anni ?40, includendo tutto quello che riguarda i valori applicati dal Code, che all?epoca controllava, approvava e censurava film come se non ci fosse domani, nel boom delle produzioni e dello stardom di Hollywood. Alan Ladd è il Grosso, insieme a Betty Field, Macdonald Carey e poi basta, gli altri andateveli a cercare da soli. È una versione che punta assai sul prototipo gangster/pupe, solo che, purtroppo, manca lo stacchetto di Gilda – put the blame on Nugent, boy. Jay è, dunque, un gangsterone stile Humphrey Bogart, la cui identità e storia non vengono affatto cullate dal velo di mistero e suddetti non-detti, ma spiattellati belli-belli sin dall?inizio, in mezzo a lustrini, set sfarzosi, montaggio accattivante e quel caratteristico accento americano-posticcio che andava tanto di moda. Ogni battuta è a effetto, racchiudendo in sé tutto il potenziale di una citazione cult, e ogni accadimento è in balia di quella passione sfrenata per le rivelazioni telefonate; spesse volte i personaggi sembrano prendere in mano una cornetta e dire: «Ehy, pronto? Io sono tuo padre». E il pubblico, completamente sconvolto, alza la manina davanti alla bocca in completo visibilio, con i capelli ritti per lo stupore, come quando scoprì che Ridge e Brooke si sarebbero sposati (parlo della terza volta). E la recitazione non è da meno, esasperata ai livelli più improbabili, con dichiarazioni d?amore svenevoli e macho men da far invidia a Rhett Butler. Il dialogo-tipo è qualcosa della serie: «Oh, Jay, ti amo! Oh, ti prego, non farmi questo!», detto alla Tina Lattanzi, avambraccio davanti al volto mentre la donzella si sfoga in singulti aquileschi. E lui: «Viviamo in un mondo cinico, un mondo cini- ah, no, scusate, quello è Jerry, no Jay. Insomma, un film in pieno stile Big Five, ma a noi, senza considerarlo un capolavoro alla Sunset Boulevard, ci piace anche – e soprattutto – per questo. Peccato, però, che Daisy non venga mostrata per la stronza che è e venga lasciata vivere indisturbata, senza nemmeno un ultimo sguardo disgustato da parte dello spettatore. Comunque, indipendentemente da tutto, c?è un elemento per cui vale la pena vedere l?intera pellicola. Un elemento mozzafiato, che ognuno di noi vorrebbe possedere. Un elemento che, da solo, fa l?intera produzione Paramount: il costumino intero che Gatsby usa per nuotare in piscina. È qualcosa da sturbo. Da fare invidia anche a Victoria?s Secret.
Ma andiamo avanti.
Corse, ahimè, l?anno 1974, e Paramount produsse un nuovo adattamento del Grosso. Questa versione è, purtroppo, ancora più trovabile di quella precedente. Così trovabile che, se non la cerchi, ti trova lei, per ammorbarti con i sui 144 minuti di colori pastello, sbrilluccichii negli occhi, patinature e bordi sfumati. Sembra un album di nozze, o un video di George Michael. Insomma, si vede che la regia non è di Francis Ford Coppola e le musiche non sono dei Doors. Il grande Maestro si limitò, purtroppo, a scriverne la sceneggiatura, lasciando il timone a Jack Clayton. Il risultato è un film in-fi-ni-to. Non lo dico con cattiveria, ma le mie ginocchia hanno prodotto più latte della Lola. 3:22 minuti di titoli d?apertura. 3-punto-22. Molto utili al setting, per carità, ma riassuntivi del supplizio che attende lo spettatore. Per non parlare di come J-Gatz venga presentato: un maniaco persecutore, con la casa tappezzata di foto rubate e ritagli di giornale che, se non avessi letto il libro, penserei fosse un pervertito che custodisce anche le mutandine usate della povera, stalkata Daisy. Azioni e reazioni sembrano completamente sconnesse, il montaggio è fastidioso e non rispetta il respiro del film. Tagli, transizioni e continuità sono completamente campati in aria. E le donne sono, fatta eccezione per la pacata Jordan, una massa di cretine, un cocktail esplosivo di valium, psicosi, insopportabilità e stupidità. In generale, la narrativa si tinge di sfumature dark e grottesche, a tratti viscide, piene di sudore, lustrini e alcol. Ambientazioni e caratterizzazioni hanno un che di felliniano: sono vivide e paradossali vignette. Sicuramente è da lodare il mantenimento del velo di ambiguità e mistero che avvolge Gasgas, come anche tutti gli altri personaggi. Una cosa è certa, Daisy, alla fine, si rivela appieno per il personaggio vile, meschino, ripugnante, veleno- insomma, per la troia che è.
Trailer: The Great Gatsby from Alta Peli on Vimeo.
E qui si conclude il nostro piccolo, grande racconto. La morale è che spero non decidiate mai di cimentarvi in una maratona GG pre-Luhrmann. Una cosa, però, è certa: Mr. Gatsby non smetterà mai di legarsi al cuore delle persone, che lo faccia con i silenzi degli anni ?20, le ostentazioni dei ?40, le mazzate sulle ginocchia dei ?70, o i momenti di rabbia e pathos che il 2013 trailereggia, la sua capacità di sperare non deluderà mai e continuerà sempre a insperanzire anche noi, con il suo retrogusto agrodolce e la fragilità dell?ostentazione. Perché il suo carro di buoi non smetterà mai di tirare.

