Come gli Oasis – e il Brit Pop – hanno cambiato la mia generazione
Sul finire dei suoi primi dieci anni, qui compiamo una piccola rivoluzione, abbandonando il nostro formato classico – quello del magazine culturale a cadenza vagamente quotidiana – per presentare ogni mese un solo saggio e un solo racconto. Da queste pagine 24 autori ogni anno proporranno il loro filtro sul reale, manipolando inevitabilmente la personalità di Dude mag: ed è una cosa che ci rende enormemente curiosi.
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Come gli Oasis – e il Brit Pop – hanno cambiato la mia generazione

Il due ottobre del novantacinque usciva uno degli album simbolo della mia generazione: (What’s the story?) Morning Glory.

Il due ottobre del novantacinque usciva uno degli album simbolo della mia generazione: (What’s the story?) Morning Glory.

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Ci sono momenti e movimenti che inequivocabilmente trasformano il mondo della musica, nel bene e nel male.  Il Brit Pop, che ha tra i suoi esponenti principali i fratelli Gallagher, fa parte di questi fenomeni rivoluzionari e ha cambiato la nostra generazione un po’ come i Nirvana hanno fatto con quella precedente, in meglio o in peggio non è facile dirlo.

Durante gli anni ’90 pub, nightclub, centri commerciali, matrimoni, uffici, gradinate suonavano la musica di quella che sarebbe diventata una delle più influenti band musicali del dopoguerra britannico – e non solo.

Gli Oasis, gusti musicali a parte, hanno portato nelle nostre case – e nelle nostre menti – una ventata di novità, con l’edulcorazione all’ennesima potenza della realtà.
I ragazzi di Manchester hanno invaso i nostri stereo con ritornelli tipo «Ehi bro, we’re gonna live forever!», oppure «Ehi Dude, Don’t look back in anger», ancora «Baby, you’re my wonderwall!».

Un bel cambiamento dopo anni di «la mia vita fa schifo, voglio ammazzarmi», «look at the bright side is suicide» e riferimenti simili più o meno indiretti a cose prettamente negative.

Prendiamo due filosofie di pensiero sulla musica e i suoi messaggi: ci sono i sostenitori del «deprimiamoci e autocommiseriamoci», seguaci del post punk-grunge, e chi invece vuole cantare a squarciagola i motivetti allegri pieni di speranza – ehi, anche tu ce la puoi fare! – che il Brit Pop ha introdotto negli anni novanta.

C’è chi in un grigio pomeriggio preferisce fare uscire dalle cuffie Rape me e immaginare stupri mentre la mamma guarda Maria De Filippi e chi salta sul letto cantando «Live Forever, ye ye ye». Modi diversi di vivere la vita, concezioni diverse del ruolo della musica.

I Nirvana e gli Oasis sono sicuramente agli antipodi, e questa contrapposizione mi ha sempre fatto venire in mente una domanda: due band cresciute in un ambiente simile – che riassumeremo così: adolescenza complicata e città di merda – come sono arrivate a comporre musica tanto diversa? Perché i Nirvana facevano rime tipo «a mulatto, an albino, a mosquito, my libido» e diffondevano tendenze autodistruttive mentre Noel Gallagher metteva sulla bocca del fratello messaggi di auto-affermazione e speranza?

Crescere ad Aberdeen, Washington, non aiuta certo a cavalcare l’onda del sogno americano; crescere a Manchester, Nord Ovest dell’Inghilterra, non è sicuramente come stare all’ombra di Oxford Circus.
Semplifichiamo la faccenda: cantanti come Cobain esprimono le delusioni della vita attraverso la rabbia delle loro canzoni; gli Oasis, invece, erano convinti di poter migliorare la loro condizione e sin dagli inizi inneggiavano alla vita e alle possibilità di vittoria e resurrezione dopo l’incubo che era stato il decennio precedente.

Noel, in un certo senso, non vedeva l’ora di alzarsi la mattina. E non vedeva l’ora che arrivasse la sera per “sfasciarsi”. A Kurt piaceva di più distruggersi dalla mattina alla sera, veicolando un messaggio se non negativo quanto meno – concedetemi – remissivo.

Il motivo per cui sono sempre stato un fan degli Oasis (abbasso i Blur n.d.a.) poggia sulla loro capacità di scrivere gli album del successo in una delle più grigie città inglesi: Noel trovava in luoghi dove molti altri finivano per “ammazzarsi” di droga e spostavano acciaio dalla mattina alla sera, una qualche specie di speranza per il futuro.

Ma perché il Brit Pop si è ritagliato tanto spazio conquistando un’enorme fetta di mercato? Penso che il motivo sia abbastanza semplice: paradossalmente, per quanto adesso sia difficile immaginarla in questo modo, il Brit Pop all’inizio degli anni novanta rappresentava una sorta di controcultura, un’anomala ventata di positività e tutti sappiamo quanto i giovani amino andare contro tendenza.

In un’Inghilterra appena uscita dal governo tatcheriano, Noel scriveva di speranza. Pensate ad Acquiesce, una canzone che promette la rinascita collettiva affermando che tutto è possibile se tutti crediamo l’uno nell’altro.

Una canzone quasi da chiesa se non fosse stata composta dai fratelli Gallagher. Per quanto gli Oasis, e con loro il brit pop, siano mano a mano scemati in una bolla d’aria sospinta dal vento alla ricerca di compromessi e copie vendute, quello a cui hanno dato inizio è stato spettacolare: è stato il bisogno di un “noi” e di libertà, è stata la capacità di sognare un futuro migliore per l’Inghilterra.

Sebbene i gruppi che scalano le classifiche abbandonano i messaggi edificanti cantati agli inizi, sebbene i testi delle rime scritte sui bus che fanno spola da un ghetto all’altro siano diverse da quelle composte in una suite lussuosa, mi piace pensare ancora oggi che le canzoni nascano da un desiderio di sognare e di sperare, anche se quello che i ragazzi sognano quando prendono una chitarra potrebbe essere di finire in una suite con escort e cocaina.

O forse sbaglio completamente, forse «I just need a little time to wake up».

Samuele Maffizzoli
Nato a Verona nel 1988, vive tra Italia e UK. Ha tradotto per The Post Internazionale, collabora con Dude e Calciatori Brutti. Il resto sono speculazioni e bugie.
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